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Retrodatazione custodia cautelare: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32356/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare. La richiesta è stata respinta perché, trattandosi di un reato associativo, la condotta criminale era proseguita anche dopo l’emissione di una precedente misura cautelare, facendo venir meno il requisito dell’anteriorità dei fatti previsto dall’art. 297, comma 3, c.p.p.

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Pubblicato il 18 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Retrodatazione Custodia Cautelare: No se il Reato Associativo Continua

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 32356 del 2024, ha affrontato un’importante questione in materia di retrodatazione custodia cautelare. Questo principio, disciplinato dall’articolo 297 del codice di procedura penale, permette di far decorrere una nuova misura cautelare da una data precedente. Tuttavia, la Corte ha ribadito che tale meccanismo non si applica quando il reato contestato, in particolare un reato associativo, si protrae nel tempo, continuando anche dopo l’emissione di una prima ordinanza. Analizziamo insieme la vicenda e le motivazioni dei giudici.

I Fatti del Caso

Un imputato, già destinatario di una misura cautelare nel 2020 per un reato associativo finalizzato allo spaccio di stupefacenti (commesso fino al 2017), veniva raggiunto da una seconda ordinanza di custodia cautelare nel 2022 per un’analoga associazione criminale, i cui fatti risalivano agli anni 2019 e 2020.

La difesa dell’imputato ha presentato appello, chiedendo che la seconda misura cautelare venisse retrodatata, ovvero che la sua decorrenza fosse fissata al momento dell’esecuzione della prima. La tesi difensiva si basava sulla presunta medesimezza dei fatti e sulla continuità tra le due associazioni criminali. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Napoli avevano però respinto la richiesta, portando il caso dinanzi alla Corte di Cassazione.

La Decisione della Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei giudici di merito. Secondo gli Ermellini, il ricorso era basato su motivi manifestamente infondati, in quanto non sussistevano i presupposti legali per applicare la retrodatazione.

Le Motivazioni della Cassazione sulla Retrodatazione Custodia Cautelare

Il cuore della motivazione risiede nell’interpretazione dell’articolo 297, comma 3, del codice di procedura penale, applicato alla natura specifica del reato associativo, che è un “reato permanente”.

La giurisprudenza consolidata della Corte, richiamata anche in questa sentenza, stabilisce una regola chiara: la retrodatazione non è possibile se la condotta illecita oggetto della seconda ordinanza cautelare è proseguita anche dopo l’emissione della prima. Perché la retrodatazione operi, è necessario che i fatti della seconda misura siano tutti anteriori all’emissione della prima.

Nel caso specifico, la Corte ha osservato che:

1. Diversità dei periodi temporali: La prima ordinanza copriva fatti fino al 2017. La seconda, invece, riguardava un’associazione operativa nel 2019 e 2020, con reati fine commessi fino a marzo 2020.
2. Continuazione della condotta: La condotta criminale contestata nella seconda ordinanza si era protratta ben oltre l’emissione della prima (avvenuta nel 2019). Questo ha fatto venir meno il presupposto fondamentale dell’anteriorità dei fatti.
3. Irrilevanza della sovrapposizione parziale dei soggetti: Sebbene vi fossero alcuni soggetti in comune tra le due associazioni, questo dato non è stato ritenuto sufficiente a dimostrare l’identità dei fatti, a fronte di periodi di attività e contestazioni chiaramente distinti.

La Corte ha quindi concluso che il Tribunale di Napoli aveva correttamente applicato il principio di diritto, escludendo la possibilità di retrodatare la misura cautelare. La decisione di inammissibilità ha comportato anche la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.

Conclusioni

Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale in tema di retrodatazione custodia cautelare: la continuità della condotta criminale in un reato permanente, come quello associativo, osta all’applicazione di questo istituto. La decisione sottolinea l’importanza di una rigorosa analisi cronologica dei fatti contestati. Per poter beneficiare della retrodatazione, è indispensabile che il quadro fattuale della seconda misura si sia interamente cristallizzato prima dell’emissione della prima. In caso contrario, come nel caso di specie, la nuova misura cautelare avrà una decorrenza autonoma, senza poter essere “assorbita” dalla precedente.

Quando è possibile chiedere la retrodatazione della custodia cautelare?
Secondo l’art. 297, comma 3, c.p.p., la retrodatazione è possibile quando una persona, già sottoposta a custodia cautelare per un determinato reato, viene raggiunta da una nuova ordinanza per fatti diversi commessi prima dell’emissione della prima misura. La condizione essenziale è che i fatti della seconda ordinanza siano tutti anteriori alla data di emissione della prima.

Perché nel caso di un reato associativo la retrodatazione può essere negata?
Nel caso di reati permanenti, come il reato associativo, la retrodatazione è negata se la condotta criminale (la partecipazione all’associazione) è proseguita anche dopo l’emissione della prima ordinanza cautelare. Come stabilito dalla Corte, questa prosecuzione fa venir meno il presupposto dell’anteriorità dei fatti, rendendo inapplicabile la retrodatazione.

Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
La dichiarazione di inammissibilità comporta che il ricorso non venga esaminato nel merito perché ritenuto manifestamente infondato o viziato da difetti procedurali. Di conseguenza, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e, come in questo caso, al versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, come previsto dall’art. 616 del codice di procedura penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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