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Rivelazione segreti d’ufficio e info negative: è reato

La Corte di Cassazione ha stabilito che la rivelazione segreti d’ufficio si configura anche quando un pubblico ufficiale comunica a un privato l’assenza di nuove iscrizioni a suo carico in banche dati riservate. Sebbene l’imputato fosse stato prosciolto per la particolare tenuità del fatto, ha impugnato la sentenza. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che anche una ‘comunicazione negativa’ viola il segreto imposto dalla legge, ledendo il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione.

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Pubblicato il 11 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Rivelazione segreti d’ufficio: è reato anche comunicare l’assenza di notizie

La Corte di Cassazione, con una recente sentenza, ha affrontato un caso delicato in materia di rivelazione segreti d’ufficio, stabilendo un principio di notevole importanza pratica. La questione centrale era se un pubblico ufficiale commettesse reato comunicando a un cittadino non l’esistenza di procedimenti a suo carico, ma la loro assenza. La risposta della Suprema Corte è stata affermativa, ribadendo la necessità di tutelare il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione.

I Fatti del Caso

Un pubblico ufficiale veniva accusato del reato previsto dall’art. 326 del Codice Penale per aver rivelato a un cittadino informazioni riservate. Nello specifico, la contestazione riguardava la comunicazione che, all’interno della banca dati del Sistema Informativo Interforze (S.D.I.), non risultavano nuove iscrizioni pregiudizievoli a carico del soggetto, il quale era già a conoscenza delle precedenti.
Sia in primo grado che in appello, i giudici riconoscevano la sussistenza del fatto-reato, ma dichiaravano l’imputato non punibile per la particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis c.p. Nonostante l’esito favorevole in termini di pena, l’imputato decideva di ricorrere in Cassazione, chiedendo un’assoluzione nel merito per insussistenza del fatto, al fine di ottenere una completa cancellazione del pregiudizio derivante dall’iscrizione della sentenza nel casellario giudiziale.

Le Argomentazioni Difensive e la rivelazione segreti d’ufficio

Il ricorso si fondava su tre motivi principali:
1. Violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza: La difesa sosteneva che l’imputato era stato condannato per un fatto diverso da quello contestato. L’accusa iniziale riguardava la rivelazione di procedimenti e condanne esistenti, mentre la condanna si basava sulla cosiddetta “comunicazione negativa”, ovvero la conferma dell’assenza di nuove annotazioni.
2. Travisamento della prova: Secondo il ricorrente, i giudici di merito avevano interpretato erroneamente il contenuto di una conversazione intercettata, attribuendole un significato di rassicurazione sulla mancanza di nuove pendenze che, in realtà, non emergeva dal testo. Inoltre, sarebbe stato materialmente impossibile per l’imputato fornire tale informazione, non avendo accesso diretto al sistema.
3. Insussistenza del pericolo concreto: Si contestava la mancanza di un elemento costitutivo del reato di rivelazione segreti d’ufficio, ossia il pericolo concreto di un danno per la Pubblica Amministrazione. La difesa argomentava che la comunicazione non aveva arrecato alcun pregiudizio effettivo.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, respingendo tutte le argomentazioni difensive con motivazioni approfondite.

Sulla Correlazione tra Accusa e Sentenza

La Corte ha chiarito che il principio di correlazione mira a proteggere il diritto di difesa. Nel caso di specie, l’imputato era stato pienamente consapevole, già durante i gradi di merito, che l’accusa si estendeva anche all’aspetto della “comunicazione negativa” e si era difeso anche su tale profilo. Pertanto, non vi era stata alcuna lesione del diritto di difesa.

Sulla Rivelazione Segreti d’Ufficio e il Travisamento della Prova

Sul secondo motivo, la Cassazione ha ribadito che il suo ruolo non è quello di riesaminare il merito delle prove, ma solo di verificare la logicità della motivazione. I giudici di merito avevano concluso, in modo non manifestamente illogico, che l’imputato, avendo accesso a fascicoli riservati concernenti il cittadino, era in grado di fornire informazioni sull’assenza di ulteriori pendenze. Richiedere una diversa interpretazione delle prove esula dalle competenze del giudice di legittimità.

Sul Pericolo Concreto per l’Amministrazione

Questo è il punto centrale della decisione. La Corte ha ribadito che il reato di rivelazione segreti d’ufficio è un reato di pericolo concreto. Il bene giuridico tutelato è il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Secondo la giurisprudenza consolidata, quando è la legge stessa a imporre un obbligo di segretezza su determinati atti o fatti (come le informazioni contenute nella banca dati S.D.I.), la loro divulgazione integra di per sé il pericolo richiesto dalla norma.

La comunicazione dell’assenza di iscrizioni non è un’informazione neutra. Un cittadino può ottenere tali notizie solo attraverso procedure formali e, anche in quel caso, l’autorità giudiziaria può disporre la segretazione di alcuni atti. Fornire informalmente questa informazione, anche se “negativa”, costituisce una violazione dei doveri d’ufficio e lede l’interesse dell’amministrazione a gestire le informazioni secondo le regole prestabilite. Il danno non risiede nel contenuto dell’informazione, ma nell’atto stesso della sua illecita divulgazione.

Conclusioni

La sentenza conferma un orientamento di grande rigore nella tutela del segreto d’ufficio. Emerge chiaramente che qualsiasi informazione attinta da banche dati riservate, se comunicata al di fuori dei canali istituzionali, può integrare il reato di cui all’art. 326 c.p. Per i pubblici ufficiali, ciò significa che non solo è vietato rivelare notizie coperte da segreto, ma è altrettanto illecito confermare l’assenza di tali notizie. La pronuncia sottolinea come la protezione del buon andamento della Pubblica Amministrazione prevalga sulla natura, positiva o negativa, dell’informazione rivelata.

Rivelare a un cittadino che non ci sono nuove denunce a suo carico è reato?
Sì. Secondo la sentenza, anche la comunicazione dell’assenza di nuove iscrizioni pregiudizievoli in una banca dati riservata integra il reato di rivelazione di segreti d’ufficio (art. 326 c.p.), poiché riguarda informazioni che per legge devono rimanere segrete e accessibili solo tramite procedure formali.

Perché la comunicazione di un’informazione ‘negativa’ è considerata un danno per la Pubblica Amministrazione?
Il danno non deriva dal contenuto dell’informazione, ma dalla violazione delle procedure. Il reato tutela il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione, che vengono lesi quando un pubblico ufficiale divulga informazioni riservate al di fuori dei canali ufficiali, minando l’integrità e la correttezza della gestione delle notizie coperte da segreto.

È possibile impugnare in Cassazione una sentenza di proscioglimento per ‘particolare tenuità del fatto’?
Sì, la Corte di Cassazione ha confermato che l’impugnazione da parte dell’imputato è ammissibile. L’imputato ha un interesse concreto a rimuovere la sentenza dal proprio casellario giudiziale, ottenendo un’assoluzione piena nel merito che cancelli ogni traccia del procedimento, anche se non ha comportato una pena.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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