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Sequestro per equivalente: finanziamenti e bilanci falsi

La Corte di Cassazione ha confermato un sequestro per equivalente a carico di amministratori di una società che avevano ottenuto ingenti finanziamenti statali, garantiti durante l’emergenza Covid, presentando bilanci falsificati per nascondere una preesistente situazione di crisi. La sentenza chiarisce che il profitto del reato, e quindi l’importo del sequestro, corrisponde all’intero valore del finanziamento ottenuto illecitamente, e non a una sua frazione.

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Pubblicato il 16 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Sequestro per Equivalente per Finanziamenti Indebiti: L’Analisi della Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3266/2026, ha affrontato un caso di grande attualità relativo all’indebita percezione di erogazioni pubbliche, confermando la legittimità di un sequestro per equivalente nei confronti di amministratori societari. Questa decisione consolida principi fondamentali sulla quantificazione del profitto del reato e sui presupposti delle misure cautelari reali in contesti di false dichiarazioni per l’accesso a finanziamenti garantiti dallo Stato.

I Fatti del Caso

Il caso riguarda gli amministratori di un consorzio operante nel commercio estero, accusati di aver ottenuto finanziamenti per diversi milioni di euro, disciplinati dalla normativa emergenziale (d.l. n. 23 del 2020), attestando falsamente lo stato di salute della società. Attraverso la produzione di bilanci falsificati, avevano nascosto una grave situazione di difficoltà finanziaria preesistente alla pandemia, condizione che avrebbe precluso l’accesso ai fondi.

A seguito di un appello del Pubblico Ministero, il Tribunale di Genova aveva disposto un ingente sequestro per equivalente sui beni degli indagati. Questi ultimi hanno proposto ricorso per Cassazione, lamentando vizi procedurali, la violazione del principio del ne bis in idem (poiché una precedente istanza di sequestro era stata rigettata) e un’errata valutazione dei presupposti del sequestro stesso, come il fumus boni delicti e il periculum in mora, oltre a contestare la quantificazione del profitto del reato.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato integralmente i ricorsi, ritenendoli infondati. La decisione ha confermato in toto l’ordinanza del Tribunale, solidificando l’impianto accusatorio e la legittimità della misura cautelare applicata. Gli Ermellini hanno svolto un’analisi dettagliata di ogni motivo di ricorso, offrendo importanti chiarimenti sui principi che governano il sequestro per equivalente.

Le motivazioni e la corretta applicazione del sequestro per equivalente

La Corte ha smontato punto per punto le argomentazioni difensive. In primo luogo, ha escluso la violazione del ne bis in idem, specificando che tale principio non impedisce l’emissione di un nuovo sequestro quando il precedente è stato annullato per motivi puramente formali (come un difetto di motivazione) e, soprattutto, quando la nuova richiesta si fonda su elementi probatori acquisiti successivamente.

La valutazione del ‘fumus delicti’ e del ‘periculum in mora’

Per quanto riguarda il fumus boni delicti, la Cassazione ha ritenuto corretta la valutazione del Tribunale. La sussistenza del reato era adeguatamente provata dalle false attestazioni presentate per ottenere i finanziamenti, secondo cui l’impresa non si trovava in difficoltà al 31/12/2019. Tale affermazione era smentita dai bilanci degli anni precedenti e da una relazione del Commissario Giudiziale che ne attestava la totale inaffidabilità.
Anche il periculum in mora è stato ritenuto correttamente motivato. Il pericolo di dispersione del patrimonio è stato desunto non solo dalla situazione di assoluta insolvenza della società, ma anche dagli ingenti compensi percepiti dagli amministratori (ingiustificati data la crisi aziendale) e dai tentativi di rendere i propri patrimoni personali non aggredibili dai creditori.

