LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Reddito di cittadinanza: la DSU falsa vale condanna

Una donna è stata condannata per aver percepito illecitamente il reddito di cittadinanza omettendo informazioni patrimoniali rilevanti in due DSU consecutive. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che l’utilizzo di una DSU falsa per mantenere il beneficio integra il reato, a prescindere da chi abbia materialmente presentato la dichiarazione. L’elemento decisivo è la consapevolezza e l’utilizzo della dichiarazione mendace da parte del beneficiario.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 3 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reddito di Cittadinanza e DSU Falsa: Chi Paga il Conto?

L’accesso a prestazioni sociali come il reddito di cittadinanza si basa sulla correttezza delle informazioni fornite dai cittadini. Ma cosa succede se una DSU falsa viene presentata da un familiare e non dal diretto beneficiario? Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 37995/2025) fa luce sulla responsabilità penale, affermando un principio chiaro: chi utilizza consapevolmente una dichiarazione falsa per percepire il sussidio è responsabile, a prescindere da chi l’abbia materialmente compilata.

Il Caso: Due Dichiarazioni, Una Condanna

Il caso riguarda una cittadina condannata per aver illecitamente percepito il reddito di cittadinanza. La sua responsabilità penale è stata affermata in relazione a due diverse condotte, considerate parte di un unico disegno criminoso.

La prima condotta (capo 1) riguardava la presentazione, nel gennaio 2019, della DSU per il calcolo dell’ISEE finalizzata a ottenere il beneficio. In tale dichiarazione, la donna aveva omesso di indicare di essere titolare di una partita IVA e di possedere un ingente patrimonio mobiliare, utilizzato per scommesse online.

La seconda condotta (capo 2), oggetto specifico della sentenza in commento, si riferiva alla presentazione di una nuova DSU nel gennaio 2020. Questa dichiarazione, contenente le medesime omissioni, era necessaria per la verifica annuale dei requisiti e, quindi, per evitare la revoca o la riduzione del sussidio.

La Difesa: “Non L’ho Presentata Io”

La linea difensiva si è concentrata sul secondo capo d’imputazione. La ricorrente sosteneva di non aver presentato lei la DSU del 2020, ma che fosse stato suo padre a farlo. A suo avviso, non avendo compiuto alcuna azione diretta, non poteva esserle addebitata alcuna responsabilità. Inoltre, la difesa lamentava un travisamento della prova, già evidenziato in un precedente giudizio di Cassazione che aveva annullato la prima sentenza d’appello proprio su questo punto.

La Decisione della Cassazione sulla DSU Falsa

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che, ai fini della responsabilità penale, non rileva chi sia l’autore materiale della dichiarazione, ma chi la utilizza consapevolmente per conseguire un ingiusto vantaggio.

Il ragionamento della Corte si fonda sul collegamento inscindibile tra le due dichiarazioni. La seconda DSU non era un atto autonomo, ma la prosecuzione dell’azione illecita iniziata con la prima, finalizzata a mantenere un beneficio ottenuto in modo fraudolento. La condanna per la prima dichiarazione, ormai definitiva, aveva già accertato che l’imputata aveva utilizzato un documento di cui conosceva la falsità. Questo stesso principio, secondo la Corte, si estende logicamente alla seconda dichiarazione.

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte ha sottolineato che la legge sul reddito di cittadinanza sanziona non solo chi “rende” dichiarazioni false, ma anche chi “utilizza” documenti falsi o attestanti cose non vere. L’imputata, pur non avendo forse compilato la DSU del 2020, ne è stata la piena beneficiaria, utilizzandola per continuare a percepire il sussidio. Era perfettamente a conoscenza della propria situazione economica (la partita IVA e il patrimonio mobiliare) e, di conseguenza, della falsità delle omissioni contenute nel documento.

La decisione impugnata, secondo la Cassazione, ha correttamente evidenziato che l’utilizzo di un atto ideologicamente falso per la prosecuzione della percezione del beneficio è un comportamento penalmente rilevante. La seconda DSU era un passaggio obbligato per la verifica della permanenza dei presupposti da parte dell’INPS, e il suo utilizzo ha permesso all’imputata di consolidare il vantaggio illecito già ottenuto.

Le Conclusioni: Responsabilità Personale Anche per Atti Altrui

La sentenza stabilisce un importante principio di responsabilità personale. Nell’ambito delle prestazioni assistenziali, la buona fede e la correttezza sono essenziali. Non ci si può nascondere dietro l’operato di terzi, come un familiare, quando si è consapevoli che le dichiarazioni presentate a proprio nome sono false e se ne trae diretto vantaggio. L’utilizzo consapevole di una DSU falsa è sufficiente per integrare il reato, consolidando l’idea che la responsabilità ultima ricade sempre sul beneficiario, il quale ha l’onere di garantire la veridicità delle informazioni che lo riguardano.

Se un mio familiare presenta una DSU falsa a mio nome per il reddito di cittadinanza, sono responsabile penalmente?
Sì, secondo la sentenza, se sei consapevole della falsità della dichiarazione e la utilizzi per ottenere o mantenere il beneficio, sei responsabile. L’elemento chiave è l’utilizzo del documento falso, non chi lo ha materialmente presentato.

Qual è la differenza tra la prima dichiarazione per ottenere il beneficio e quelle successive per mantenerlo?
La prima dichiarazione è finalizzata a ottenere il beneficio. Le successive, nel caso esaminato, servono a confermare il possesso dei requisiti per evitare la decadenza o la riduzione dell’importo. La Corte ha considerato entrambe le condotte parte di un unico disegno criminoso, in quanto la seconda è la prosecuzione della prima.

Cosa significa che la condanna per il primo capo d’imputazione è passata in “giudicato”?
Significa che la decisione su quel punto è diventata definitiva e non più appellabile. La Corte, nel decidere sul secondo capo, ha tenuto conto di quanto già accertato in via definitiva per il primo, estendendone il ragionamento in quanto le condotte erano strettamente collegate.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati