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Reingresso illegale: guida alla condanna penale

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un cittadino straniero accusato di reingresso illegale nel territorio italiano. L’uomo, già espulso e rimpatriato, era tornato clandestinamente via mare. La Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva basata sullo stato di necessità legato ai pericoli della traversata, stabilendo che il rischio del viaggio non giustifica la volontà di violare il decreto di espulsione.

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Pubblicato il 21 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reingresso illegale dopo l’espulsione: l’analisi della Cassazione

Il tema del reingresso illegale nel territorio dello Stato da parte di cittadini stranieri già destinatari di un provvedimento di espulsione rappresenta un ambito complesso del diritto penale dell’immigrazione. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha gettato luce sui limiti delle tesi difensive che invocano lo stato di necessità legato ai pericoli dei viaggi clandestini.

Il reingresso illegale: sanzioni e limiti normativi

Il caso in esame riguarda un cittadino straniero che, dopo essere stato espulso dall’Italia nel 2021 tramite un volo charter, era tornato nel territorio nazionale nel 2022 a bordo di un peschereccio approdato a Crotone. La Corte d’Appello aveva confermato la condanna di primo grado a due anni di reclusione per la violazione dell’Art. 13 del Testo Unico Immigrazione.

La difesa ha presentato ricorso sostenendo che l’imputato avesse agito spinto da uno stato di necessità. In particolare, si faceva riferimento al rischio per la vita corso durante la traversata in mare su una imbarcazione sovraffollata, condizione che, secondo i legali, avrebbe dovuto escludere la punibilità del fatto.

Lo stato di necessità e il reingresso illegale in mare

Uno dei punti cardine della decisione riguarda proprio l’applicabilità dell’art. 54 del codice penale (stato di necessità). La Cassazione ha chiarito che il pericolo corso durante il viaggio riguarda esclusivamente la fase del trasporto e non influisce sulla formazione della volontà di violare il decreto di espulsione.

In altre parole, il desiderio di tornare in Italia o una generica situazione di bisogno non costituiscono quel “pericolo attuale di un danno grave” che la legge richiede per giustificare il reato. Il ricorrente non ha fornito prova di essere stato costretto da minacce insuperabili a rientrare proprio nel nostro Paese.

La protezione internazionale e i benefici di legge

Oltre allo stato di necessità, la difesa aveva invocato il diritto alla protezione internazionale. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che non era mai stata presentata una richiesta formale in tal senso. Inoltre, il reingresso illegale è un reato che si consuma istantaneamente nel momento in cui si varca il confine senza autorizzazione; pertanto, eventuali tentativi di regolarizzazione successivi non possono cancellare l’illecito già compiuto.

Infine, è stato negato il beneficio della sospensione condizionale della pena. Questo perché l’imputato era già gravato da una precedente condanna per atti persecutori, superando i limiti di legge previsti per la concessione di tale beneficio.

le motivazioni

I giudici hanno rigettato il ricorso ritenendo che la Corte d’Appello avesse motivato correttamente ogni punto. Lo stato di necessità è stato escluso poiché il pericolo lamentato era legato alla scelta volontaria di intraprendere un viaggio rischioso e non a una costrizione esterna inevitabile che imponesse il ritorno in Italia. Inoltre, la pena è stata considerata congrua e proporzionata alla personalità dell’imputato, già precedentemente condannato per altri reati.

le conclusioni

La decisione conferma un orientamento rigoroso: la violazione dell’ordine di espulsione tramite il reingresso illegale non può essere giustificata da motivazioni soggettive o dalle difficoltà del viaggio se queste non integrano un pericolo di danno grave, imminente e non altrimenti evitabile. La sentenza ribadisce che il rispetto dei provvedimenti di espulsione è fondamentale per l’ordine pubblico e che le tesi difensive devono essere supportate da prove concrete di costrizione assoluta.

Cosa succede se uno straniero espulso rientra in Italia senza autorizzazione?
Il soggetto commette il reato di reingresso illegale, punito con la reclusione da uno a quattro anni, come previsto dal Testo Unico Immigrazione.

Il pericolo di un naufragio durante il viaggio giustifica il rientro illegale?
No, la Cassazione ha stabilito che il rischio legato alle modalità del viaggio non costituisce stato di necessità, poiché non costringe la persona a violare il decreto di espulsione.

Si può ottenere la sospensione della pena dopo un reingresso illegale?
La sospensione condizionale della pena può essere negata se il soggetto ha precedenti condanne che superano i limiti previsti dal codice penale, come nel caso di una precedente condanna per atti persecutori.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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