La quantificazione del profitto del reato

Uno dei punti più significativi della sentenza riguarda la determinazione del profitto confiscabile. La difesa sosteneva che il profitto dovesse essere calcolato in misura inferiore, ad esempio limitandolo ai compensi degli amministratori o decurtando le somme parzialmente restituite. La Cassazione ha ribadito un principio consolidato: nel reato di indebita percezione di erogazioni, il profitto coincide con l’intero importo del finanziamento illecitamente ottenuto. Il ragionamento è lineare: senza le false dichiarazioni, il rapporto contrattuale non si sarebbe mai perfezionato e nessuna somma sarebbe stata erogata. Pertanto, l’intero finanziamento costituisce un vantaggio patrimoniale indebito derivante dal reato.

Le motivazioni

La Corte di Cassazione ha motivato il rigetto dei ricorsi basandosi su principi giuridici consolidati e sulla corretta applicazione delle norme procedurali e sostanziali da parte del giudice di merito. In primo luogo, ha chiarito che il principio del ne bis in idem in ambito cautelare non è assoluto: una nuova misura è ammissibile se la precedente è stata annullata per vizi formali e si fonda su nuove prove. Nel caso di specie, l’acquisizione delle domande di finanziamento e delle analisi bancarie costituiva un elemento nuovo che superava il precedente rigetto.

In secondo luogo, la motivazione sul fumus delicti è stata ritenuta adeguata, poiché basata sull’evidente contrasto tra le dichiarazioni rese per ottenere i fondi e la reale situazione economica della società, comprovata da documenti contabili e perizie. Per il periculum in mora, la Corte ha validato il ragionamento del Tribunale, che ha correttamente dedotto il rischio di dispersione del patrimonio dall’insolvenza della società beneficiaria e dalle condotte degli amministratori volte a proteggere i propri beni personali a scapito dei creditori.

Infine, la motivazione sulla quantificazione del profitto è stata ritenuta ineccepibile. Il Tribunale ha correttamente identificato il profitto con l’intero importo dei finanziamenti, poiché l’erogazione è stata la conseguenza diretta e immediata della condotta illecita, senza la quale nessun contratto si sarebbe perfezionato. Le argomentazioni difensive su una quantificazione ridotta sono state giudicate generiche e prive di riscontri probatori.

Le conclusioni

Questa sentenza riafferma con forza alcuni capisaldi in materia di reati contro la pubblica amministrazione e misure cautelari reali. In particolare:
1. Profitto del reato: Nei casi di finanziamenti ottenuti tramite false attestazioni, il profitto da sottoporre a sequestro per equivalente è l’intero importo erogato, in quanto rappresenta il vantaggio economico diretto e immediato della condotta criminosa.
2. Ne bis in idem cautelare: L’annullamento di un provvedimento cautelare per vizi formali non crea una preclusione assoluta. È possibile emettere una nuova misura se supportata da elementi probatori precedentemente non valutati.
3. Onere della prova: Spetta alla difesa dimostrare circostanze che possano ridurre l’entità del sequestro, come l’avvenuta restituzione di parte delle somme. Una generica allegazione non è sufficiente a scalfire la validità della misura.

Quando si ottiene un finanziamento garantito dallo Stato con documenti falsi, quale è il profitto del reato confiscabile?
Secondo la sentenza, il profitto del reato corrisponde all’intero importo del finanziamento indebitamente ottenuto. Questo perché, senza le false attestazioni, il contratto di finanziamento non si sarebbe mai perfezionato e nessuna somma sarebbe stata erogata.

È possibile emettere un nuovo sequestro se un precedente provvedimento è stato annullato?
Sì, è possibile. Il principio del ‘ne bis in idem’ non impedisce l’emissione di un nuovo sequestro se il provvedimento precedente è stato annullato per motivi esclusivamente formali (es. difetto di motivazione) e se la nuova richiesta si basa su elementi probatori nuovi, precedentemente non disponibili o non esaminati.

Come si valuta il ‘periculum in mora’ in un caso di sequestro per equivalente?
Il ‘periculum in mora’, ovvero il pericolo che i beni vengano dispersi, può essere desunto da una serie di elementi, tra cui la situazione di assoluta insolvenza della società che ha beneficiato del reato, gli ingenti compensi percepiti dagli amministratori in contrasto con la condizione economica della società, e le azioni volte a rendere il patrimonio personale non aggredibile dai creditori.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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