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Reddito di cittadinanza: residenza ridotta a 5 anni

Un individuo è stato condannato per aver falsamente dichiarato una residenza decennale al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, recependo una recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il requisito di 10 anni, riducendolo a 5. Poiché il richiedente soddisfaceva il nuovo requisito quinquennale, il caso è stato rinviato alla Corte d’Appello per verificare la sussistenza dell’ulteriore requisito della residenza continuativa di due anni.

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Pubblicato il 4 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reddito di Cittadinanza: La Corte Costituzionale Abbassa il Requisito di Residenza a 5 Anni

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso di presunta frode legata ai requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza, portando alla luce un cambiamento epocale nella normativa. La decisione si fonda su un precedente intervento della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il requisito di dieci anni di residenza in Italia, riducendolo a cinque. Questa modifica ha implicazioni profonde non solo per il caso specifico, ma per tutti i richiedenti, ridefinendo i contorni del diritto di accesso a questa misura di sostegno.

Il caso: una condanna per false dichiarazioni

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguardava un cittadino straniero condannato in appello per il reato di cui all’art. 7 del D.L. 4/2019. L’accusa era di aver attestato falsamente di possedere il requisito della residenza in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in via continuativa, al fine di percepire il reddito di cittadinanza. Dai fatti era emerso che l’imputato era iscritto all’anagrafe italiana dal febbraio 2016 e, al momento della domanda nel marzo 2022, non aveva maturato il decennio richiesto dalla legge allora in vigore.

L’intervento della Corte Costituzionale sul requisito per il reddito di cittadinanza

La difesa ha basato il ricorso su due sentenze cruciali emesse nelle more del giudizio: una della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e, soprattutto, una della Corte Costituzionale italiana. Quest’ultima, con la sentenza n. 31 del 2025, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che imponeva una residenza di 10 anni.

La sproporzione del requisito decennale

La Consulta ha stabilito che, sebbene un requisito di radicamento territoriale sia legittimo per una misura come il reddito di cittadinanza (che non è mera assistenza ma un percorso di inclusione sociale e lavorativa), il termine di dieci anni era eccessivo e sproporzionato. Creava una barriera temporale irragionevole che finiva per discriminare ingiustamente, in via indiretta, i cittadini stranieri e persino gli italiani che si erano trasferiti all’estero per lavoro.

Il nuovo limite di 5 anni e il raccordo con la normativa europea

La Corte Costituzionale ha quindi ricondotto a ragionevolezza il requisito, riducendolo a cinque anni. Questa scelta non è casuale: il termine quinquennale è considerato un periodo adeguato a dimostrare un effettivo radicamento sul territorio ed è allineato a quello previsto da normative europee e nazionali per altre prestazioni, come l’assegno di inclusione che ha sostituito il reddito di cittadinanza.

La decisione della Cassazione e le sue implicazioni

Alla luce della dichiarazione di incostituzionalità, la legge da applicare al caso è cambiata. La Corte di Cassazione ha dovuto prendere atto che la norma che richiedeva 10 anni di residenza non esisteva più nell’ordinamento, sostituita dal nuovo requisito di 5 anni. Poiché l’imputato era residente in Italia dal 2016, al momento della domanda nel 2022 aveva maturato più dei cinque anni richiesti. Di conseguenza, il presupposto del reato (la falsa dichiarazione) veniva meno per quanto riguarda la durata complessiva della residenza.

Le motivazioni

La Cassazione ha motivato la sua decisione evidenziando che la sentenza della Corte Costituzionale ha un effetto retroattivo nei giudizi penali in corso, in quanto rende la norma incriminatrice più favorevole all’imputato. Il fatto contestato, ovvero l’aver dichiarato una residenza decennale non veritiera, perde la sua rilevanza penale se la legge, a seguito dell’intervento della Consulta, non richiede più quel requisito. Tuttavia, la Corte ha specificato che la sentenza costituzionale ha inciso solo sul requisito della durata totale della residenza (da 10 a 5 anni), lasciando intatto l’ulteriore requisito della residenza continuativa di due anni immediatamente precedenti la domanda. Poiché questo secondo aspetto non era stato verificato nel merito, la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna e ha rinviato il caso alla Corte d’Appello per un nuovo giudizio, limitato all’accertamento di questo specifico punto.

Le conclusioni

La sentenza rappresenta una diretta applicazione dei principi costituzionali affermati dalla Consulta in materia di accesso alle prestazioni sociali. Viene confermato che i requisiti di accesso non possono creare barriere sproporzionate e discriminatorie. Per chi è stato accusato di aver illecitamente percepito il reddito di cittadinanza per mancanza del requisito decennale, si aprono nuove prospettive di difesa. Il caso dovrà essere rivalutato alla luce del più mite requisito di cinque anni. Resta però fermo l’obbligo di possedere tutti gli altri requisiti previsti dalla legge, come quello della residenza continuativa biennale, che dovrà essere accertato caso per caso dal giudice di merito.

È ancora necessario aver risieduto in Italia per 10 anni per avere diritto al reddito di cittadinanza?
No. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale richiamata nel provvedimento, il requisito della residenza pregressa per il reddito di cittadinanza è stato ridotto da dieci a cinque anni.

Perché la Corte Costituzionale ha ritenuto illegittimo il requisito dei 10 anni di residenza?
La Corte Costituzionale ha ritenuto che il periodo di dieci anni fosse una barriera temporale sproporzionata e irragionevole rispetto alla finalità della misura, che è l’inclusione sociale e lavorativa. Tale requisito creava una discriminazione indiretta a danno dei cittadini non italiani e di quelli italiani che avevano vissuto all’estero.

La sentenza della Cassazione ha assolto definitivamente l’imputato?
No, la sentenza non è un’assoluzione definitiva. La Cassazione ha annullato la condanna e ha rinviato il caso alla Corte d’Appello. Il nuovo giudice dovrà verificare se l’imputato, pur avendo maturato i cinque anni di residenza, soddisfaceva anche l’ulteriore requisito di aver risieduto in Italia in via continuativa per almeno due anni prima della domanda.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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