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Ricorso per cassazione inammissibile: il caso truffa

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un uomo condannato per truffa. La sentenza sottolinea che il ricorso per cassazione non può essere utilizzato per ottenere un nuovo esame delle prove, ma solo per contestare vizi logici nella motivazione della sentenza d’appello. In questo caso, gli elementi a carico dell’imputato, tra cui il beneficio diretto del reato su una carta a lui intestata, sono stati ritenuti sufficienti e logicamente valutati dai giudici di merito.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso per cassazione: quando i motivi non bastano

Il ricorso per cassazione rappresenta l’ultima spiaggia per chi cerca di ribaltare una condanna. Tuttavia, non è un terzo grado di giudizio dove si possono ridiscutere i fatti e le prove. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 24292/2024) lo ribadisce con forza, dichiarando inammissibile l’appello di un uomo condannato per truffa e chiarendo i limiti invalicabili di questo strumento processuale.

I fatti alla base della condanna

L’imputato era stato condannato in primo e secondo grado per due episodi di truffa. In entrambi i casi, aveva utilizzato un modus operandi simile: fingendosi un aviere, aveva convinto le titolari di due diverse tabaccherie a effettuare una cospicua ricarica su una carta prepagata, pagando con banconote che si sono poi rivelate false. La carta prepagata ricaricata era intestata proprio a lui.

La difesa ha tentato di smontare il quadro probatorio, evidenziando presunte debolezze nell’identificazione dell’uomo. Una delle vittime lo aveva riconosciuto con quasi assoluta certezza da una foto poco dopo i fatti, ma non era riuscita a confermare il riconoscimento in aula a distanza di anni. L’altra vittima non era stata in grado di identificarlo. Inoltre, la difesa sosteneva che l’imputato non avesse tatuaggi visibili, contrariamente a quanto dichiarato da una delle vittime, e che la sua fisionomia, ripresa dalle telecamere, fosse comune.

I limiti del ricorso per cassazione

La Corte di Cassazione ha respinto tutte le argomentazioni difensive, dichiarando il ricorso manifestamente infondato e, di conseguenza, inammissibile. I giudici hanno spiegato che le censure sollevate dalla difesa non riguardavano veri e propri vizi di motivazione (come la mancanza, la manifesta illogicità o la contraddittorietà), ma costituivano un tentativo di sottoporre alla Corte un nuovo giudizio sui fatti.

Questo, sottolinea la sentenza, non è il ruolo della Cassazione. La Corte Suprema non è un ‘terzo giudice’ del fatto, ma un ‘giudice della motivazione’. Il suo compito è verificare che il ragionamento seguito dai giudici di merito sia coerente, logico e fondato sugli elementi processuali, non sostituire la propria valutazione delle prove a quella effettuata nei gradi precedenti.

Le motivazioni della decisione

La Corte ha ritenuto la motivazione della sentenza d’appello del tutto congrua e logica. I giudici di secondo grado avevano correttamente considerato più attendibile l’identificazione fotografica fatta a ridosso dei fatti rispetto a quella, mancata, avvenuta in aula a sei anni di distanza.

Inoltre, la Corte d’Appello aveva logicamente compensato la mancata identificazione da parte della seconda vittima con altri due elementi schiaccianti:
1. Le riprese delle telecamere di videosorveglianza, che mostravano una persona con fattezze compatibili con quelle dell’imputato.
2. Il dato oggettivo e incontestabile che l’imputato fosse il beneficiario diretto del reato, in quanto titolare della carta prepagata su cui erano state accreditate le somme.

Infine, anche la denuncia di smarrimento della carta, presentata dall’imputato solo dopo la commissione delle truffe, è stata interpretata dai giudici non come una prova a sua discolpa, ma come un ulteriore artificio per allontanare da sé i sospetti. Si trattava, in sostanza, di un tentativo di precostituirsi un alibi, che però non ha retto al vaglio dei giudici.

Le conclusioni

Questa sentenza è un importante promemoria sulla funzione e sui limiti del ricorso per cassazione. Non si può ricorrere alla Suprema Corte sperando in una ‘rilettura’ delle prove a proprio favore. L’appello deve essere fondato su critiche precise alla struttura logica della sentenza impugnata, dimostrando che il ragionamento del giudice è viziato da illogicità manifesta o da contraddizioni insanabili.

Quando, come in questo caso, il ricorso si limita a ‘attaccare’ la persuasività della valutazione probatoria operata dai giudici di merito, senza individuare un vizio specifico, la sua sorte è segnata: l’inammissibilità, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

È possibile contestare la valutazione delle prove, come un riconoscimento fotografico, in Cassazione?
No, la Corte di Cassazione non può riesaminare le prove o sostituire la propria valutazione a quella dei giudici di merito. Il suo compito è verificare che la motivazione della sentenza precedente sia logica, coerente e non contraddittoria. Un ricorso che mira a una nuova valutazione dei fatti è inammissibile.

Cosa succede se un ricorso per cassazione viene dichiarato inammissibile?
La dichiarazione di inammissibilità rende definitiva la sentenza di condanna precedente. Inoltre, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese del procedimento e di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, a titolo di sanzione per aver proposto un ricorso infondato.

Quali sono i motivi validi per un ricorso per cassazione?
I motivi validi non riguardano il merito dei fatti, ma i vizi della sentenza. Essi includono la mancanza, la manifesta illogicità o la contraddittorietà della motivazione su punti essenziali del processo. In pratica, si deve dimostrare che il ragionamento del giudice è fallace, non che la sua conclusione sia semplicemente ‘sbagliata’ secondo la prospettiva della difesa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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