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Ricorso inammissibile: quando è precluso il merito

La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile avverso una condanna per resistenza e lesioni personali. L’impugnazione è stata respinta perché mirava a una rivalutazione dei fatti, materia riservata ai giudici di merito, e la motivazione della corte d’appello è stata ritenuta logica e adeguata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di un’ammenda di 3000 euro.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile: La Cassazione e i Limiti del Giudizio sui Fatti

Un ricorso inammissibile rappresenta uno degli esiti più netti nel giudizio davanti alla Corte di Cassazione, segnando una barriera invalicabile per chi cerca una terza valutazione dei fatti. Con l’ordinanza n. 24432 del 2024, la Suprema Corte ha ribadito con fermezza i confini del proprio sindacato, chiarendo perché le censure basate su una diversa ricostruzione della vicenda non possano trovare accoglimento in sede di legittimità.

La Vicenda Processuale

Il caso trae origine da un ricorso presentato avverso una sentenza della Corte d’Appello di Roma, che aveva confermato una condanna per i reati di resistenza e lesioni personali. L’imputato, non condividendo la valutazione operata dai giudici di merito, decideva di rivolgersi alla Corte di Cassazione, sperando di ottenere un annullamento della pronuncia.

Tuttavia, l’esito non è stato quello sperato. Il ricorso è stato immediatamente qualificato come inammissibile, senza neppure entrare nell’analisi approfondita delle questioni sollevate.

I Motivi del Ricorso Inammissibile

La decisione della Cassazione si fonda su principi cardine del nostro ordinamento processuale. Il ricorrente, infatti, non lamentava un’errata applicazione della legge, ma contestava la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove, attività che sono di competenza esclusiva del giudice di merito.

Il Divieto di Riesame del Merito

La Corte Suprema ha sottolineato che il suo ruolo non è quello di un “terzo grado” di giudizio dove si possono ripresentare le prove e offrire una nuova interpretazione dei fatti. Il giudizio di legittimità, per sua natura, si concentra sulla verifica della corretta applicazione delle norme giuridiche e sul controllo della logicità e coerenza della motivazione della sentenza impugnata. Tentare di introdurre in questa sede censure sulla valutazione del materiale probatorio costituisce un vizio che conduce direttamente all’inammissibilità.

La Congruità della Motivazione della Corte d’Appello

Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello di Roma aveva fornito una motivazione “congrua e adeguata”, esente da vizi logici e basata su “corretti criteri di inferenza” e “condivisibili massime di esperienza”. In altre parole, la sentenza di secondo grado era ben argomentata e non presentava alcuna falla logica che potesse giustificare un intervento della Suprema Corte. I giudici avevano esaminato in modo ampio e diffuso gli elementi di fatto a sostegno della condanna per resistenza e lesioni, rendendo irrilevanti le ragioni per cui l’imputato si era rifiutato di sottoporsi all’alcoltest ai fini dell’applicazione dell’art. 393-bis c.p.

La Decisione della Suprema Corte e le sue Motivazioni

La Corte ha ritenuto che il ricorso introducesse “inammissibilmente censure non consentite nel giudizio di legittimità”.

Le Motivazioni

I giudici hanno spiegato che le critiche mosse dal ricorrente riguardavano la ricostruzione e valutazione del fatto, nonché l’apprezzamento del materiale probatorio, tutti profili rimessi alla competenza esclusiva del giudice di merito. La Corte d’Appello aveva adempiuto al suo dovere, fornendo una motivazione logica e completa. Anche una successiva memoria difensiva presentata dall’imputato è stata giudicata inammissibile, in quanto si limitava a “reiterare le medesime censure” già connotate da genericità. Di conseguenza, l’inammissibilità del ricorso ha comportato, come previsto dall’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende.

Le Conclusioni

Questa ordinanza è un monito importante: il ricorso in Cassazione deve essere fondato su precise violazioni di legge o vizi di motivazione palesi e non può trasformarsi in un tentativo di ottenere una nuova valutazione del quadro probatorio. La dichiarazione di un ricorso inammissibile non è solo una questione procedurale, ma comporta conseguenze economiche significative per il ricorrente, che viene sanzionato per aver azionato un rimedio giurisdizionale al di fuori dei presupposti consentiti dalla legge. La decisione riafferma la funzione nomofilattica della Cassazione, custode della corretta interpretazione della legge, non giudice dei singoli fatti.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché le censure proposte non erano consentite nel giudizio di legittimità, in quanto riguardavano la ricostruzione e la valutazione dei fatti e l’apprezzamento delle prove, attività che spettano esclusivamente al giudice di merito.

Qual è il ruolo della Corte di Cassazione secondo questa ordinanza?
La Corte di Cassazione non è un giudice di terzo grado che può riesaminare i fatti, ma un giudice di legittimità. Il suo compito è verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza impugnata, senza entrare nel merito della vicenda.

Quali sono state le conseguenze economiche per il ricorrente?
A causa dell’inammissibilità del ricorso, il ricorrente è stato condannato, ai sensi dell’art. 616 del codice di procedura penale, al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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