LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Spese amministrazione giudiziaria: chi paga?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24556/2024, chiarisce la ripartizione delle spese di amministrazione giudiziaria in caso di revoca del sequestro. Viene stabilito che i costi per i professionisti e per l’amministratore, quando le loro attività sono funzionali alla gestione ordinaria e alla produttività dell’azienda, gravano sulla società stessa e non sull’Erario. La decisione si fonda sulla distinzione cruciale tra ‘coadiutori’, che assistono l’ufficio pubblico, e ‘collaboratori’, che operano per il bene dell’impresa.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Spese amministrazione giudiziaria: la Cassazione chiarisce chi deve pagare

In materia di misure di prevenzione patrimoniali, una delle questioni più dibattute riguarda la sorte delle spese di amministrazione giudiziaria sostenute durante il periodo di sequestro, specialmente quando questo viene poi revocato. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 24556 del 2024, offre chiarimenti fondamentali, stabilendo un principio netto: se le spese sono funzionali alla gestione aziendale e alla sua produttività, devono gravare sulla società e non sull’Erario. Analizziamo insieme i dettagli di questa importante decisione.

I fatti del caso: il ricorso contro l’addebito delle spese

Il caso ha origine dal ricorso presentato dalla legale rappresentante di due società immobiliari. A seguito della revoca di un sequestro di prevenzione, la ricorrente aveva richiesto la restituzione delle somme pagate dalle società ai professionisti nominati dall’amministratore giudiziario e quelle percepite dall’amministratore stesso come anticipo sui compensi. Secondo la difesa, tali costi avrebbero dovuto essere a carico dello Stato.

Il ricorso si basava su due argomentazioni principali:
1. I professionisti nominati avrebbero dovuto essere qualificati come ‘coadiutori’ dell’autorità giudiziaria, i cui compensi sono per legge a carico dell’Erario, e non come ‘collaboratori’ della società.
2. I compensi pagati all’amministratore giudiziario erano da intendersi come anticipi sul suo onorario finale (a carico dello Stato) e non come retribuzione per il ruolo di amministratore unico delle società (a carico delle società stesse).

La distinzione chiave nelle spese di amministrazione giudiziaria: Coadiutore vs. Collaboratore

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, basando la sua decisione su una distinzione fondamentale tra la figura del coadiutore e quella del collaboratore. La qualifica non dipende dal nome dato all’incarico (‘nomen iuris’), ma dalla natura e dalla finalità dell’attività concretamente svolta.

Il ruolo del ‘Coadiutore’

Il coadiutore, secondo l’art. 35 del d.lgs. 159/2011, è un soggetto qualificato (tecnico o esperto) che l’amministratore giudiziario può nominare, sotto la propria responsabilità, per farsi assistere. La sua attività è resa in favore dell’ufficio di custodia, ha una natura tendenzialmente ‘statica’ ed è volta a garantire il corretto svolgimento degli adempimenti connessi all’amministrazione giudiziaria. In questo caso, il suo onorario è una spesa di giustizia e, anche in caso di revoca del sequestro, resta a carico dell’Erario.

Il ruolo del ‘Collaboratore’

Il collaboratore, invece, è un soggetto le cui prestazioni assumono un carattere ‘dinamico’ e sono rese in favore della società. Si tratta di attività necessarie alla conservazione e alla gestione dei beni sequestrati, finalizzate a mantenere la produttività aziendale e a perseguire l’utile d’impresa. Rientrano in questa categoria consulenti contabili, fiscali, legali, ingegneri e altre figure professionali che svolgono compiti ordinariamente connessi alla gestione societaria. Le loro spese, essendo funzionali alla redditività dell’azienda, gravano sulla gestione della stessa e non sono rimborsabili dallo Stato in caso di dissequestro.

Il compenso dell’Amministratore Giudiziario come Amministratore della Società

Un secondo punto cruciale affrontato dalla Corte riguarda il compenso dell’amministratore giudiziario quando questi assume anche la carica di amministratore della società sequestrata. La sentenza chiarisce che l’amministrazione giudiziaria si affianca all’organo amministrativo della società, non lo sostituisce necessariamente.

Tuttavia, alla funzione di custodia e controllo di legalità (tipica dell’amministratore giudiziario) si aggiunge la gestione dinamica dell’impresa per preservarne il valore e la posizione sul mercato. Questa seconda attività è svolta nell’interesse della persona giuridica. Di conseguenza, il relativo compenso è da considerarsi una spesa di gestione che grava sulla società amministrata. La Corte ha ritenuto irrilevante il fatto che, prima del sequestro, l’amministratore (che era anche socio) non percepisse un compenso, poiché la legge prevede la retribuzione per l’attività di amministratore, specialmente in contesti complessi.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

Nel caso specifico, la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione del Tribunale di Palermo. Le prestazioni rese dai professionisti (segreteria, consulenza legale, contabile, tecnica e amministrativa) sono state qualificate come attività di collaborazione, poiché strettamente connesse alla gestione ordinaria delle società immobiliari e non meramente funzionali al sequestro. A rafforzare questa conclusione, vi era il fatto che per quattro di questi soggetti era stato successivamente instaurato un rapporto professionale contrattualizzato con le società.

Per quanto riguarda il compenso dell’amministratore, la Corte ha sottolineato che la diversità dei ruoli (amministratore giudiziario e amministratore della società) giustifica una diversa imputazione dei costi. Riconoscere un autonomo compenso a carico della società per la gestione aziendale è ragionevole e previene un’ingiustificata disparità di trattamento rispetto ai casi in cui i due ruoli sono ricoperti da persone diverse.

Le conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

Questa sentenza consolida un principio di fondamentale importanza pratica: i costi legati alla continuità e alla produttività aziendale durante un’amministrazione giudiziaria sono a carico dell’azienda stessa. La distinzione non è formale, ma sostanziale, basata sulla finalità dell’attività prestata. Per le imprese soggette a sequestro, ciò significa che le spese per consulenti e professionisti che contribuiscono alla gestione ordinaria non saranno rimborsate dallo Stato, anche se il sequestro dovesse essere annullato. La decisione, infine, non lascia le società prive di tutela: resta infatti salva la possibilità di agire in sede civile (ex art. 2476 c.c.) per accertare eventuali responsabilità qualora le nomine o i compensi si rivelassero superflui o eccessivi.

Chi paga i compensi dei professionisti nominati dall’amministratore giudiziario in caso di revoca del sequestro?
I compensi sono a carico della società se l’attività dei professionisti è funzionale alla gestione ordinaria e alla redditività dell’azienda (collaboratori). Sono invece a carico dello Stato (Erario) solo se l’attività è meramente strumentale all’esercizio delle funzioni pubbliche di custodia e controllo legale (coadiutori).

Il compenso dell’amministratore giudiziario che assume anche la carica di amministratore della società sequestrata è a carico dello Stato o della società stessa?
La sentenza stabilisce che il compenso per l’attività di gestione dinamica dell’impresa, volta a preservarne il valore e la produttività, è a carico della società. Questo ruolo è distinto da quello di mero custode giudiziario, la cui remunerazione per le funzioni pubblicistiche è a carico dello Stato.

Qual è la differenza tra ‘coadiutore’ e ‘collaboratore’ nell’ambito di un’amministrazione giudiziaria?
La differenza è funzionale, non formale. Il ‘coadiutore’ svolge un’attività di supporto all’ufficio pubblico di custodia, con natura statica e finalizzata al corretto esercizio delle incombenze legate al sequestro. Il ‘collaboratore’, invece, svolge un’attività dinamica in favore della società, necessaria alla sua gestione, conservazione e produttività.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati