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Stalking: cosa basta per una condanna legittima?

Un individuo condannato per il reato di stalking ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la condanna fosse illegittima perché basata anche su un episodio non esplicitamente menzionato nel capo d’imputazione e perché, a suo dire, mancava la prova di un reale stato di paura della vittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che per il reato di stalking è sufficiente descrivere la condotta persecutoria nel suo complesso, senza dover elencare ogni singolo atto. Ciò che conta è la reiterazione dei comportamenti e l’effetto cumulativo sulla persona offesa.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Stalking: Condanna valida anche senza la contestazione di ogni singolo episodio

Il reato di stalking, o atti persecutori, si caratterizza per la reiterazione di condotte che minano la serenità e la sicurezza della vittima. Ma cosa succede se la condanna si basa anche su un episodio non specificamente descritto nel capo d’imputazione? Con l’ordinanza n. 24846/2024, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: nel reato di stalking, ciò che conta è la condotta persecutoria nel suo complesso, non la pedissequa elencazione di ogni singolo atto. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I fatti del processo

Il caso riguarda un uomo condannato in primo grado e in appello per il delitto di atti persecutori, commessi per un periodo di circa due anni. Le condotte contestate includevano molestie e pedinamenti che avevano costretto la persona offesa a modificare le proprie abitudini di vita, ingenerando in lei un permanente stato di ansia e paura per la propria incolumità.

L’imputato ha presentato ricorso per Cassazione, lamentando principalmente due aspetti. In primo luogo, sosteneva la nullità della sentenza per violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza, poiché era stato condannato anche per un episodio di minaccia non esplicitamente menzionato nell’imputazione. In secondo luogo, chiedeva la riqualificazione del reato in una fattispecie meno grave (molestia o disturbo alle persone, art. 660 c.p.), sostenendo che non fosse stato provato uno degli eventi tipici dello stalking, ovvero il grave stato di paura.

Il principio di correlazione nel reato di Stalking

Il primo motivo di ricorso si basava su un pilastro del diritto processuale penale: un imputato può essere condannato solo per i fatti che gli sono stati chiaramente contestati, per potersi difendere adeguatamente. Secondo la difesa, l’aver considerato un episodio di minaccia non descritto nell’atto di accusa avrebbe leso questo diritto.

La Corte di Cassazione ha respinto questa argomentazione, definendola manifestamente infondata. I giudici hanno chiarito che il delitto di atti persecutori è un “reato abituale”, la cui essenza risiede proprio nella reiterazione dei comportamenti. Di conseguenza, il capo d’imputazione non deve necessariamente contenere un elenco minuzioso di ogni singolo episodio.

È sufficiente che vengano descritti:
* La sequenza generale dei comportamenti tenuti.
* La loro collocazione temporale di massima.
* Le conseguenze prodotte sulla persona offesa.

L’episodio specifico di minaccia, pur non essendo stato elencato, si inseriva perfettamente nella condotta persecutoria complessiva già contestata, avvenuta nello stesso arco temporale. L’imputato, inoltre, aveva avuto piena possibilità di difendersi su questo punto durante il processo, escludendo così qualsiasi pregiudizio concreto al suo diritto di difesa.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte ha ribadito che una violazione del principio di correlazione si verifica solo quando il fatto accertato in sentenza è radicalmente diverso e incompatibile con quello contestato, tanto da rendere impossibile una difesa efficace. Non è questo il caso di un singolo episodio che si inserisce in un quadro persecutorio unitario e già ben delineato nell’accusa.

Per quanto riguarda il secondo motivo, relativo alla mancanza di prova dello stato di paura, la Corte lo ha ritenuto altrettanto inammissibile. I giudici di merito avevano fondato la loro decisione sulle dichiarazioni della persona offesa e di un testimone, le quali avevano ampiamente descritto lo stato di paura e ansia patito dalla vittima a causa delle condotte dell’imputato. Il ricorso non ha saputo contestare efficacemente questa ricostruzione, limitandosi a riproporre argomentazioni difensive già esaminate e respinte nei gradi di giudizio precedenti.

La Cassazione ha sottolineato che è proprio la “reiterazione degli atti considerati tipici” a costituire l’elemento unificante ed essenziale del reato di stalking. Questa ripetizione crea un “progressivo accumulo di disagio” che degenera in uno stato di prostrazione psicologica, concretizzando così il reato.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame conferma un orientamento consolidato e di grande importanza pratica. La condanna per stalking è legittima anche se non tutti i singoli atti persecutori sono stati minuziosamente elencati nel capo d’imputazione. Ciò che rileva è la condotta unitaria e la sua capacità di generare uno degli eventi previsti dalla norma (stato d’ansia, timore per l’incolumità, alterazione delle abitudini di vita). Questa interpretazione garantisce una tutela effettiva alle vittime, evitando che cavilli procedurali possano vanificare l’accertamento di una condotta criminale che trae la sua offensività proprio dalla sua continuità e sistematicità.

È necessario che il capo d’imputazione per stalking elenchi ogni singolo atto persecutorio?
No, non è necessario. Secondo la Corte, per consentire un’adeguata difesa è sufficiente che l’imputazione descriva la sequenza dei comportamenti, la loro collocazione temporale generale e le conseguenze prodotte sulla persona offesa.

Quando si viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza nel reato di stalking?
La violazione si verifica solo quando il fatto accertato in sentenza è talmente diverso e incompatibile con quello contestato da impedire all’imputato di difendersi. Un singolo episodio non esplicitamente descritto, ma che rientra pienamente nella condotta persecutoria contestata, non costituisce una violazione di tale principio.

Cosa rende lo stalking un “reato abituale”?
Lo stalking è definito un reato abituale perché la sua esistenza dipende dalla reiterazione di più condotte nel tempo. È proprio questa ripetizione che fa assumere ai singoli atti un’offensività unitaria, causando nella vittima un accumulo progressivo di disagio che sfocia in ansia, paura o nella necessità di cambiare le proprie abitudini.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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