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Ricorso inammissibile: minaccia, motivi generici

La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile presentato da due imputati condannati per minaccia aggravata. La Corte ha ritenuto i motivi del ricorso generici e meramente riproduttivi di censure già valutate, senza confrontarsi con le specifiche ragioni della sentenza d’appello. La decisione sottolinea che non è compito della Cassazione riesaminare i fatti, ma solo valutare vizi di legittimità.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile: Quando i Motivi d’Appello sono Troppo Generici

L’ordinanza in esame offre un chiaro esempio di come un ricorso inammissibile possa derivare dalla presentazione di motivi generici e non specifici. La Corte di Cassazione, con una decisione netta, ha respinto le doglianze di due imputati condannati per minaccia aggravata, ribadendo i confini del proprio giudizio di legittimità e le condizioni necessarie per un appello efficace.

I Fatti del Processo

Il caso ha origine dalla condanna di due individui per il reato di minaccia, aggravato ai sensi dell’art. 339 del codice penale. Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, confermata dalla Corte d’Appello, i due imputati avevano avvicinato insieme una terza persona, minacciandola di morte. Questa condotta, essendo stata posta in essere da più persone riunite, integrava la circostanza aggravante che rende il reato più grave.

Contro la sentenza di secondo grado, la difesa degli imputati ha proposto ricorso per Cassazione, affidandosi a due motivi principali.

I Motivi del Ricorso Ritenuti Inammissibili

La Suprema Corte ha analizzato nel dettaglio le ragioni addotte dai ricorrenti, riscontrando in entrambe vizi che ne hanno determinato l’inammissibilità. Questo passaggio è fondamentale per comprendere i requisiti di un ricorso inammissibile.

Primo Motivo: Una Contestazione Generica

Il primo motivo di ricorso consisteva in una generica contestazione della sussistenza del reato. Gli imputati, in sostanza, si limitavano a negare i fatti così come ricostruiti dalla Corte d’Appello, senza però confrontarsi analiticamente con le ragioni che avevano portato i giudici a quella conclusione. La Cassazione ha sottolineato come un simile approccio sia inammissibile, poiché non individua un vizio di legge specifico della sentenza impugnata, ma si risolve in una richiesta di nuova valutazione del merito, preclusa in sede di legittimità.

Secondo Motivo: Contraddittorietà e Ripetitività

Il secondo motivo presentava una palese ‘discrasia’, ovvero una contraddizione. Pur enunciando una presunta violazione di norme procedurali (artt. 132 e 597 c.p.p.), lo sviluppo dell’argomentazione si concentrava su questioni di fatto: l’assenza di capacità intimidatoria della minaccia, il difetto dell’elemento aggravante e la mancata prova della presenza di uno degli imputati.

La Corte ha evidenziato come questa contraddizione rendesse di per sé il motivo inammissibile. Inoltre, tali argomentazioni erano meramente riproduttive di censure già esaminate e respinte motivatamente dalla Corte d’Appello, senza che i ricorrenti riuscissero a formulare un vizio specifico come il ‘travisamento della prova’ nei termini consentiti dalla legge.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La decisione della Corte si fonda su principi consolidati della procedura penale. In primo luogo, il ricorso per Cassazione non è un terzo grado di giudizio sul fatto. Il suo scopo è controllare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza impugnata, non ricostruire nuovamente la vicenda. I ricorrenti, invece di evidenziare vizi di legittimità (errori di diritto o difetti logici della motivazione), hanno tentato di proporre una lettura alternativa dei fatti, compito che spetta esclusivamente ai giudici di merito.

In secondo luogo, i motivi di ricorso devono essere specifici e non generici. Essi devono dialogare criticamente con la motivazione della sentenza che si contesta, indicando con precisione perché le argomentazioni del giudice d’appello sarebbero errate. Limitarsi a ripetere le stesse difese già respinte, senza attaccare il ragionamento della Corte territoriale, rende il ricorso sterile e, di conseguenza, inammissibile.

Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche

L’ordinanza ribadisce una lezione fondamentale per chiunque intenda adire la Corte di Cassazione: la necessità di un approccio tecnico e rigoroso. Un ricorso inammissibile non solo non ottiene il risultato sperato, ma comporta anche conseguenze economiche per i ricorrenti. Nel caso di specie, gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa pronuncia serve da monito: l’impugnazione di legittimità deve basarsi su vizi giuridici concreti e ben argomentati, non su un generico dissenso rispetto alla decisione di merito.

Perché un ricorso in Cassazione può essere dichiarato inammissibile?
Un ricorso è dichiarato inammissibile quando i motivi presentati sono generici, non si confrontano specificamente con le ragioni della sentenza impugnata, oppure quando cercano di ottenere un nuovo esame dei fatti, che è un compito riservato ai giudici di merito e non alla Corte di Cassazione.

Cosa significa che un motivo di ricorso è “generico”?
Un motivo è considerato generico quando si limita a contestare la ricostruzione dei fatti o la colpevolezza senza indicare un preciso errore di diritto o un vizio logico nella motivazione della sentenza. In pratica, è una critica che non attacca il ragionamento giuridico del giudice precedente.

Quali sono le conseguenze di un ricorso inammissibile?
La dichiarazione di inammissibilità comporta non solo il rigetto del ricorso, ma anche la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, come avvenuto nel caso di specie con una condanna al pagamento di tremila euro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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