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Tentativo di reato: quando una trattativa è punibile?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24564/2024, ha rigettato i ricorsi di due imputati condannati per un tentativo di reato legato all’acquisto e alla custodia di un ingente quantitativo di stupefacenti (50-60 kg). La Corte ha stabilito che una trattativa per l’acquisto di droga diventa un tentativo di reato punibile quando si traduce in un accordo concreto e in atti esecutivi, come la predisposizione di un veicolo per il trasporto. Anche la semplice disponibilità a custodire la sostanza, pur non essendo mai stata consegnata, configura un concorso nel tentativo di detenzione.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Tentativo di Reato: la Cassazione Definisce il Limite tra Trattativa e Azione Punibile

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 24564/2024) offre importanti chiarimenti sulla configurabilità del tentativo di reato in materia di stupefacenti. La pronuncia analizza il delicato confine tra semplici atti preparatori, non punibili, e atti esecutivi idonei a integrare un reato tentato. Il caso riguarda una negoziazione per l’acquisto di un ingente carico di droga che non si è mai perfezionata, ponendo la questione di quando una trattativa diventi penalmente rilevante.

I Fatti: Una Trattativa per un Grosso Carico di Droga

Il caso ha origine da un’indagine che, attraverso intercettazioni telefoniche, ha portato alla luce una complessa negoziazione per l’acquisto di una partita di 50-60 kg di marijuana da un fornitore estero. Un soggetto, insieme a un suo parente, aveva avviato e condotto le trattative, definendo quantità, tipologia della sostanza e prezzo. La fase della trattativa era progredita a tal punto che l’acquirente si stava già occupando degli aspetti logistici, come la predisposizione di un veicolo idoneo per il trasporto.

Contemporaneamente, per assicurarsi un luogo sicuro dove custodire la merce una volta arrivata, gli acquirenti avevano contattato due fratelli, gestori di un’azienda agricola. Questi ultimi avevano dato la loro disponibilità a nascondere i pacchi contenenti lo stupefacente all’interno di un immobile di loro proprietà. Tuttavia, l’acquisto non si è mai concluso e la droga non è mai stata materialmente consegnata, per cause indipendenti dalla volontà degli imputati.

Nonostante ciò, la Corte di Appello aveva condannato sia l’acquirente per tentato acquisto, sia uno dei gestori dell’azienda per tentata detenzione in concorso. Entrambi hanno proposto ricorso in Cassazione.

La Decisione della Cassazione sul Tentativo di Reato

La Suprema Corte ha rigettato entrambi i ricorsi, confermando le condanne e fornendo una dettagliata analisi sulla natura del tentativo di reato. I giudici hanno stabilito che le azioni compiute dagli imputati avevano superato ampiamente la soglia della mera preparazione, configurandosi come veri e propri atti esecutivi.

Le Motivazioni: Quando gli Atti Preparatori Diventano Tentativo di Reato Punibile

La Corte ha basato la sua decisione su principi consolidati, distinguendo nettamente le argomentazioni per le due posizioni.

Per quanto riguarda l’acquirente, la Cassazione ha sottolineato che la trattativa aveva raggiunto un livello di concretezza tale da integrare un accordo quasi definito. Le intercettazioni non lasciavano dubbi: si era discusso di quantità (50 kg), natura (marijuana) e corrispettivo. Anche la preparazione del mezzo per il trasporto è stata considerata un atto inequivocabilmente diretto a commettere il reato. La Corte ha ribadito che il delitto tentato si configura quando l’agente ha approntato un piano criminoso dettagliato e ha iniziato ad attuarlo, con una significativa probabilità di successo, interrotta solo da fattori esterni.

Per quanto riguarda il custode, la difesa sosteneva che la sua fosse una mera disponibilità, un atto preparatorio non punibile, anche perché l’oggetto del reato (la droga) non era mai esistito materialmente. La Cassazione ha respinto questa tesi, affermando che offrire la propria disponibilità a custodire un ingente carico di stupefacenti e predisporre un nascondiglio sicuro rappresenta un contributo causale essenziale alla commissione del reato. Tale condotta non è un mero accordo, ma un atto esecutivo di concorso nel delitto di detenzione. La consapevolezza della natura illecita della merce era evidente, secondo i giudici, dalla segretezza e dalla circospezione che caratterizzavano le conversazioni.

Infine, la Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena, motivandolo sulla base della ‘caratura criminale’ degli imputati, desunta sia dai quantitativi di droga trattati sia dallo spessore dei canali di rifornimento.

Le Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: nel traffico di stupefacenti, il tentativo di reato non richiede necessariamente il contatto fisico con la sostanza. Azioni concrete e inequivocabilmente dirette a realizzare l’operazione illecita, come una negoziazione avanzata o la predisposizione di una base logistica, sono sufficienti per integrare la fattispecie delittuosa. La pronuncia serve da monito, chiarendo che la legge punisce non solo il crimine compiuto, ma anche lo sforzo concreto e serio di realizzarlo, quando questo viene interrotto da eventi esterni alla volontà del reo.

Una semplice trattativa per l’acquisto di droga è considerata un tentativo di reato?
No, non una semplice trattativa. Secondo la sentenza, la negoziazione diventa un tentativo di reato punibile quando raggiunge un livello di concretezza tale da sfociare in un accordo definito su elementi essenziali (quantità, prezzo) e si accompagna ad atti esecutivi, come la preparazione dei mezzi per il trasporto, che dimostrano in modo inequivocabile l’intenzione di commettere il reato.

Fornire la disponibilità a custodire della droga, che poi non viene mai consegnata, è un reato?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che offrire consapevolmente la propria disponibilità e predisporre un luogo per la custodia di un ingente quantitativo di stupefacenti costituisce un contributo concreto e un atto esecutivo che integra il concorso nel tentativo di detenzione, anche se la droga non viene mai materialmente consegnata.

Perché la Corte ha negato le circostanze attenuanti generiche e la sospensione della pena?
La Corte ha negato questi benefici perché ha valutato negativamente la ‘caratura criminale’ degli imputati. Questa valutazione si è basata su elementi oggettivi, come l’ingente quantitativo di droga oggetto della trattativa e lo spessore dei canali di rifornimento utilizzati, che indicavano una prognosi sfavorevole sulla futura astensione da ulteriori azioni criminali.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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