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Ricorso in Cassazione: i limiti dell’impugnazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro un’ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa e tentata estorsione. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso in Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la violazione di legge o la manifesta illogicità della motivazione. I motivi del ricorrente, basati sulla valutazione delle prove e sulla tempistica della misura, sono stati ritenuti generici e volti a una nuova valutazione del merito, non consentita in sede di legittimità.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ricorso in Cassazione: i limiti dell’impugnazione in materia cautelare

Il ricorso in Cassazione rappresenta l’ultimo grado di giudizio nel nostro ordinamento, ma le sue porte non sono sempre aperte. È un rimedio straordinario, con limiti ben precisi, specialmente quando si contestano misure cautelari. Una recente sentenza della Suprema Corte (n. 25666/2024) ci offre un’occasione per approfondire i motivi che possono portare alla sua inammissibilità, ribadendo la distinzione fondamentale tra giudizio di fatto e giudizio di legittimità.

I Fatti del Caso

Un individuo, già detenuto per altri reati, veniva raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per gravi accuse, tra cui la partecipazione a un’associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.) e la tentata estorsione. La difesa proponeva istanza di riesame, ma il Tribunale confermava la misura. Contro questa decisione, veniva presentato un ricorso in Cassazione basato su diverse doglianze. La difesa sosteneva la mancanza di attualità delle esigenze cautelari, criticava la motivazione del Tribunale come meramente ripetitiva dell’ordinanza precedente (motivazione per relationem) e contestava l’utilizzabilità di alcune prove, come le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e intercettazioni provenienti da un altro procedimento.

I motivi del ricorso in Cassazione e le questioni legali

Il fulcro del dibattito legale si è concentrato sulla natura stessa del ricorso in Cassazione. La difesa ha cercato di ottenere una riconsiderazione degli elementi probatori e delle valutazioni del giudice del riesame. I punti principali erano:

1. Inattualità delle esigenze cautelari: Si lamentava il lasso di tempo tra la richiesta del PM e l’esecuzione della misura, nonché il fatto che l’indagato fosse già detenuto con una pena da scontare fino al 2034.
2. Mancanza di autonoma valutazione: Si accusava il Tribunale del Riesame di non aver valutato autonomamente gli indizi, ma di essersi limitato a richiamare gli atti precedenti.
3. Inutilizzabilità delle prove: Si contestava l’uso di dichiarazioni e intercettazioni, invocando principi come il ne bis in idem processuale.

Questi motivi, tuttavia, si sono scontrati con i paletti procedurali che definiscono e limitano il giudizio di legittimità.

Le Motivazioni della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, fornendo chiarimenti cruciali. In primo luogo, ha ribadito che il giudizio di Cassazione non è una terza istanza di merito. Il suo compito non è rivalutare i fatti o gli elementi probatori, ma controllare che il giudice precedente abbia applicato correttamente la legge e fornito una motivazione logica e non manifestamente illogica. Le censure del ricorrente miravano a una diversa lettura degli elementi indiziari, attività preclusa in questa sede.

Sul tema del tempo trascorso, la Corte ha ritenuto che un periodo inferiore ai due mesi non fosse idoneo, di per sé, a far venir meno le esigenze cautelari, data la complessità delle indagini. Inoltre, per il reato di associazione mafiosa, vige una presunzione di pericolosità che può essere superata solo con prove concrete di recesso dal sodalizio. La detenzione per altra causa, essendo un titolo autonomo, non elide le esigenze legate al nuovo procedimento.

La Corte ha poi validato la tecnica della motivazione per relationem usata dal Tribunale del Riesame, spiegando che tale limite si applica al primo giudice (GIP), che decide inaudita altera parte, ma non al Riesame, che valuta in contraddittorio.

Infine, riguardo all’inutilizzabilità delle prove, la Corte ha definito le censure generiche. Il ricorrente non ha specificato perché le intercettazioni non fossero utilizzabili e non ha superato la cosiddetta “prova di resistenza”: anche escludendo gli elementi contestati, le altre prove a carico sarebbero state sufficienti a giustificare la misura.

Conclusioni

La sentenza in esame è un’importante conferma dei confini del ricorso in Cassazione. Non è uno strumento per rimettere in discussione il merito della vicenda, ma un controllo sulla legalità e logicità della decisione impugnata. Per essere ammissibile, un ricorso deve denunciare violazioni di legge specifiche o vizi logici evidenti e macroscopici, non limitarsi a proporre una ricostruzione dei fatti alternativa a quella dei giudici di merito. La decisione sottolinea la rigorosità con cui la Corte Suprema valuta i requisiti di ammissibilità, specialmente in un settore delicato come quello delle misure cautelari per reati di criminalità organizzata.

Quando è inammissibile un ricorso in Cassazione contro una misura cautelare?
Un ricorso in Cassazione è inammissibile quando non denuncia una violazione di legge o una manifesta illogicità della motivazione, ma si limita a proporre una diversa valutazione dei fatti o degli elementi indiziari già esaminati dal giudice di merito.

La motivazione “per relationem” è sempre valida?
Secondo la Corte, la motivazione per relationem (cioè che rinvia ad altri atti) è legittima per il Tribunale del Riesame, il cui provvedimento si inserisce in un contraddittorio già instaurato. Il requisito di un’autonoma valutazione è invece più stringente per il primo giudice (GIP), che decide senza aver ancora sentito la difesa.

Lo stato di detenzione per un’altra condanna annulla le esigenze cautelari per un nuovo reato?
No. La Corte ha chiarito che la detenzione in esecuzione di una pena per un altro reato costituisce un titolo custodiale autonomo e non è di per sé idonea a eliminare le esigenze cautelari relative a un nuovo e diverso procedimento, specialmente in presenza di gravi indizi per reati di tipo associativo mafioso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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