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Ricorso inammissibile: fatture false e onere della prova

La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile presentato dall’amministratrice di una società, condannata per l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. L’appello è stato respinto in quanto generico e non conforme al principio di autosufficienza, impedendo così alla Corte di riesaminare le prove e confermando la condanna e la confisca per equivalente.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso Inammissibile: la Cassazione e i Limiti dell’Appello per Fatture False

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24256 del 2024, ha ribadito i rigorosi paletti procedurali per l’accesso al giudizio di legittimità, dichiarando un ricorso inammissibile in un caso di frode fiscale. Questa pronuncia offre spunti fondamentali sul principio di autosufficienza del ricorso e sui limiti dell’impugnazione quando si contesta la valutazione delle prove effettuata dai giudici di merito. L’analisi si concentra su un caso di utilizzo di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, un reato che continua a rappresentare una sfida per il sistema giudiziario.

I Fatti del Processo

L’amministratrice di una società cooperativa era stata condannata in primo grado e in appello per il reato previsto dall’art. 2 del D.Lgs. 74/2000. L’accusa era di aver inserito nelle dichiarazioni fiscali elementi passivi fittizi, avvalendosi di fatture emesse da altre due società per operazioni mai avvenute. La Corte d’Appello, pur riformando parzialmente la sentenza di primo grado, aveva confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione (con pena sospesa) e disposto la confisca per equivalente di beni per un valore di oltre 400.000 euro, pari al profitto del reato.

I Motivi del Ricorso

La difesa dell’imputata ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su due motivi principali:

1. Illogicità della motivazione: Si contestava la conclusione dei giudici di merito circa l’inesistenza oggettiva delle operazioni fatturate da una delle società fornitrici. La ricorrente sosteneva che tale conclusione fosse contraddittoria rispetto a quanto emerso da un processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, che attestava il pagamento delle fatture tramite bonifico e non escludeva che la società fornitrice potesse aver acquistato i beni in anni precedenti a quelli oggetto di verifica.
2. Contraddittorietà sulla pena: Si lamentava una contraddizione tra le motivazioni della Corte d’Appello e quelle del giudice di primo grado riguardo alla determinazione della pena, pur essendo stata confermata la stessa sanzione.

Le Motivazioni della Cassazione sul ricorso inammissibile

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per entrambi i motivi, fornendo chiarimenti cruciali sulla funzione del giudizio di legittimità.

Per quanto riguarda il primo motivo, la Corte ha sottolineato che l’indagine della Cassazione è circoscritta alla logicità dell’apparato argomentativo della sentenza impugnata, senza poter procedere a una “rilettura” degli elementi di fatto. Il ricorrente non può semplicemente proporre una valutazione delle prove diversa e più favorevole. Il vizio di travisamento della prova è configurabile solo quando il giudice introduce nella motivazione un’informazione inesistente o ne omette una decisiva.

In questo caso, la ricorrente ha violato il principio di autosufficienza del ricorso: per contestare il contenuto di un atto processuale (il verbale di constatazione), avrebbe dovuto trascriverlo integralmente o allegarlo al ricorso. Non avendolo fatto, ha impedito alla Corte di valutare la presunta contraddizione. La Cassazione ha quindi ritenuto accertati i fatti stabiliti nei gradi di merito: le fatture non erano state pagate, mancava un rapporto contrattuale e le società fornitrici erano mere “scatole vuote”.

Anche il secondo motivo è stato ritenuto infondato. La Corte ha spiegato che la divergenza di valutazione tra i giudici di primo e secondo grado sulla congruità della pena non costituisce un vizio deducibile in Cassazione. La Corte d’Appello ha semplicemente confermato la pena, ritenendola persino “benevola” data la gravità dei fatti, e non avrebbe potuto inasprirla in assenza di un’impugnazione da parte del Pubblico Ministero. Non vi è, pertanto, alcuna contraddizione nel ragionamento.

Conclusioni

La sentenza conferma che il ricorso in Cassazione non è un terzo grado di giudizio nel merito. Per contestare la valutazione delle prove, è necessario dimostrare un vizio specifico e grave come il travisamento, rispettando scrupolosamente l’onere di autosufficienza. Limitarsi a proporre una lettura alternativa delle risultanze processuali conduce inevitabilmente a una declaratoria di ricorso inammissibile. Questa decisione serve da monito sulla necessità di una tecnica processuale rigorosa e sottolinea come, in materia di reati fiscali basati su operazioni fittizie, la prova della reale esecuzione delle prestazioni gravi interamente sull’imputato che intende superare le conclusioni dell’accusa.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché il primo motivo era generico, proponendo una rilettura dei fatti non consentita in sede di legittimità, e violava il principio di autosufficienza, in quanto non era stato allegato l’atto processuale (il verbale di constatazione) su cui si fondava la censura.

Cosa significa che la Corte di Cassazione non può riesaminare le prove?
Significa che il suo compito non è stabilire come sono andati i fatti, ma solo controllare che la decisione dei giudici di merito sia logicamente motivata e non violi la legge. Non può sostituire la propria valutazione delle prove a quella effettuata nei gradi precedenti, a meno che non vi sia un palese errore logico o un travisamento della prova.

È possibile contestare la pena in Cassazione se i giudici di primo e secondo grado la motivano diversamente?
No, la semplice divergenza nelle argomentazioni tra i giudici di merito sulla congruità della pena non costituisce un vizio che può essere fatto valere in Cassazione, specialmente se la pena finale viene confermata e rientra nei limiti di legge.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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