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Risarcimento danni in appello: la Cassazione decide

Un individuo, condannato per minacce, ricorre in Cassazione contestando sia la valutazione della testimonianza della vittima sia la liquidazione del risarcimento danni in appello, avvenuta senza un’impugnazione specifica della parte civile. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove è compito del giudice di merito e che l’appello dell’imputato sulla responsabilità penale trasferisce al giudice superiore anche la competenza a liquidare il danno precedentemente concesso solo in via generica.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Risarcimento danni in appello: quando il giudice può decidere senza appello della parte civile?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25036 del 2024, affronta due questioni cruciali nel processo penale: la valutazione della testimonianza della persona offesa e i poteri del giudice di secondo grado in materia di risarcimento danni in appello. La pronuncia chiarisce che l’impugnazione dell’imputato sulla propria colpevolezza estende automaticamente la valutazione del giudice anche alle statuizioni civili, inclusa la liquidazione del danno.

I fatti del caso: dalle minacce al ricorso in Cassazione

Il caso trae origine da una condanna per il reato di minacce. L’imputato era stato ritenuto colpevole sia in primo grado che in appello per aver proferito frasi minacciose nei confronti della parte civile, culminate nell’espressione “vado a prendere il fucile”. La condanna si basava principalmente sulla testimonianza della persona offesa. Il Tribunale, in sede di appello, aveva non solo confermato la condanna penale, ma aveva anche proceduto a liquidare il danno non patrimoniale a favore della parte civile, integrando la precedente condanna generica del giudice di pace.

L’imputato, ritenendo ingiusta la decisione, ha proposto ricorso per Cassazione affidandosi a due motivi principali: l’errata valutazione della prova testimoniale e la violazione del principio del ultra petitum da parte del giudice d’appello.

La valutazione della prova testimoniale e i limiti della Cassazione

Con il primo motivo, il ricorrente sosteneva che la condanna fosse illegittima perché fondata unicamente sulle dichiarazioni della persona offesa, peraltro costituitasi parte civile, e che un altro testimone presente ai fatti non avesse udito la frase minacciosa.

La Suprema Corte ha dichiarato questo motivo inammissibile. Ha ribadito un principio consolidato: la Corte di Cassazione non è un terzo grado di giudizio nel merito e non può effettuare una “rilettura” degli elementi di fatto. Il suo compito è limitato a verificare la logicità e la coerenza della motivazione della sentenza impugnata. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano adeguatamente motivato l’attendibilità della vittima, il cui racconto era apparso privo di contraddizioni, e avevano logicamente argomentato che il fatto che un teste non avesse udito la frase non era una prova sufficiente per affermare che non fosse stata pronunciata.

Il principio chiave: il risarcimento danni in appello

Il secondo motivo, fulcro della sentenza, riguardava la violazione dell’art. 597 c.p.p. per aver il giudice d’appello liquidato il danno pur in assenza di un’impugnazione specifica da parte della parte civile.

La devoluzione automatica delle statuizioni civili

La Cassazione ha definito il motivo manifestamente infondato, chiarendo un meccanismo fondamentale del processo penale. Quando l’imputato appella la sentenza di condanna, non contesta solo la sua responsabilità penale, ma devolve al giudice superiore l’intera posizione, comprese le statuizioni civili accessorie. La condanna al risarcimento del danno, anche se generica, è una diretta conseguenza dell’affermazione di colpevolezza. Pertanto, l’appello dell’imputato sulla responsabilità penale trasferisce automaticamente al giudice di secondo grado anche il potere di decidere sul capo relativo alla domanda risarcitoria.

La liquidazione del danno senza appello ad hoc

Di conseguenza, anche se la parte civile non ha proposto un appello per ottenere la quantificazione di un danno già riconosciuto in via generica, il giudice d’appello può procedere alla liquidazione. Questo non costituisce una violazione del principio ultra petitum, poiché la questione del risarcimento è già stata legittimamente portata alla sua attenzione dall’impugnazione dell’imputato. La Corte ha sottolineato che la richiesta di condanna al risarcimento è un’unica domanda giudiziale che include sia l’an (l’esistenza del diritto) sia il quantum debeatur (l’ammontare dovuto).

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte ha fondato la sua decisione su principi consolidati sia in ambito penale che civile. Ha ricordato che l’esposizione delle ragioni che giustificano la costituzione di parte civile riguarda la causa petendi (il nesso tra reato e danno), mentre il petitum (l’oggetto della richiesta risarcitoria) è insito nella costituzione stessa. Questo implica che il giudice penale ha ampi poteri nella gestione della domanda civile, potendo persino liquidare immediatamente il danno anche quando la parte civile ne avesse richiesto solo una condanna generica. La sentenza impugnata, quindi, ha correttamente esercitato i poteri conferitigli dalla legge, liquidando il danno in favore della parte civile nell’ambito della decisione sull’appello proposto dall’imputato.

Conclusioni: implicazioni pratiche della sentenza

Questa pronuncia offre importanti spunti pratici. Per gli imputati, conferma che l’appello contro una condanna penale comporta il rischio che il giudice di secondo grado non solo confermi la colpevolezza, ma proceda anche alla liquidazione effettiva del danno, anche se in primo grado era stata emessa solo una condanna generica. Per le parti civili, rappresenta una rassicurazione: la loro pretesa risarcitoria, una volta riconosciuta, segue le sorti del processo penale e può trovare concreta quantificazione in appello per effetto dell’impugnazione della controparte, senza la necessità di un’autonoma iniziativa processuale finalizzata a tale scopo.

Può un giudice d’appello liquidare il risarcimento del danno se la parte civile non ha impugnato la sentenza di primo grado che lo aveva concesso solo in via generica?
Sì. Secondo la Corte, quando l’imputato appella la sua condanna penale, devolve al giudice d’appello anche il capo della sentenza relativo alla condanna generica al risarcimento. Pertanto, il giudice di secondo grado può procedere alla liquidazione del danno senza incorrere nel vizio di ultrapetizione.

La testimonianza della sola persona offesa, costituitasi parte civile, è sufficiente per una condanna?
Sì, ma deve essere valutata con particolare rigore. La Corte di Cassazione, tuttavia, non può riesaminare nel merito tale valutazione, ma solo verificare che la motivazione del giudice sia logica e non palesemente contraddittoria. Nel caso di specie, il Tribunale aveva ritenuto la testimonianza credibile e la Cassazione ha ritenuto tale valutazione adeguatamente motivata.

Cosa significa che l’appello dell’imputato sulla responsabilità penale ‘devolve’ al giudice superiore anche la questione del risarcimento?
Significa che l’impugnazione della condanna penale trasferisce automaticamente la competenza a decidere anche sulla connessa domanda di risarcimento del danno al giudice dell’appello. Poiché la condanna al risarcimento è una conseguenza diretta dell’affermazione della responsabilità penale, le due questioni sono strettamente legate e vengono riesaminate insieme.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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