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Ricorso inammissibile: motivi e condanna alle spese

La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile avverso una condanna per appropriazione indebita. I motivi sono stati giudicati meramente reiterativi o manifestamente infondati, in particolare riguardo al diniego della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La decisione sottolinea che un ricorso inammissibile comporta la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

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Pubblicato il 20 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile: Quando l’Appello alla Cassazione viene Respinto

Presentare un ricorso in Cassazione rappresenta l’ultimo grado di giudizio, una fase cruciale del processo penale. Tuttavia, non tutti i ricorsi vengono esaminati nel merito. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha ribadito i criteri che portano a dichiarare un ricorso inammissibile, una decisione che comporta conseguenze significative per il ricorrente, inclusa la condanna al pagamento di spese e sanzioni. L’analisi di questo caso offre spunti preziosi sulla corretta formulazione dei motivi di appello e sui limiti del sindacato di legittimità.

I Fatti del Caso

Il caso analizzato riguarda una persona condannata in secondo grado dalla Corte d’Appello per il reato di appropriazione indebita. Non accettando la sentenza, l’imputata ha proposto ricorso per Cassazione, affidandosi a tre principali motivi di doglianza:

1. Errata qualificazione giuridica: Si contestava che i fatti fossero stati erroneamente inquadrati nel delitto di appropriazione indebita.
2. Mancata applicazione della particolare tenuità del fatto: Si lamentava il diniego della causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis c.p., sostenendo che il fatto fosse di lieve entità.
3. Diniego delle attenuanti generiche e determinazione della pena: Si criticava la decisione della Corte d’Appello di non concedere le attenuanti generiche e di aver stabilito una pena ritenuta ingiusta.

La ricorrente chiedeva quindi l’annullamento della sentenza impugnata.

La Decisione della Corte: un Ricorso Inammissibile

La Corte di Cassazione ha esaminato i motivi presentati e li ha rigettati in blocco, dichiarando l’intero ricorso inammissibile. Questa decisione non è entrata nel merito delle questioni sollevate, ma si è fermata a un giudizio preliminare sulla loro ammissibilità. La Corte ha stabilito che i motivi proposti non possedevano i requisiti necessari per essere discussi in sede di legittimità, confermando così la condanna e aggiungendo ulteriori oneri a carico della ricorrente.

Le Motivazioni della Corte

La Suprema Corte ha fornito una spiegazione dettagliata per la sua decisione, analizzando separatamente ciascun motivo del ricorso.

Primo Motivo: Mera Reiterazione di Argomenti Già Valutati

Il primo motivo, relativo alla qualificazione giuridica del fatto, è stato considerato una semplice riproposizione di censure già esaminate e respinte con argomenti corretti dalla Corte d’Appello. La Cassazione non è un terzo grado di giudizio dove si possono rivalutare i fatti, ma un giudice di legittimità che verifica la corretta applicazione della legge. Ripetere le stesse argomentazioni senza sollevare vizi di legittimità rende il motivo inammissibile.

Secondo e Terzo Motivo: Manifesta Infondatezza

Anche gli altri due motivi sono stati giudicati manifestamente infondati. Per quanto riguarda la particolare tenuità del fatto, la Corte ha osservato che la motivazione della sentenza d’appello era logica, coerente e conforme alla legge. Non spettava alla Cassazione sostituire la propria valutazione a quella del giudice di merito.

Sul diniego delle attenuanti generiche e sulla determinazione della pena, la Corte ha ribadito un principio consolidato: il giudice non è tenuto a considerare ogni singolo elemento favorevole o sfavorevole. È sufficiente che faccia riferimento agli elementi ritenuti decisivi. Inoltre, quando la pena inflitta è inferiore alla media prevista dalla legge per quel reato, il giudice può motivare la sua decisione usando espressioni sintetiche come “pena congrua” o “pena equa”. Una spiegazione dettagliata è necessaria solo quando la sanzione è di gran lunga superiore alla media edittale, cosa che non si è verificata nel caso di specie.

Conclusioni

La dichiarazione di inammissibilità del ricorso ha comportato due conseguenze dirette per la ricorrente: la sentenza di condanna è diventata definitiva e, inoltre, è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa ordinanza rafforza un messaggio chiaro: il ricorso in Cassazione deve basarsi su vizi specifici della sentenza impugnata (violazioni di legge o vizi di motivazione) e non può essere una mera ripetizione delle difese già svolte nei gradi di merito. Un ricorso inammissibile non solo non porta al risultato sperato, ma aggrava la posizione economica del condannato, agendo come un deterrente contro impugnazioni dilatorie o pretestuose.

Quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Un ricorso viene dichiarato inammissibile quando i motivi proposti sono una mera ripetizione di argomenti già valutati e respinti nei precedenti gradi di giudizio, oppure quando sono manifestamente infondati e non evidenziano una reale violazione di legge o un vizio logico nella motivazione della sentenza impugnata.

È sufficiente per un giudice usare l’espressione “pena congrua” per motivare una condanna?
Sì, secondo questa ordinanza, l’uso di espressioni come “pena congrua” o “pena equa” è una motivazione sufficiente quando la pena stabilita è inferiore alla media edittale prevista per quel reato. Una spiegazione più specifica e dettagliata è richiesta solo se la pena è di gran lunga superiore a tale media.

Quali sono le conseguenze di un ricorso inammissibile?
La parte che ha presentato il ricorso viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro a titolo di sanzione in favore della Cassa delle ammende. Inoltre, la sentenza impugnata diventa definitiva e irrevocabile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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