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Reddito di cittadinanza: false dichiarazioni e reato

La Corte di Cassazione si è pronunciata sul reato di false dichiarazioni per l’ottenimento del reddito di cittadinanza. La sentenza analizza il caso di due cittadini stranieri, chiarendo quando la condotta resta penalmente rilevante nonostante la modifica del requisito di residenza da 10 a 5 anni da parte della Corte Costituzionale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna per la domanda in cui non era soddisfatto neanche il requisito quinquennale.

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Pubblicato il 27 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reddito di cittadinanza: la Cassazione sui limiti del reato di false dichiarazioni

La questione della rilevanza penale delle false dichiarazioni per ottenere il reddito di cittadinanza è tornata al centro di una recente pronuncia della Corte di Cassazione. La sentenza in esame offre un’analisi dettagliata degli effetti delle recenti decisioni della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea sul requisito della residenza, definendo con precisione i confini della punibilità. Il caso riguarda due cittadini di un paese extra-UE condannati per aver attestato falsamente di risiedere in Italia da almeno dieci anni.

I fatti del caso

Due coniugi, cittadini di un paese africano, venivano condannati per aver presentato, in concorso tra loro, due distinte domande per ottenere il reddito di cittadinanza. In entrambe le istanze, dichiaravano falsamente di possedere il requisito della residenza in Italia da almeno dieci anni. In realtà, l’uomo era entrato in Italia nel luglio 2014, mentre la donna nell’ottobre 2015. Le domande erano state presentate rispettivamente nel giugno 2020 (dalla donna) e nell’ottobre 2020 (dall’uomo).

In sede di esecuzione, il Tribunale revocava parzialmente la sentenza di condanna. In particolare, riteneva non più previsto dalla legge come reato il fatto commesso dall’uomo con la sua domanda dell’ottobre 2020. Questo perché, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale, il requisito di residenza era stato ridotto da dieci a cinque anni. Al momento della sua domanda, l’uomo aveva già maturato oltre sei anni di permanenza in Italia, soddisfacendo quindi il nuovo requisito. Tuttavia, il Tribunale manteneva la condanna per la domanda presentata dalla donna nel giugno 2020, poiché a quella data non aveva ancora completato i cinque anni di residenza. Di conseguenza, veniva condannato anche il marito per il concorso in questo specifico reato. Contro questa decisione, i due imputati proponevano ricorso in Cassazione.

Analisi del requisito di residenza per il reddito di cittadinanza

Il cuore della questione legale risiede nell’evoluzione normativa e giurisprudenziale del requisito di residenza per accedere al reddito di cittadinanza. Originariamente, la legge richiedeva una residenza continuativa in Italia di almeno dieci anni. Questo requisito è stato oggetto di censure sia a livello europeo che nazionale.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che imporre un requisito di residenza decennale ai soggiornanti di lungo periodo costituisce una discriminazione indiretta. Successivamente, la Corte Costituzionale italiana, con la sentenza n. 31 del 2025, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma, riducendo il requisito a cinque anni, ritenuto un periodo più ragionevole per dimostrare un effettivo radicamento sul territorio.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo corretta e logica la decisione del giudice dell’esecuzione. La Corte ha operato una distinzione fondamentale tra le due diverse condotte.

Per la domanda presentata nell’ottobre 2020 dall’uomo, la revoca della condanna era giustificata. Essendo entrato in Italia nel 2014, egli soddisfaceva il requisito dei cinque anni di residenza stabilito dalla Corte Costituzionale. La sua falsa dichiarazione (aver risieduto per dieci anni) era diventata irrilevante ai fini dell’ottenimento del beneficio, facendo venir meno la natura penale del fatto.

Al contrario, per la domanda presentata dalla donna nel giugno 2020, la situazione era differente. Essendo entrata in Italia nell’ottobre 2015, a giugno 2020 non aveva ancora maturato neanche i cinque anni di residenza. Pertanto, la sua dichiarazione era falsa e determinante per ottenere un beneficio a cui non avrebbe avuto diritto, indipendentemente dal requisito decennale o quinquennale. Il reato, in questo caso, sussisteva pienamente.

La Cassazione ha inoltre precisato che la responsabilità dell’uomo a titolo di concorso nel reato commesso dalla moglie rimaneva intatta. Sebbene la sua personale condotta non fosse più punibile, la sua partecipazione alla presentazione di una domanda basata su dichiarazioni false da parte della coniuge configurava comunque un concorso nel reato.

Le conclusioni

La sentenza chiarisce un punto fondamentale: la depenalizzazione parziale derivante dalla modifica del requisito di residenza non opera in modo automatico per tutte le false dichiarazioni. La condotta resta penalmente rilevante ogni volta che la falsa attestazione è stata determinante per ottenere il beneficio e il richiedente non possedeva nemmeno i requisiti minimi (come i cinque anni di residenza) come rideterminati dalla giurisprudenza costituzionale. La decisione sottolinea che ogni caso va valutato nel merito, verificando la situazione specifica del richiedente al momento della presentazione della domanda.

La falsa dichiarazione sulla residenza per ottenere il reddito di cittadinanza è sempre reato dopo le sentenze della Corte Costituzionale?
No, non è sempre reato. Se, al momento della domanda, il dichiarante possedeva il requisito di residenza di cinque anni (come stabilito dalla Corte Costituzionale), la falsa dichiarazione di averne dieci non è più considerata reato, perché il mendacio non è stato determinante per ottenere il beneficio.

Perché nel caso di specie la condanna è stata revocata solo per una delle due domande?
La condanna è stata revocata per la domanda presentata dall’uomo, perché al momento della richiesta aveva già superato i cinque anni di residenza in Italia. È stata invece confermata per la domanda della donna, perché al momento della sua richiesta non aveva ancora raggiunto i cinque anni di residenza, quindi la sua dichiarazione era comunque falsa e rilevante per l’ottenimento del sussidio.

Il concorso nel reato è stato confermato anche per la persona che, per la propria domanda, non era più punibile?
Sì. Anche se il reato relativo alla propria domanda è stato revocato, l’uomo è stato ritenuto responsabile in concorso per la domanda presentata dalla moglie, poiché ha partecipato a un’azione illecita che è rimasta tale, in quanto la donna non aveva diritto al beneficio. La sua partecipazione a un fatto di reato commesso da altri resta punibile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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