LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Stato di necessità: quando è giustificazione valida?

Un individuo, condannato per false dichiarazioni e possesso di documenti falsi, ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di aver agito in stato di necessità per sfuggire a un presunto reclutamento forzato nel suo paese. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che per invocare lo stato di necessità non basta una semplice affermazione, ma è necessario fornire prove concrete e specifiche di un pericolo imminente, grave e non altrimenti evitabile. La mancanza di tali prove ha reso il ricorso generico e infondato.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Stato di necessità: non basta dirlo, bisogna provarlo

L’ordinamento giuridico prevede delle circostanze, dette cause di giustificazione o esimenti, in presenza delle quali un fatto che normalmente costituirebbe reato perde la sua illiceità. Tra queste, una delle più invocate è lo stato di necessità, disciplinato dall’art. 54 del codice penale. Tuttavia, una recente ordinanza della Corte di Cassazione ci ricorda un principio fondamentale: per beneficiare di questa esimente, non è sufficiente una semplice affermazione, ma è necessario un rigoroso onere di allegazione e prova. Vediamo nel dettaglio il caso e le conclusioni della Suprema Corte.

I Fatti del Caso

Un cittadino straniero veniva condannato in primo e secondo grado per i reati di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale e possesso di documenti di identificazione falsi. L’imputato, attraverso il suo difensore, presentava ricorso in Cassazione, basando la sua difesa principalmente su un punto: avrebbe agito in uno stato di necessità. La sua tesi era di aver commesso i reati per sottrarsi a un pericolo imminente nel suo paese d’origine, specificamente un presunto reclutamento forzato per eventi bellici.

Lo stato di necessità e l’onere della prova

Il primo e più importante motivo di ricorso riguardava proprio il mancato riconoscimento dello stato di necessità da parte dei giudici di merito. La difesa sosteneva che le dichiarazioni dell’imputato fossero sufficienti a dimostrare la situazione di pericolo. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha respinto con forza questa argomentazione, qualificandola come ‘manifestamente infondata, generica e versata in fatto’.

I giudici hanno chiarito che, in tema di cause di giustificazione, non basta una mera indicazione astratta. L’imputato ha un preciso ‘onere di allegazione’, che consiste nel fornire al giudice elementi specifici e concreti idonei a orientare l’accertamento. In altre parole, deve dimostrare di aver agito per un’insuperabile costrizione, sotto la minaccia di un male imminente e non altrimenti evitabile. Il semplice dubbio sull’esistenza dell’esimente, se dovuto a una totale mancanza di prove, non può portare a un’assoluzione.

La genericità del ricorso e la determinazione della pena

Anche il secondo motivo di ricorso, relativo alla presunta eccessività della pena, è stato giudicato inammissibile. La Corte ha osservato che i giudici di merito avevano adeguatamente motivato la loro decisione, tenendo conto non solo della falsa dichiarazione, ma anche del possesso di due documenti contraffatti. Questo elemento, secondo la Corte d’Appello, dimostrava una ‘spiccata capacità a delinquere’ del soggetto, giustificando la pena inflitta nell’ambito del potere discrezionale del giudice.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte Suprema ha dichiarato l’intero ricorso inammissibile. La motivazione centrale risiede nel fatto che l’imputato non ha mai realmente affrontato la ratio decidendi della sentenza d’appello. I giudici di secondo grado avevano specificato che, all’epoca dei fatti (agosto 2019), non risultava alcuna prova di un reclutamento forzato per ‘far fronte agli avvenimenti bellici’. Il ricorso si è limitato a ribadire le dichiarazioni dell’imputato, senza contestare nel merito questa decisiva valutazione fattuale.

Questa mancanza di confronto con il nucleo argomentativo della decisione impugnata rende il ricorso generico. La Cassazione ha ribadito che non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione. Di fronte a un ricorso che si limita a riproporre una tesi già motivatamente respinta, senza aggiungere nuovi elementi o contestare specifici vizi logici, la declaratoria di inammissibilità è inevitabile. Come conseguenza, l’imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Le Conclusioni

Questa ordinanza offre un’importante lezione pratica: invocare una causa di giustificazione come lo stato di necessità è una strategia difensiva che richiede basi solide. Non è sufficiente narrare una situazione di pericolo; è indispensabile supportarla con elementi fattuali, prove concrete e allegazioni specifiche che permettano al giudice di verificare la sussistenza di tutti i requisiti previsti dalla legge. Un’allegazione generica, non provata e che non si confronta con le ragioni della sentenza impugnata, è destinata a essere dichiarata inammissibile, con conseguente condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.

È sufficiente dichiarare di aver agito in stato di necessità per essere assolti?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che la mera indicazione di una situazione astrattamente riconducibile allo stato di necessità, non accompagnata da precisi elementi di prova, non è sufficiente per legittimare un’assoluzione. L’imputato ha un onere di allegazione specifica.

Cosa deve provare chi invoca lo stato di necessità?
Deve allegare e fornire elementi a supporto di tutti gli estremi della causa di giustificazione: di aver agito per un’insuperabile costrizione, di aver subito la minaccia di un male imminente e grave alla persona, che tale pericolo non fosse altrimenti evitabile e non fosse stato da lui volontariamente causato.

Perché il ricorso in questo caso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché manifestamente infondato e generico. L’imputato si è limitato a ribadire le proprie affermazioni senza confrontarsi con le motivazioni specifiche della sentenza di appello (che aveva escluso la prova di un reclutamento forzato all’epoca dei fatti) e senza fornire elementi di prova concreti a sostegno della sua tesi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati