Tentata estorsione: i confini con l’esercizio arbitrario
La distinzione tra il reato di tentata estorsione e quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni rappresenta uno dei temi più complessi del diritto penale moderno. Spesso, il confine tra chi cerca di recuperare un credito e chi commette un illecito è segnato dall’elemento psicologico e dalle modalità dell’azione.
La Corte di Cassazione è tornata recentemente sul tema, confermando la condanna per un soggetto che aveva tentato di estorcere denaro senza avere alcun titolo giuridico per farlo. La sentenza analizza come la minaccia finalizzata a un profitto ingiusto configuri sempre il reato più grave.
Tentata estorsione e criteri di distinzione giuridica
Il cuore della controversia risiede nella qualificazione del fatto. Mentre l’estorsione mira a un profitto ingiusto, l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni presuppone che il soggetto agisca per soddisfare un diritto che potrebbe essere tutelato davanti a un giudice. Se manca questo diritto, o se la violenza eccede ogni ragionevolezza, la condotta ricade inevitabilmente nell’ambito estorsivo.
Nel caso in esame, la difesa ha tentato di invocare la fattispecie più lieve, la cosiddetta ragion fattasi. Tuttavia, i giudici di merito avevano già ampiamente dimostrato che non esisteva alcun diritto reale alla base della pretesa economica avanzata dall’imputato.
Il valore delle prove testimoniali
Un aspetto fondamentale della decisione riguarda la valutazione del compendio probatorio. Le dichiarazioni della persona offesa sono state ritenute precise, coerenti e riscontrate da altre fonti dichiarative. In assenza di una ricostruzione alternativa credibile da parte dell’imputato, la prova dell’intento estorsivo è risultata schiacciante.
La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere un nuovo esame dei fatti in sede di legittimità. Se la motivazione della sentenza di appello è logica e completa, il ricorso che si limita a contestare la valutazione delle prove deve essere dichiarato inammissibile.
Le motivazioni
La Suprema Corte ha fondato la propria decisione sull’inammissibilità del ricorso, evidenziando come i motivi proposti fossero meramente riproduttivi di censure già esaminate e respinte dalla Corte d’Appello. I giudici hanno sottolineato che la qualificazione giuridica del fatto come tentata estorsione era corretta, data la piena prova degli elementi costitutivi del reato.
In particolare, è stato valorizzato l’elemento psicologico: l’agente non agiva per tutelare un diritto preesistente, ma per ottenere un vantaggio economico non dovuto. Questo orientamento segue la giurisprudenza consolidata delle Sezioni Unite, che distingue nettamente le due fattispecie in base alla finalità dell’azione e alla legittimità della pretesa.
Le conclusioni
La sentenza conferma il rigore dei giudici nel sanzionare condotte che, dietro lo schermo di una presunta giustizia privata, nascondono reali intenti criminali. La condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende sottolinea la natura pretestuosa del ricorso presentato.
Per i cittadini e le imprese, questo provvedimento serve a ricordare che ogni pretesa economica deve essere gestita attraverso i canali legali istituzionali. Il ricorso alla minaccia o alla violenza, anche quando si crede di avere ragione, comporta rischi penali elevatissimi e conseguenze definitive.
Quando una minaccia diventa tentata estorsione invece di esercizio arbitrario?
Si configura la tentata estorsione quando il soggetto agisce per ottenere un profitto ingiusto senza avere un diritto reale da tutelare, oppure quando usa una violenza sproporzionata che esula dalla semplice tutela di un diritto.
Cosa valuta la Cassazione in questi casi?
La Cassazione verifica se i giudici di merito hanno motivato correttamente la distinzione tra le due fattispecie, analizzando l’intento del colpevole e la legittimità della sua pretesa economica.
Quali sono le conseguenze di un ricorso dichiarato inammissibile?
L’inammissibilità comporta la conferma definitiva della condanna precedente, l’obbligo di pagare le spese processuali e, spesso, una sanzione pecuniaria aggiuntiva in favore della Cassa delle ammende.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 1508 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 1508 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 29/11/2022
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
COGNOME NOME nato a TORRE ANNUNZIATA 1117/DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 05/04/2022 della CORTE APPELLO di MILANO
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
IN FATTO E IN DIRITTO
La Corte di appello di Milano, con sentenza emessa in data 5 aprile 2022, ha confermato la sentenza resa dal Tribunale di Lecco in data 31 ottobre 2019, nei confronti di NOME COGNOME, che ha condannato l’imputata alla pena di giustizia in ordine al reato di tentata estorsione aggravata, cui agli artt. 56 – 629 commi primo e secondo, in relazione all’art. 628, comma terzo, n. 3 bis cod. pen..
Considerato che i motivi di ricorso (replicati con memoria del 3 novembre u.s.) che censurano la manifesta illogicità della motivazione in ordine alla valutazione delle prove e l’erronea applicazione della legge penale in relazione alla qualificazione giuridica alternativa del fatto, ai sensi della più lieve ipotesi di ragi fattasi, di cui all’art. 393 cod. pen., non sono consentiti dalla legge in sede d legittimità poiché meramente riproduttivi di profili di censura già adeguatamente vagliati e disattesi con corretti argomenti giuridici, con cui il ricorrente omette confrontarsi: si veda, in particolare, pag. 5 della sentenza impugnata che valorizza il corposo compendio probatorio a carico della prevenuta, fondato sulle coerenti e precise dichiarazioni della persona offesa, riscontrate da quelle emerse dalla escussione delle concorrenti fonti dichiarative, nonché sulla carenza di una ricostruzione alternativa dei fatti fornita dalla COGNOME; si veda, altresì, pag. 6 della sentenza impugnata il punto di negata riqualificazione del fatto nell’ipotesi di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, atteso che la Corte territoriale non ha correttamente ritenuto ravvisabili gli estremi della fattispecie invocata, reputando per contro pienamente provati tutti gli elementi costitutivi della fattispecie d tentata estorsione, in ragione dell’elemento psicologico che ha orientato la condotta (Sez. U. n. 29541/2020, ric. Filardo);
rilevato, pertanto, che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e, ricorrendo ipotesi di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 29 novembre 2022.