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Sequestro per equivalente: no alla solidarietà passiva

La Cassazione annulla un’ordinanza di sequestro per equivalente per reati fiscali. Il sequestro era stato applicato per l’intero profitto a uno dei co-indagati, in violazione del principio che esclude la solidarietà passiva e impone di commisurare la misura alla quota di profitto effettivamente conseguita da ciascuno. Confermato invece il rigetto degli altri motivi su competenza territoriale e sussidiarietà del sequestro.

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Pubblicato il 21 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Sequestro per equivalente e reati fiscali: la Cassazione ribadisce lo stop alla solidarietà

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sentenza n. 992/2026) offre importanti chiarimenti in materia di sequestro per equivalente nei reati tributari commessi in concorso. La Corte ha annullato parzialmente un’ordinanza che aveva applicato la misura cautelare per l’intero importo del profitto illecito a carico di uno solo degli indagati, riaffermando un principio fondamentale: la responsabilità patrimoniale deve essere ripartita in base alla quota di profitto effettivamente conseguita da ciascun concorrente, escludendo ogni forma di solidarietà passiva.

I Fatti del Caso: Un’Accusa di Frode Fiscale

Il caso nasce da un’indagine per reati fiscali a carico degli amministratori di fatto di una ditta individuale. L’accusa era quella di aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti negli anni d’imposta 2017, 2018 e 2019, al fine di evadere le imposte sui redditi e l’IVA, per un profitto illecito calcolato in circa 240.000 euro. Il Giudice per le Indagini Preliminari (G.I.P.) aveva disposto un sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, per l’intera somma nei confronti degli indagati. Il Tribunale del Riesame aveva confermato il provvedimento, ma uno degli indagati ha proposto ricorso in Cassazione.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

La difesa ha basato il proprio ricorso su tre motivi principali:
1. Violazione del principio di proporzionalità: Si contestava l’applicazione del sequestro per l’intero importo del profitto, senza una verifica della quota effettivamente ottenuta dalla ricorrente.
2. Violazione del principio di sussidiarietà: Si sosteneva che l’autorità giudiziaria avrebbe dovuto prima tentare di aggredire il patrimonio della ditta individuale (confisca diretta) e solo in caso di impossibilità procedere con il sequestro per equivalente sui beni personali degli amministratori.
3. Incompetenza territoriale: Si eccepiva la competenza del Tribunale di un’altra città, dove era già pendente un procedimento per un reato connesso (emissione di fatture false).

Le Motivazioni della Corte di Cassazione sul sequestro per equivalente

La Suprema Corte ha accolto solo il primo motivo di ricorso, ritenendo gli altri due infondati.

Per quanto riguarda la competenza territoriale, i giudici hanno chiarito che, in caso di reati connessi di pari gravità, la competenza si radica presso il giudice del ‘primo reato’. Nel caso specifico, il primo illecito era stato accertato nel circondario del Tribunale di Savona, rendendo corretta la sua competenza. Il criterio del luogo di prima iscrizione della notizia di reato, invocato dalla difesa, è solo residuale e non applicabile in questo contesto.

Anche il motivo sulla sussidiarietà è stato respinto. La Corte ha spiegato che, essendo il profitto del reato un ‘risparmio di spesa’ (le tasse non pagate), non esiste un bene materiale derivante dal reato da poter aggredire direttamente. Inoltre, trattandosi di una ditta individuale, il suo patrimonio si confonde con quello della persona fisica titolare, rendendo legittima l’aggressione diretta ai beni degli amministratori di fatto.

Il Principio di Proporzionalità del sequestro per equivalente

Il punto cruciale della decisione riguarda il primo motivo. La Cassazione ha stabilito che il Tribunale del Riesame ha errato nel confermare il sequestro per l’intero profitto a carico di entrambi gli indagati. Richiamando un’importante sentenza delle Sezioni Unite (la c.d. sentenza ‘Massini’), la Corte ha ribadito che nel concorso di persone nel reato deve essere esclusa ogni forma di solidarietà passiva.

Ciò significa che la misura cautelare non può colpire uno dei concorrenti per l’intero profitto, ma deve essere limitata alla parte che si presume ciascuno abbia effettivamente conseguito. Il Tribunale aveva giustificato la sua decisione sulla base di una presunta comunione e indivisibilità del profitto, derivante dalla gestione congiunta dell’attività. Tale presunzione, però, non è sufficiente. Spetta al giudice, già in fase cautelare, tentare di individuare la quota di arricchimento del singolo, e solo in caso di impossibilità è legittima una ripartizione in parti uguali.

Conclusioni: L’Impatto della Decisione

La sentenza consolida un orientamento giurisprudenziale di grande importanza pratica. Viene rafforzata la tutela del singolo indagato, impedendo che possa essere chiamato a rispondere patrimonialmente per un profitto superiore a quello effettivamente percepito. La decisione impone ai giudici di merito un obbligo motivazionale più stringente, richiedendo una valutazione, anche sommaria, della ripartizione del profitto illecito tra i vari concorrenti prima di disporre un sequestro per equivalente. L’ordinanza è stata quindi annullata su questo punto, con rinvio al Tribunale per una nuova valutazione che tenga conto di tale fondamentale principio di diritto.

In caso di concorso di persone in un reato tributario, il sequestro per equivalente può essere disposto per l’intero profitto a carico di un solo indagato?
No. La Corte di Cassazione, richiamando una sentenza delle Sezioni Unite, ha stabilito che va esclusa ogni forma di solidarietà passiva. Il sequestro deve essere disposto nei confronti di ciascun concorrente limitatamente alla quota di profitto che ha effettivamente conseguito.

Quando il profitto di un reato fiscale consiste in un “risparmio di spesa”, è necessario tentare prima la confisca diretta sui beni dell’ente prima di procedere al sequestro per equivalente a carico degli amministratori?
No. La Corte ha chiarito che quando il profitto è un “risparmio di spesa”, non esiste un bene materiale direttamente derivante dal reato da poter aggredire con confisca diretta. Inoltre, nel caso di una ditta individuale, il patrimonio dell’ente si confonde con quello della persona fisica, rendendo l’aggressione diretta al patrimonio degli amministratori di fatto coerente.

Come si determina la competenza territoriale in caso di reati fiscali connessi commessi in luoghi diversi?
In caso di reati connessi di pari gravità, la competenza è determinata dal “primo reato” commesso. Se il luogo di commissione di tale reato è noto o accertabile, questo radica la competenza. Il criterio del luogo di iscrizione della prima notizia di reato è solo residuale e si applica in casi specifici, come la commissione di più illeciti nello stesso periodo d’imposta in luogo ignoto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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