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Ricorso inammissibile per frode: la decisione

La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile per frode, confermando la condanna di un individuo che, fingendosi venditore di auto, aveva incassato un ingente acconto senza mai consegnare il veicolo. La Corte ha ritenuto i motivi di ricorso una mera ripetizione di argomentazioni già respinte e manifestamente infondati per quanto riguarda la richiesta di attenuanti e la contestazione della recidiva, valorizzando i precedenti penali e la pericolosità sociale dell’imputato.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile per Frode: Quando l’Appello è Destinato a Fallire

Recentemente, la Corte di Cassazione ha esaminato un caso che mette in luce i criteri di ammissibilità dei ricorsi e la valutazione della pericolosità sociale dell’imputato. La vicenda, che ha portato a un ricorso inammissibile per frode, riguarda un individuo condannato per essersi finto un rivenditore di auto usate, inducendo una persona a versargli un cospicuo acconto per un veicolo mai consegnato. Questa ordinanza offre spunti fondamentali sulla specificità richiesta nei motivi di appello e sulla discrezionalità del giudice nel valutare attenuanti e recidiva.

I fatti del caso: la finta vendita d’auto

L’imputato aveva messo in atto un piano ben congegnato. Attribuendosi falsamente la qualità di rivenditore di auto, era riuscito a convincere la vittima della bontà dell’affare, facendosi consegnare una somma di denaro significativa come acconto. Successivamente, non solo non aveva mai consegnato l’auto, ma non aveva nemmeno restituito il denaro, facendo perdere le proprie tracce e lasciando la persona offesa con un danno economico e la fiducia tradita. La condotta, caratterizzata da quelli che la legge definisce “artifici e raggiri”, è stata qualificata come reato di truffa ai sensi dell’art. 640 del codice penale.

I motivi del ricorso e le ragioni della difesa

Di fronte alla condanna confermata in appello, l’imputato ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su tre argomentazioni principali:

1. Errata qualificazione del reato: La difesa sosteneva che i fatti non configurassero una truffa (art. 640 c.p.), bensì un’insolvenza fraudolenta (art. 641 c.p.), un reato punito meno severamente.
2. Mancata concessione delle attenuanti generiche: Si contestava la decisione dei giudici di merito di non applicare le circostanze attenuanti generiche, che avrebbero potuto comportare una riduzione della pena.
3. Errata applicazione della recidiva: L’imputato contestava anche la valutazione della sua recidiva, ritenendola ingiustificata.

Tuttavia, come vedremo, la Corte di Cassazione ha rigettato tutte queste argomentazioni, dichiarando il ricorso inammissibile per frode e per le altre motivazioni addotte.

La decisione della Corte di Cassazione: un appello senza fondamenta

La Suprema Corte ha analizzato punto per punto i motivi del ricorso, smontandoli con argomentazioni giuridiche precise.

La reiterazione dei motivi e l’assenza di specificità

I primi due motivi, relativi alla qualificazione del reato, sono stati giudicati inammissibili perché rappresentavano una semplice e pedissequa reiterazione di argomenti già presentati e respinti dalla Corte d’Appello. La Cassazione ha ricordato che un ricorso, per essere ammissibile, deve contenere una critica argomentata e specifica contro la sentenza impugnata, non limitarsi a riproporre le stesse tesi. La Corte ha confermato la sussistenza degli “artifici e raggiri” nella condotta dell’imputato, che aveva ingannato la vittima sulla sua reale professione e sulla serietà dell’operazione commerciale.

La valutazione delle attenuanti e della recidiva

Anche il motivo sulla mancata concessione delle attenuanti generiche è stato ritenuto manifestamente infondato. I giudici hanno sottolineato che la motivazione della Corte d’Appello era esente da illogicità. La decisione di negare le attenuanti si basava su elementi concreti: i numerosi precedenti penali dell’imputato per reati contro il patrimonio e il suo pessimo comportamento processuale. La Corte ha ribadito un principio consolidato: il giudice di merito non è tenuto a esaminare ogni singolo elemento favorevole o sfavorevole, ma è sufficiente che motivi la sua scelta basandosi sugli elementi ritenuti decisivi.

Analogamente, la contestazione sulla recidiva è stata respinta. La Cassazione ha confermato che la valutazione dei giudici di merito era stata corretta, in quanto basata non solo sulla gravità dei fatti, ma anche sul rapporto tra il reato attuale e le condanne precedenti, come previsto dall’art. 133 del codice penale. I numerosi precedenti penali dell’imputato, secondo la Corte, dimostravano una “intensa propensione a delinquere” e una “intensa pericolosità sociale”.

Le motivazioni

La decisione della Corte si fonda su principi procedurali e sostanziali di grande importanza. In primo luogo, viene ribadito il principio di specificità dei motivi di ricorso: non è ammissibile un appello che si limita a ripetere argomenti già vagliati e respinti nel grado precedente, senza muovere una critica puntuale e ragionata alla sentenza impugnata. In secondo luogo, la Corte riafferma la legittimità della valutazione discrezionale del giudice di merito riguardo alle circostanze attenuanti e alla recidiva, a condizione che tale valutazione sia supportata da una motivazione logica e coerente con gli atti del processo. In questo caso, il curriculum criminale dell’imputato è stato correttamente identificato come un fattore decisivo, indicativo di una personalità incline al delitto e socialmente pericolosa, giustificando così sia il diniego delle attenuanti sia la conferma della recidiva.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame conferma che la presentazione di un ricorso in Cassazione richiede un’attenta elaborazione giuridica e non può essere una mera riproposizione di difese già fallite. La decisione sottolinea come i precedenti penali e il comportamento processuale abbiano un peso determinante nella valutazione complessiva della responsabilità e nella commisurazione della pena. Per i cittadini, questo caso serve come monito sulla necessità di prestare la massima attenzione nelle transazioni commerciali, specialmente quando comportano il versamento di somme di denaro a titolo di acconto a soggetti la cui affidabilità non è comprovata.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile senza un esame approfondito del merito?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile principalmente perché i motivi relativi alla qualificazione del reato erano una mera ripetizione di argomentazioni già presentate e respinte in appello, mancando quindi del requisito di specificità richiesto dalla legge. Non contenevano una critica argomentata alla sentenza impugnata.

Su quali basi la Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche?
La Corte ha ritenuto la decisione di negare le attenuanti generiche ben motivata e priva di illogicità. I giudici di merito avevano correttamente valorizzato elementi decisivi come i numerosi precedenti penali dell’imputato per reati contro il patrimonio e il suo pessimo comportamento processuale.

Come è stata giustificata la conferma della recidiva?
La recidiva è stata confermata perché i giudici hanno correttamente valutato, sulla base dell’art. 133 c.p., il rapporto tra il reato commesso e le condanne precedenti. I numerosi precedenti penali sono stati considerati indicativi di un’intensa propensione a delinquere e di una elevata pericolosità sociale dell’imputato, giustificando un trattamento sanzionatorio più severo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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