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Responsabilità penale usufruttuario: la Cassazione chiarisce

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 41239/2024, affronta un caso di abuso edilizio in un’area protetta. La Corte chiarisce la questione della responsabilità penale dell’usufruttuario, specificando che la mera titolarità del diritto non è sufficiente a fondare una condanna. È necessario un ‘quid pluris’, ovvero una prova di partecipazione attiva all’illecito. Nel caso di specie, un usufruttuario presente in cantiere è stato ritenuto responsabile, mentre la coniuge usufruttuaria, in assenza di prove di coinvolgimento, è stata assolta. La sentenza ha anche annullato per prescrizione le condanne per reati relativi alle strutture metalliche per mancanza di prova della loro funzione portante.

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Pubblicato il 8 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Responsabilità Penale dell’Usufruttuario: la Cassazione fa chiarezza

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 41239 del 2024, è tornata a pronunciarsi su un tema di grande interesse pratico: la responsabilità penale dell’usufruttuario in caso di abusi edilizi realizzati sull’immobile. La pronuncia offre spunti fondamentali per comprendere quando la semplice titolarità di un diritto reale possa tradursi in una condanna penale e quando, invece, sia necessario un coinvolgimento attivo e provato.

I Fatti: Un Manufatto Abusivo in Area Protetta

Il caso trae origine dalla realizzazione di un manufatto di circa 25 metri quadrati all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, un’area soggetta a stringenti vincoli paesaggistici, ambientali e sismici. Tre persone venivano condannate in primo e secondo grado: i due coniugi usufruttuari dell’area, in qualità di committenti, e l’esecutore materiale dei lavori. Le accuse spaziavano dalla violazione delle norme edilizie (art. 44 d.P.R. 380/2001) e paesaggistiche (art. 181 d.lgs. 42/2004) a quelle antisismiche e relative alle opere in cemento armato.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione basandosi su diversi motivi, tra cui:

1. Prescrizione del reato: Sostenevano che i termini fossero già decorsi prima della sentenza d’appello.
2. Responsabilità degli usufruttuari: Contestavano che la sola qualifica di usufruttuario potesse essere sufficiente per una condanna, in assenza di prove di un ruolo attivo.
3. Natura dell’intervento: Affermavano che si trattasse di una ristrutturazione e non di una nuova costruzione.
4. Insussistenza dei reati tecnici: Negavano la presenza di una vera e propria struttura portante in ferro che giustificasse le contestazioni in materia sismica e di cemento armato.

La Decisione della Corte e la Responsabilità Penale dell’Usufruttuario

La Corte di Cassazione ha analizzato dettagliatamente ogni motivo, giungendo a una decisione complessa che ha parzialmente modificato l’esito del processo. Il punto cruciale riguarda proprio la responsabilità penale dell’usufruttuario. La Corte ha ribadito un principio consolidato: la mera titolarità di un diritto reale, come l’usufrutto, non è sufficiente a fondare un’affermazione di responsabilità per abusi edilizi.

Perché un usufruttuario possa essere considerato committente o compartecipe, è necessario un ‘quid pluris’, ovvero un elemento concreto che dimostri il suo concorso nel reato. Questo può essere desunto da vari indizi, come la presentazione di domande di condono, la piena disponibilità del suolo, un interesse specifico alla costruzione o la presenza attiva in cantiere.

Sulla base di questo principio, la Corte ha operato una distinzione netta tra le posizioni dei due coniugi usufruttuari:

* Il marito: La sua condanna è stata confermata (per i reati non prescritti) perché la sua presenza in cantiere al momento del sopralluogo è stata considerata prova di un rapporto qualificato con l’immobile e di un coinvolgimento attivo nell’abuso.
* La moglie: La sua condanna è stata annullata senza rinvio per non aver commesso il fatto. I giudici hanno stabilito che, in assenza di qualsiasi elemento indiziario sulla sua partecipazione, la responsabilità non poteva discendere ‘ex lege’ dalla sola titolarità del diritto di usufrutto.

Le Motivazioni della Sentenza

Le motivazioni della Corte chiariscono ulteriormente i principi applicati. Per quanto riguarda la prescrizione, i giudici hanno rigettato l’eccezione, calcolando meticolosamente i periodi di sospensione (dovuti sia alla normativa COVID sia a un rinvio chiesto dalla difesa) e concludendo che il termine non era ancora maturato al momento della sentenza d’appello.

Un altro aspetto fondamentale riguarda l’annullamento delle condanne per i reati relativi alle opere in cemento armato e strutture metalliche. La Corte ha accolto il ricorso su questo punto, spiegando che per configurare tali reati è indispensabile provare che gli elementi metallici o in cemento armato abbiano una funzione portante e strutturale, garantendo la statica dell’edificio. Poiché nel processo non era emersa una prova specifica su questo aspetto tecnico, la condanna per tali capi era illegittima. Tuttavia, essendo nel frattempo maturata la prescrizione per questi specifici reati, la Corte li ha dichiarati estinti per tale causa.

Infine, la Corte ha respinto la richiesta di applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.), ritenendo che la pluralità di violazioni (edilizie, paesaggistiche e sismiche) conferisse alla condotta una gravità complessiva non trascurabile, nonostante la modesta dimensione del manufatto.

Conclusioni

Questa sentenza offre due importanti lezioni pratiche:

1. La responsabilità penale per abusi edilizi è personale: Non può essere attribuita automaticamente al proprietario o all’usufruttuario. L’accusa deve provare un coinvolgimento attivo e consapevole, un ‘quid pluris’ che vada oltre la mera titolarità del diritto.
2. La precisione tecnica è fondamentale: Nelle imputazioni per reati edilizi tecnici (come quelli antisismici o sul cemento armato), non basta affermare la presenza di determinati materiali. È necessario dimostrare che essi svolgano la funzione specifica prevista dalla norma incriminatrice, in questo caso una funzione strutturale e portante.

L’usufruttuario di un immobile è sempre responsabile per un abuso edilizio commesso su di esso?
No. Secondo la Corte di Cassazione, la mera qualità di usufruttuario non è sufficiente per affermare la responsabilità penale. È necessario un ‘quid pluris’, ovvero la prova di un concorso attivo nell’illecito, desumibile da elementi concreti come la presenza in cantiere, la gestione dei lavori o un interesse specifico alla costruzione.

Quando si prescrivono i reati edilizi?
Il termine di prescrizione per i reati edilizi, che sono reati permanenti, inizia a decorrere dal momento in cui cessa l’attività abusiva (ad esempio, con l’ultimazione dei lavori, con un sequestro penale o con la sentenza di primo grado). A questo termine base vanno aggiunti eventuali periodi di sospensione, come quelli disposti per legge (es. emergenza Covid) o per rinvii processuali su richiesta della difesa.

Perché la condanna per violazione delle norme su cemento armato e strutture metalliche è stata annullata?
La condanna è stata annullata perché, secondo la Corte, non era stato provato un elemento essenziale del reato: la funzione strutturale e portante degli elementi metallici utilizzati. La disciplina penale in materia si applica solo quando la statica dell’edificio è assicurata, in tutto o in parte, da tali elementi. In assenza di questa prova tecnica, il reato non sussiste.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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