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Spaccio lieve entità: Cassazione conferma condanna

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti, confermando la decisione dei giudici di merito di non applicare l’ipotesi di spaccio lieve entità. La valutazione si è basata non solo sulla notevole quantità di droga detenuta (oltre 6.000 dosi), ma anche sul possesso di bilancini, denaro contante e sulle modalità di custodia, elementi ritenuti indicativi di un’attività professionale e non occasionale.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Spaccio Lieve Entità: Quando Quantità e Modalità Escludono l’Ipotesi

L’ipotesi di spaccio lieve entità, prevista dall’articolo 73, comma 5, del Testo Unico sugli Stupefacenti, rappresenta un’importante valvola di sfogo del sistema sanzionatorio, consentendo di applicare pene meno severe per fatti di minore allarme sociale. Tuttavia, la sua applicazione non è automatica e richiede una valutazione complessiva di tutti gli elementi del caso. Con l’ordinanza n. 25670/2024, la Corte di Cassazione ribadisce quali sono gli indici che, se presenti, possono escludere tale qualificazione, delineando il confine tra un’attività marginale e una gestione di tipo professionale.

I Fatti di Causa

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un giovane condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti di tipo leggero (hashish e marijuana). L’imputato, attraverso il suo difensore, aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello lamentando la mancata qualificazione del fatto come spaccio lieve entità. Secondo la difesa, le circostanze del caso avrebbero dovuto portare a un inquadramento giuridico più favorevole e, di conseguenza, a una pena più mite.

La Decisione sullo Spaccio di Lieve Entità

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, dichiarandolo manifestamente infondato e, quindi, inammissibile. Secondo i giudici supremi, il motivo di ricorso non era altro che la riproposizione di una censura già esaminata e correttamente respinta dai giudici di merito. La Corte ha confermato la validità del ragionamento seguito dalla Corte territoriale, che aveva escluso l’ipotesi del fatto di lieve entità sulla base di una serie di elementi concreti e univoci.

Le Motivazioni

Il cuore della decisione risiede nelle motivazioni con cui la Cassazione ha ritenuto corretta la valutazione della Corte d’Appello. I giudici hanno sottolineato come diversi indicatori convergessero nel delineare un’attività di spaccio non occasionale, ma strutturata e professionale. Gli elementi chiave sono stati:

1. Il dato ponderale: La quantità di stupefacente detenuto era significativa, pari a 6.098,7 dosi medie singole. Un numero così elevato è stato considerato sintomatico di un pregresso e consistente approvvigionamento, finalizzato non a un piccolo spaccio, ma a un commercio strutturato.
2. Gli strumenti utilizzati: Il possesso di bilancini di precisione e altro materiale per il frazionamento e il confezionamento delle dosi è stato interpretato come un chiaro segno di una gestione organizzata dell’attività illecita.
3. La disponibilità di denaro: Il ritrovamento di 245 euro in contanti è stato ritenuto un elemento rilevante. Tale somma è stata giudicata incompatibile con la condizione economica dichiarata dall’imputato, disoccupato e privo di fonti di reddito lecite, facendola presumere come provento dello spaccio.
4. Il richiamo alla giurisprudenza consolidata: La Corte ha inoltre specificato che la sua decisione è in linea con il principio di diritto stabilito dalle Sezioni Unite (sentenza Murolo n. 51063/2018), secondo cui l’analisi non deve fermarsi alla sola tipologia di sostanza, ma deve abbracciare tutti gli aspetti della condotta. Di conseguenza, anche in presenza di droghe leggere, la compresenza di un’ingente quantità, di strumenti professionali e di denaro di provenienza illecita è sufficiente a escludere la lieve entità del fatto.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame offre un’importante lezione pratica: la qualificazione di un fatto di spaccio come di ‘lieve entità’ dipende da un’analisi globale che va oltre la natura della sostanza. La professionalità dell’agente, desunta da elementi oggettivi come la quantità detenuta, gli strumenti posseduti e la gestione del denaro, è il fattore decisivo. Questa pronuncia consolida l’orientamento secondo cui quando l’attività di spaccio assume i contorni di una vera e propria impresa commerciale, seppur illecita, non può beneficiare del trattamento sanzionatorio più mite riservato ai casi genuinamente marginali.

Quando si può escludere lo spaccio di lieve entità?
Si può escludere quando una valutazione complessiva degli elementi, come l’ingente quantità di sostanza (nel caso specifico oltre 6.000 dosi), il possesso di strumenti professionali per il confezionamento (bilancini) e la disponibilità di denaro contante incompatibile con le fonti di reddito lecite, indica un’attività di spaccio organizzata e non occasionale.

La sola quantità di droga è sufficiente per negare la qualifica di spaccio di lieve entità?
Sebbene la quantità sia un elemento di grande importanza, la decisione si fonda su un giudizio complessivo. Nel caso di specie, la notevole quantità è stata valutata insieme alle modalità di custodia, alla disponibilità di strumenti per il confezionamento e al possesso di denaro, elementi che insieme hanno delineato un quadro di professionalità nell’attività illecita.

Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
La dichiarazione di inammissibilità comporta, secondo l’art. 616 del codice di procedura penale, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una somma in favore della Cassa delle ammende, che in questo caso è stata fissata in tremila euro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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