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Sequestro preventivo: la motivazione è obbligatoria

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso contro un’ordinanza di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per sproporzione. La Corte ha ribadito che il ‘periculum in mora’ non può mai essere presunto, ma deve essere concretamente motivato. In questo caso, un’intercettazione che rivelava l’intento di occultare i beni è stata ritenuta una motivazione sufficiente a giustificare la misura cautelare, sanando un errore di diritto commesso dal Tribunale del riesame.

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Pubblicato il 16 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Sequestro preventivo: il pericolo di dispersione dei beni deve essere provato, non presunto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32705/2024, torna su un tema cruciale delle misure cautelari reali: il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per sproporzione. La pronuncia ribadisce un principio fondamentale, già sancito dalle Sezioni Unite: il periculum in mora, ovvero il pericolo che i beni vengano dispersi prima della sentenza definitiva, non può mai essere considerato implicito, ma deve essere oggetto di una motivazione specifica e concreta da parte del giudice.

I fatti del caso

Il caso origina da un ricorso presentato contro un’ordinanza del Tribunale del riesame di Lecce, che aveva confermato un decreto di sequestro preventivo su beni di una persona indagata per reati legati agli stupefacenti. La misura era finalizzata alla cosiddetta ‘confisca per sproporzione’ (art. 240-bis c.p.), che colpisce i beni il cui valore è sproporzionato rispetto al reddito dichiarato e di cui non si riesce a giustificare la lecita provenienza.

La difesa sosteneva che sia il primo provvedimento del GIP sia l’ordinanza del riesame fossero illegittimi per omessa motivazione sul periculum in mora. In altre parole, i giudici non avrebbero spiegato perché fosse necessario e urgente ‘congelare’ i beni in quella fase del procedimento, senza attendere la conclusione del processo.

La ‘doppia motivazione’ del Tribunale e il principio delle Sezioni Unite

Il Tribunale del riesame aveva giustificato la propria decisione con una ‘doppia motivazione’.

1. La motivazione errata: In primo luogo, il Tribunale aveva affermato che, in questo tipo di sequestro, il periculum in mora non necessita di una specifica motivazione, in quanto sarebbe insito nella natura stessa della misura (in re ipsa). Questa tesi, però, era stata espressamente sconfessata dalla storica sentenza ‘Ellade’ delle Sezioni Unite della Cassazione (n. 36959/2021). Le Sezioni Unite hanno chiarito che, per rispettare i principi di proporzionalità e il diritto di proprietà, il giudice deve sempre spiegare le ragioni concrete che rendono necessaria l’anticipazione dell’effetto ablativo.
2. La motivazione corretta: In secondo luogo, il Tribunale aveva richiamato un’intercettazione telefonica del 3 settembre 2021. In questa conversazione, l’indagata discuteva con un’altra persona dell’intenzione di occultare le proprie disponibilità patrimoniali per evitare sequestri e confische a seguito dell’arresto del suo compagno. Questo elemento, a differenza del primo, costituiva una prova concreta del pericolo di dispersione dei beni.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Sesta Sezione Penale della Cassazione ha rigettato il ricorso, pur riconoscendo l’errore di diritto commesso dal Tribunale del riesame nel suo primo argomento. La Corte ha spiegato che un errore nella motivazione non porta automaticamente all’annullamento del provvedimento se esiste un’altra ratio decidendi (ragione della decisione) autonoma e sufficiente a sorreggerlo.

In questo caso, la seconda motivazione, basata sull’intercettazione telefonica, è stata ritenuta pienamente valida e sufficiente. L’esplicito intento dell’indagata di nascondere i propri beni rappresentava la prova lampante di quel ‘pericolo nel ritardo’ che giustifica l’adozione del sequestro preventivo. Di conseguenza, la Corte ha ‘corretto’ la motivazione dell’ordinanza impugnata, eliminando il riferimento al periculum in re ipsa, ma ha confermato la legittimità della misura cautelare.

Conclusioni

Questa sentenza è un’importante conferma dei principi espressi dalle Sezioni Unite. Per i giudici, non è sufficiente richiamare la gravità dei reati contestati per giustificare un sequestro preventivo. È necessario individuare e indicare nel provvedimento elementi fattuali specifici che dimostrino il rischio concreto e attuale che l’indagato possa disperdere, occultare o modificare il proprio patrimonio. La presenza di una conversazione intercettata che rivela tale intenzione, come nel caso di specie, costituisce una motivazione solida e inattaccabile per l’applicazione della misura.

È sempre necessario motivare il ‘periculum in mora’ in un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per sproporzione?
Sì, la Corte di Cassazione, richiamando le Sezioni Unite, ha stabilito che il provvedimento di sequestro preventivo deve sempre contenere una concisa motivazione sul ‘periculum in mora’, cioè sul rischio concreto che i beni possano essere dispersi o occultati prima della fine del processo. Non è ammessa una motivazione presunta o ‘in re ipsa’.

Cosa può costituire una prova concreta del ‘periculum in mora’?
Una prova concreta può essere qualsiasi elemento fattuale che dimostri l’intenzione o il rischio di dispersione dei beni. Nella sentenza in esame, è stata ritenuta sufficiente un’intercettazione telefonica da cui emergeva la chiara volontà dell’indagata di occultare le proprie disponibilità patrimoniali per evitare le misure giudiziarie.

Un errore di diritto nella motivazione del Tribunale comporta sempre l’annullamento dell’ordinanza?
No. Se il provvedimento si basa su una ‘doppia motivazione’, e una delle due è errata in diritto ma l’altra è autonoma, corretta e sufficiente a giustificare la decisione, la Corte di Cassazione può rigettare il ricorso. L’errore viene corretto in motivazione, ma il dispositivo (cioè la decisione finale) resta valido.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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