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Relazione affettiva: quando aggrava il reato?

Un uomo viene condannato per violenze contro la partner. La Cassazione, intervenendo sul caso, conferma in gran parte la condanna ma annulla parzialmente la sentenza riguardo l’aggravante della relazione affettiva per i fatti antecedenti all’agosto 2019. La Corte ha stabilito che, prima della riforma, tale aggravante richiedeva una convivenza stabile, non essendo sufficiente il solo legame sentimentale.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Relazione Affettiva: Quando Aggrava il Reato? L’Analisi della Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27147 del 2023, offre un’importante precisazione sull’applicazione della circostanza aggravante legata alla relazione affettiva nei reati di lesioni. Il caso esaminato riguarda una complessa vicenda di violenza domestica, ma il principio di diritto più rilevante si concentra sulla distinzione temporale e normativa dell’aggravante, in particolare prima e dopo la riforma introdotta con la legge n. 69 del 2019 (c.d. “Codice Rosso”).

I fatti di causa

Un uomo veniva condannato in primo e secondo grado per una serie di reati commessi ai danni della sua compagna non convivente. Le imputazioni includevano maltrattamenti (poi riqualificati in atti persecutori), lesioni personali aggravate, violenza sessuale, rapina (derubricata in furto con strappo) e violenza privata. La difesa dell’imputato proponeva ricorso in Cassazione, sollevando numerose questioni, tra cui la valutazione delle prove, la capacità di intendere e di volere dell’imputato, la procedibilità di alcuni reati a seguito della Riforma Cartabia e, punto cruciale, l’errata applicazione di una circostanza aggravante.

L’analisi della Cassazione sulla relazione affettiva e altre censure

Il ricorso è stato ritenuto fondato solo limitatamente a uno specifico motivo: l’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 577 c.p. per i reati di lesioni commessi prima del 9 agosto 2019. Per il resto, la Corte ha respinto tutte le altre doglianze.

La valutazione delle prove e la credibilità della vittima

La difesa aveva tentato di minare la credibilità della vittima, sostenendo che i messaggi scambiati tra le parti dimostrassero un rapporto conflittuale ma consensuale, e che la denuncia per violenza sessuale fosse tardiva e contraddittoria. La Cassazione ha ritenuto tali argomentazioni inammissibili, in quanto miravano a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. I giudici hanno confermato che la relazione era effettivamente conflittuale, ma ciò non escludeva la commissione dei reati, né l’eventuale titubanza della vittima nel denunciare poteva inficiare la sua credibilità.

Gelosia patologica e futili motivi

La difesa sosteneva che la gelosia patologica dell’imputato dovesse escludere l’aggravante dei futili motivi. La Corte ha rigettato anche questa tesi, ribadendo il principio secondo cui la gelosia può, al contrario, integrare l’aggravante quando si manifesta come spirito punitivo e abnorme sproporzione rispetto alla gravità del reato, trasformandosi in un mero pretesto per sfogare un impulso violento.

L’impatto della Riforma Cartabia sulla procedibilità

Un altro punto sollevato riguardava la procedibilità di alcuni reati (lesioni e violenza privata) divenuti perseguibili a querela dopo la Riforma Cartabia. La Corte ha chiarito che la costituzione di parte civile, mantenuta ferma nei vari gradi di giudizio, equivale a una valida querela, sanando l’eventuale difetto di procedibilità sopravvenuto.

Le motivazioni della Corte

Il cuore della decisione risiede nella disamina dell’aggravante della relazione affettiva. La Corte ha accolto il motivo di ricorso che contestava l’applicazione dell’art. 577 c.p. (nella sua formulazione applicabile ai reati di lesioni) per i fatti antecedenti al 9 agosto 2019. Prima di tale data, la norma richiedeva che la persona offesa fosse legata al colpevole da una relazione affettiva e “con esso stabilmente convivente”. Nel caso di specie, era pacifico che non vi fosse un rapporto di convivenza stabile.
La legge n. 69/2019 ha modificato la norma, eliminando il requisito della convivenza stabile e rendendo sufficiente la sola esistenza di una relazione affettiva. Tuttavia, in applicazione del principio del favor rei (la legge più favorevole all’imputato), la nuova e più severa disposizione non poteva essere applicata retroattivamente a fatti commessi prima della sua entrata in vigore. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente a questo punto, eliminando l’aumento di pena corrispondente per i reati commessi prima di tale data e rideterminando la pena finale.

Conclusioni

La sentenza ribadisce importanti principi sia di diritto sostanziale che processuale. Sul piano sostanziale, chiarisce in modo definitivo che, per i reati commessi prima del 9 agosto 2019, l’aggravante della relazione affettiva era inscindibilmente legata al requisito della convivenza stabile. Sul piano processuale, consolida l’orientamento secondo cui la costituzione di parte civile è un atto che manifesta in modo inequivocabile la volontà punitiva della persona offesa, fungendo da querela nei casi in cui questa diventi necessaria per legge nel corso del processo. Questa decisione offre quindi un’utile guida per distinguere la disciplina applicabile ai reati commessi in ambito affettivo a seconda del momento in cui sono stati perpetrati.

Prima della riforma del 2019, una semplice relazione affettiva era sufficiente a far scattare l’aggravante per i reati di lesioni?
No. La sentenza chiarisce che, per i fatti commessi prima del 9 agosto 2019, la legge (art. 577 c.p.) richiedeva espressamente due condizioni congiunte: l’esistenza di una relazione affettiva e la stabile convivenza tra l’autore del reato e la vittima. La sola relazione sentimentale non era sufficiente.

In che modo la “Riforma Cartabia” influisce sui processi per reati che, in corso di causa, sono diventati perseguibili solo su querela?
Secondo la Corte, se la persona offesa si è costituita parte civile nel processo e non ha revocato tale costituzione, questo atto è considerato equivalente a una querela. La costituzione di parte civile manifesta infatti la volontà di punizione del colpevole, che è il requisito fondamentale della querela, sanando così la mancanza di una querela formale per i reati la cui procedibilità è cambiata per legge.

La gelosia patologica può escludere automaticamente la responsabilità penale o l’aggravante dei futili motivi?
No. La sentenza afferma che la gelosia, anche se patologica, non esclude di per sé la capacità di intendere e di volere, a meno che non si traduca in un vero e proprio delirio. Inoltre, la gelosia può anzi integrare l’aggravante dei futili motivi quando si manifesta come una reazione abnorme e sproporzionata, espressione di uno spirito punitivo piuttosto che di un sentimento passionale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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