Ricorso Inammissibile per Genericità: la Cassazione e la Pena Eccessiva
Quando si impugna una sentenza di condanna, non è sufficiente lamentare una pena ritenuta troppo alta. È necessario articolare una critica precisa e argomentata. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito questo principio fondamentale, dichiarando un ricorso inammissibile proprio a causa della genericità delle doglianze. Analizziamo questa decisione per comprendere i requisiti di un ricorso efficace e le conseguenze di un’impugnazione mal formulata.
Il Contesto del Caso Giudiziario
La vicenda processuale ha origine dalla condanna di un imprenditore per un reato fallimentare. Inizialmente accusato di bancarotta fraudolenta, il reato era stato riqualificato dalla Corte d’Appello in una fattispecie meno grave, con una conseguente rideterminazione della pena. Nonostante ciò, l’imputato ha deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione, sollevando un unico motivo di ricorso: l’eccessività della sanzione inflitta.
La Decisione della Cassazione: un Ricorso Inammissibile
La Suprema Corte ha esaminato il ricorso e lo ha liquidato rapidamente, dichiarandolo inammissibile. Il fulcro della decisione risiede nella valutazione del motivo di appello come ‘generico’. Secondo i giudici, l’imputato si era limitato a mere affermazioni, prive di un reale confronto argomentativo con le motivazioni della sentenza di secondo grado. Mancava, in altre parole, quella critica puntuale e specifica che è richiesta per superare il vaglio di ammissibilità in sede di legittimità. Un ricorso inammissibile per genericità si verifica quando l’atto di impugnazione non riesce a individuare e contestare con precisione gli errori logico-giuridici che avrebbero viziato la decisione del giudice precedente.
Le Motivazioni dietro l’Inammissibilità del Ricorso
Scendendo nel dettaglio, la Corte ha osservato come la sentenza d’appello avesse chiaramente ancorato la determinazione della pena ai criteri stabiliti dall’articolo 133 del codice penale. In particolare, i giudici di secondo grado avevano valorizzato un elemento oggettivo di notevole rilevanza: l’entità del debito accumulato dalla società gestita dall’imputato. Il ricorrente, invece di contestare questo specifico punto o dimostrare perché tale valutazione fosse errata o sproporzionata, si era limitato a una lamentela generale sulla severità della pena. Questa mancanza di confronto specifico ha reso il ricorso sterile e, di conseguenza, inammissibile. La Corte ha quindi condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche
Questa ordinanza offre un importante insegnamento pratico: un ricorso, specialmente in Cassazione, non può essere una semplice espressione di dissenso. Deve essere un atto tecnico, strutturato per demolire logicamente le fondamenta della decisione impugnata. Chi intende contestare la quantificazione della pena deve analizzare a fondo le motivazioni del giudice, individuare i criteri applicati (come la gravità del danno, l’intensità del dolo, etc.) e costruire una contro-argomentazione solida e pertinente. In assenza di questo lavoro critico, il rischio di veder dichiarato il proprio ricorso inammissibile, con conseguente condanna alle spese, è estremamente elevato.
Quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile per genericità?
Un ricorso viene dichiarato inammissibile per genericità quando si esaurisce in mere affermazioni e lamentele, senza un confronto argomentativo specifico con le ragioni che stanno alla base della sentenza impugnata.
Quali criteri ha usato la Corte d’Appello per stabilire la pena in questo caso?
La Corte d’Appello ha basato la sua decisione sui criteri dell’art. 133 del codice penale, dando particolare rilievo all’entità del debito che era stato maturato dalla società dell’imputato.
Quali sono le conseguenze economiche di un ricorso dichiarato inammissibile?
La dichiarazione di inammissibilità comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro, in questo caso fissata in tremila euro, in favore della Cassa delle ammende.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 41088 Anno 2024
Penale Ord. Sez. 7 Num. 41088 Anno 2024
Presidente: BELMONTE NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 23/10/2024
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
COGNOME NOME NOMECODICE_FISCALE) nato a ROMA il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 22/03/2024 della CORTE APPELLO di ROMA
dato avviso alle parti; udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
Rilevato che l’imputato COGNOME NOME ricorre avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma che, in parziale riforma della sentenza del primo grado, ha riqualificato il fatto, originariamente contestato come bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 217 L.F. rideterminando, conseguentemente, la pena;
Ritenuto che l’unico motivo di ricorso, che lamenta l’eccessività della pena inflitta, è generico perché si esaurisce in mere affermazioni prive di confronto argomentativo con le ragioni poste a base della pronuncia di condanna (che fa leva sui criteri di cui all’art. 133 cod. pen. valorizzando in particolare l’entità del debit maturato dalla società);
Rilevato, pertanto, che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende;
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso il 23/10/2024