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Sicurezza sul lavoro COVID: assolto il datore di lavoro

La Corte di Cassazione ha confermato l’assoluzione di un datore di lavoro del settore della grande distribuzione, accusato di violazioni in materia di sicurezza per non aver adottato misure come barriere adeguate e DPI specifici (FFP2) durante la pandemia. La Corte ha stabilito che la normativa emergenziale e i relativi protocolli costituivano un regime derogatorio rispetto alle norme ordinarie. Di conseguenza, l’adempimento delle prescrizioni contenute nei protocolli era sufficiente a esonerare il datore di lavoro da responsabilità penale per la gestione del rischio da contagio, definendo un nuovo e specifico standard di diligenza per la sicurezza sul lavoro COVID.

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Pubblicato il 22 febbraio 2026 in Diritto del Lavoro, Diritto Penale, Giurisprudenza Penale

Sicurezza sul lavoro COVID: Assolto il Datore di Lavoro che ha seguito i Protocolli

Con una recente sentenza, la Corte di Cassazione ha messo un punto fermo su una questione cruciale emersa durante la pandemia: la responsabilità penale del datore di lavoro in materia di sicurezza sul lavoro COVID. La Suprema Corte ha confermato che l’applicazione scrupolosa dei protocolli e della normativa emergenziale era sufficiente a escludere il reato, anche se le misure adottate non corrispondevano agli standard ordinari previsti dal D.Lgs. 81/2008.

I Fatti del Caso

Il caso riguardava il presidente del consiglio di amministrazione di una grande catena di supermercati, imputato per una serie di violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro in un punto vendita. Le accuse, mosse a seguito di un’ispezione, vertevano su tre punti principali:

1. Mancata adozione di strutture idonee a garantire la distanza interpersonale di almeno un metro tra cassieri e clienti.
2. Omessa indicazione nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) delle specifiche misure preventive e protettive contro il rischio da virus SARS-CoV-2.
3. Mancata fornitura ai dipendenti di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) adeguati al rischio, come le mascherine FFP2.

Il Tribunale di primo grado aveva assolto l’imputato, ma la Procura della Repubblica aveva presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la normativa emergenziale non avesse sospeso gli obblighi generali di sicurezza.

La Tesi dell’Accusa e la questione della sicurezza sul lavoro COVID

Il Pubblico Ministero ricorrente sosteneva una tesi rigorosa: la legislazione speciale introdotta durante la pandemia, inclusi i famosi protocolli condivisi tra Governo e parti sociali, non poteva essere interpretata come uno “scudo penale”. Secondo l’accusa, queste norme non avevano derogato al principio fondamentale della massima sicurezza tecnologicamente possibile, sancito dall’art. 2087 del codice civile e dal Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008). In altre parole, il datore di lavoro avrebbe dovuto comunque adottare ogni misura possibile per proteggere i lavoratori, a prescindere da quanto indicato nei protocolli, i quali potevano al massimo essere considerati come “buone prassi”.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura, confermando in toto la sentenza di assoluzione. I giudici hanno stabilito che l’interpretazione del Tribunale era corretta: la normativa emergenziale aveva introdotto un vero e proprio regime derogatorio rispetto alla disciplina ordinaria, ridefinendo temporaneamente gli obblighi di sicurezza per lo specifico rischio da contagio.

Le Motivazioni

Il cuore della decisione risiede nell’analisi del rapporto tra la normativa ordinaria e quella emergenziale. La Corte ha spiegato che, di fronte a un rischio nuovo, sconosciuto e di eccezionale gravità, il legislatore è intervenuto per fornire regole di cautela specifiche e concrete, contenute sia in decreti legge sia nei protocolli da essi richiamati.

1. Il Ruolo dei Protocolli: L’art. 29-bis del D.L. n. 23/2020 è stato decisivo. Questa norma affermava esplicitamente che, ai fini della tutela contro il contagio, i datori di lavoro “adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice civile mediante l’applicazione” delle prescrizioni contenute nei protocolli. La Cassazione ha chiarito che non si trattava di un mero limite alla responsabilità civile, ma di una ridefinizione dell’obbligo di sicurezza stesso. Applicare i protocolli significava, per legge, aver adempiuto al dovere di tutela.

2. Impossibilità della “Massima Sicurezza”: La Corte ha sottolineato come fosse impossibile, in quel contesto, individuare concretamente e ex ante un livello di “massima tutela” perseguibile. Pretendere che un datore di lavoro andasse oltre i protocolli, ricercando soluzioni non ancora testate o definite, avrebbe significato attribuirgli una responsabilità basata su una valutazione retroattiva (ex post), in violazione dei principi di certezza del diritto.

3. Deroghe Specifiche: Anche norme specifiche, come l’art. 16 del D.L. n. 18/2020, confermavano questo approccio. Tale articolo qualificava le mascherine chirurgiche come DPI idonei per tutti i lavoratori impossibilitati a mantenere la distanza di un metro. Questa disposizione legislativa offriva una “soluzione” diretta e specifica, che prevaleva sulla normativa generale che avrebbe potuto richiedere DPI di categoria superiore.

Le Conclusioni

La sentenza rappresenta un principio di fondamentale importanza per tutti i datori di lavoro che hanno operato durante l’emergenza sanitaria. La Corte di Cassazione ha sancito che, in una situazione di eccezionalità, l’osservanza delle regole speciali dettate dal legislatore per gestire quella specifica emergenza è sufficiente a integrare il rispetto degli obblighi di sicurezza. Non è possibile, a posteriori, contestare al datore di lavoro di non aver fatto “di più”, quando ha scrupolosamente seguito le indicazioni fornite dalle autorità competenti per fronteggiare un rischio inedito. Questo approccio garantisce la certezza del diritto e riconosce la natura eccezionale e derogatoria della legislazione pandemica in materia di sicurezza sul lavoro COVID.

Durante l’emergenza COVID, un datore di lavoro poteva essere accusato di reato se non forniva mascherine FFP2 ma solo chirurgiche?
No. La sentenza chiarisce che la normativa emergenziale (in particolare l’art. 16 del D.L. n. 18/2020) considerava le mascherine chirurgiche come DPI idonei nei casi in cui fosse impossibile mantenere la distanza di un metro, derogando alle norme ordinarie.

L’applicazione dei protocolli anti-COVID era sufficiente a escludere la responsabilità penale del datore di lavoro?
Sì. Secondo la Cassazione, l’art. 29-bis del D.L. n. 23/2020 stabiliva che l’adempimento dell’obbligo di sicurezza (ex art. 2087 c.c.) si realizzava proprio mediante l’applicazione delle misure contenute nei protocolli condivisi. Questo valeva anche ai fini della responsabilità penale, non solo civile.

Il principio della “massima sicurezza tecnologicamente possibile” (art. 2087 c.c.) è stato sospeso durante la pandemia?
In relazione allo specifico rischio da COVID-19, sì. La Corte ha ritenuto che la normativa emergenziale avesse temporaneamente rimodulato questo principio, sostituendolo con le specifiche prescrizioni dei protocolli, poiché era impossibile definire ex ante un livello di “massima tutela” per un rischio nuovo e sconosciuto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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