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Ricorso inammissibile patteggiamento: limiti appello

La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile contro una sentenza di patteggiamento per furto e resistenza. I motivi, relativi alla mancata traduzione degli atti e all’omessa motivazione su un’ipotesi di proscioglimento, non rientrano tra quelli tassativamente previsti dall’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. La Corte ribadisce che il ricorso inammissibile patteggiamento comporta la condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile Patteggiamento: I Limiti Chiariti dalla Cassazione

L’istituto del patteggiamento, o applicazione della pena su richiesta delle parti, rappresenta una delle vie più rapide per la definizione del processo penale. Tuttavia, una volta che il giudice ha ratificato l’accordo, le possibilità di impugnare la sentenza sono estremamente limitate. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito con forza questo principio, dichiarando un ricorso inammissibile patteggiamento e condannando il ricorrente a una pesante sanzione pecuniaria. Analizziamo la decisione per comprendere quali sono i confini invalicabili dell’appello in questi casi.

I Fatti del Caso

Il caso ha origine da una sentenza emessa dal Giudice per l’Udienza Preliminare (G.I.P.) del Tribunale di Milano, con la quale un imputato aveva ‘patteggiato’ una pena di due anni di reclusione e 800 euro di multa per i reati di furto in abitazione aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Nonostante l’accordo raggiunto tra difesa e accusa, l’imputato, tramite il suo difensore, decideva di presentare ricorso in Cassazione.

I Motivi del Ricorso e il Tema del Ricorso Inammissibile Patteggiamento

Il ricorso si fondava su due principali motivi di doglianza:

1. Violazione del diritto di difesa: Si lamentava la mancata traduzione degli atti processuali in una lingua comprensibile per l’imputato, in violazione degli articoli 143 e 178 del codice di procedura penale.
2. Violazione di legge: Si contestava l’omessa motivazione da parte del giudice di primo grado sulle ragioni che impedivano un proscioglimento immediato ai sensi dell’art. 129 c.p.p.

Entrambi i motivi, sebbene potenzialmente rilevanti in un processo ordinario, si scontrano con le rigide barriere poste dalla legge per l’impugnazione delle sentenze di patteggiamento.

Le Motivazioni della Decisione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile in modo netto e senza necessità di formalità. Il fulcro della decisione risiede nell’interpretazione dell’art. 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale. Questa norma, introdotta con la riforma del 2017, elenca tassativamente i soli motivi per cui una sentenza di patteggiamento può essere contestata in Cassazione.

I motivi ammessi sono esclusivamente:

* Problemi relativi all’espressione della volontà dell’imputato (ad esempio, se il consenso al patteggiamento non è stato libero e consapevole).
* Difetto di correlazione tra la richiesta di patteggiamento e la sentenza emessa.
* Erronea qualificazione giuridica del fatto contestato.
* Illegalità della pena applicata o della misura di sicurezza disposta.

I giudici hanno evidenziato come le censure sollevate dal ricorrente – la mancata traduzione e l’omessa motivazione sull’art. 129 c.p.p. – non rientrassero in nessuna di queste categorie. Pertanto, il ricorso era stato proposto per motivi non consentiti dalla legge, rendendolo ab origine inammissibile.

Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche

La decisione riafferma un principio cruciale: la scelta del patteggiamento comporta una sostanziale rinuncia a far valere gran parte delle possibili eccezioni processuali. Le questioni come la comprensibilità degli atti devono essere sollevate prima o durante la formalizzazione dell’accordo, non dopo che la sentenza è stata emessa.

L’ordinanza ha anche delle conseguenze pratiche significative per il ricorrente. La declaratoria di inammissibilità ha comportato non solo la condanna al pagamento delle spese processuali, ma anche il versamento di una somma di ben 4.000,00 euro in favore della Cassa delle ammende. Questa sanzione, motivata dall’elevato coefficiente di colpa nel proporre un’impugnazione palesemente infondata, serve come deterrente per evitare ricorsi dilatori o pretestuosi che ingolfano il sistema giudiziario. In sintesi, prima di impugnare una sentenza di patteggiamento, è fondamentale verificare scrupolosamente che i motivi rientrino nel ristretto novero consentito dalla legge, pena l’inammissibilità e severe sanzioni economiche.

È possibile impugnare una sentenza di patteggiamento per qualsiasi motivo?
No. L’art. 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale limita strettamente i motivi di ricorso. Non si può impugnare per motivi generici come la valutazione delle prove o la mancata traduzione degli atti, se non sono collegati all’espressione della volontà di patteggiare.

Quali sono i motivi consentiti per ricorrere in Cassazione contro una sentenza di patteggiamento?
I motivi consentiti riguardano esclusivamente l’espressione della volontà dell’imputato di patteggiare, il difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza, l’errata qualificazione giuridica del fatto e l’illegalità della pena o della misura di sicurezza.

Cosa succede se si presenta un ricorso per motivi non consentiti?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile. Come in questo caso, la Corte di Cassazione condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro alla Cassa delle ammende, che in questa vicenda è stata fissata in 4.000,00 euro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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