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Responsabilità dell’ente: la Cassazione e il D.Lgs. 231

La Corte di Cassazione conferma la condanna di una società per responsabilità dell’ente ex D.Lgs. 231/2001, derivante da un reato di corruzione commesso dai suoi vertici. La sentenza chiarisce che l’interesse della società nel commettere il reato è sufficiente per la condanna, anche senza un vantaggio concreto. Viene inoltre ribadito il pieno valore probatorio, nel processo contro l’ente, della sentenza di patteggiamento emessa nei confronti degli autori del reato.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Responsabilità dell’ente: la Cassazione sulla corruzione dei manager

La responsabilità dell’ente, disciplinata dal D.Lgs. 231/2001, rappresenta un pilastro del diritto penale d’impresa. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 24721/2024, offre chiarimenti cruciali su come viene accertata tale responsabilità quando il reato presupposto è la corruzione, commessa dai vertici aziendali. Il caso analizza il valore probatorio del patteggiamento degli amministratori e la sufficienza del solo ‘interesse’ della società, anche in assenza di un vantaggio effettivo.

I Fatti di Causa

Una società operante nel settore dell’aviazione veniva condannata in primo e secondo grado al pagamento di una sanzione pecuniaria per l’illecito amministrativo previsto dal D.Lgs. 231/2001. Il reato presupposto era quello di corruzione, che secondo l’accusa era stato commesso dal legale rappresentante e dall’amministratore di fatto della società.

Nello specifico, i vertici aziendali avevano elargito somme di denaro a un pubblico ufficiale, componente del consiglio di amministrazione dell’ente nazionale per l’aviazione, per ottenere il rilascio di un Certificato di Operatore Aereo, turbare una gara d’appalto e ottenere informazioni riservate per favorire i propri progetti imprenditoriali.

I Motivi del Ricorso e la responsabilità dell’ente

La società ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su cinque motivi principali:
1. Vizio procedurale: La mancata acquisizione del fascicolo delle indagini preliminari relative al reato presupposto.
2. Travisamento della prova: L’affermazione della colpevolezza si basava, a dire della difesa, unicamente sulle sentenze di patteggiamento degli amministratori, senza prove concrete del reato di corruzione.
3. Vizio di motivazione: L’illogicità della Corte d’Appello nel ritenere che le sentenze di assoluzione di altri coimputati potessero, in qualche modo, confermare l’esistenza del reato presupposto.
4. Assenza di interesse o vantaggio: La contestazione che la società avesse tratto un interesse o un vantaggio dalla condotta illecita, anche alla luce del riconoscimento di una specifica attenuante che presupponeva il mancato conseguimento di un vantaggio.
5. Mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.

L’analisi della Corte sulla responsabilità dell’ente

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendolo infondato in ogni suo punto. I giudici hanno chiarito principi fondamentali in materia di responsabilità dell’ente.

In primo luogo, la Corte ha sottolineato che la richiesta di acquisire gli atti delle indagini era aspecifica e che, in ogni caso, la motivazione della Corte d’Appello era solida e basata su prove sufficienti (documenti, testimonianze e dichiarazioni degli stessi autori del reato).

Sul punto centrale, ovvero il valore probatorio del patteggiamento, i giudici hanno ribadito un orientamento consolidato: la sentenza di patteggiamento è equiparata a una sentenza di condanna e, come tale, è pienamente utilizzabile come prova nel processo contro l’ente. Essa integra un accertamento penale basato su atti non contestati dall’imputato, che implicitamente ammette la propria responsabilità.

Le Motivazioni

La Corte ha spiegato che, ai fini della responsabilità dell’ente, i criteri dell’ ‘interesse’ e del ‘vantaggio’ sono alternativi. È sufficiente dimostrare che il reato sia stato commesso nell’interesse della società, inteso come finalità della condotta, anche se poi, in concreto, non ne è derivato alcun vantaggio. Nel caso di specie, era evidente che i versamenti di denaro al pubblico ufficiale erano stati effettuati ‘proprio per consentire alla società di essere avvantaggiata nell’ottenimento dei pubblici appalti’. Il fatto che le fosse stata riconosciuta l’attenuante per non aver tratto un ‘concreto vantaggio’ non escludeva la sussistenza dell’ ‘interesse’ iniziale, sufficiente a fondare la condanna.

Infine, per quanto riguarda le attenuanti generiche, la Cassazione ha ricordato che la decisione del giudice di merito sul loro diniego è insindacabile se non manifestamente illogica. In questo caso, la Corte d’Appello aveva correttamente motivato il diniego facendo leva sulla ‘gravità del fatto’, inserito in un ampio contesto corruttivo e orchestrato da figure di elevato spessore politico, una valutazione ritenuta congrua e non censurabile.

Le Conclusioni

Questa sentenza ribadisce tre principi cardine in materia di responsabilità dell’ente:
1. La sentenza di patteggiamento dell’autore del reato presupposto costituisce un elemento di prova forte e pienamente utilizzabile contro la società.
2. Per affermare la responsabilità della società è sufficiente provare che il reato sia stato commesso nel suo ‘interesse’, a prescindere dal conseguimento di un ‘vantaggio’ effettivo.
3. Le decisioni del giudice di merito sulla concessione o meno delle attenuanti generiche sono ampiamente discrezionali e difficilmente contestabili in sede di legittimità, a meno di una palese illogicità nella motivazione.

La sentenza di ‘patteggiamento’ di un amministratore può essere usata come prova per condannare la società?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che la sentenza di patteggiamento, essendo equiparata a una condanna, è pienamente utilizzabile come elemento di prova nel processo a carico dell’ente, in quanto presuppone un accertamento penale fondato su fatti non contestati dall’imputato.

Per la responsabilità dell’ente è necessario che la società abbia ottenuto un vantaggio economico dal reato?
No, non è necessario. La legge richiede che il reato sia stato commesso nell’ ‘interesse’ o a ‘vantaggio’ dell’ente. Questi due criteri sono alternativi. È sufficiente dimostrare che il reato era finalizzato a procurare un interesse alla società, anche se poi questa non ha ottenuto alcun vantaggio concreto.

È possibile contestare in Cassazione il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche alla società?
È molto difficile. La decisione del giudice di merito di negare le attenuanti generiche è discrezionale e può essere contestata in Cassazione solo se la motivazione è manifestamente illogica o contraddittoria. Se il giudice fornisce una giustificazione plausibile (come la particolare gravità del fatto), la sua decisione è insindacabile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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