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Reddito di cittadinanza: false dichiarazioni e reati

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per un soggetto che aveva dichiarato falsamente di non convivere con altre persone al fine di ottenere il Reddito di cittadinanza. Il ricorrente contestava la validità della domanda telematica priva di firma autografa e l’assenza di dolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che per le istanze digitali non occorre la firma fisica e che la chiarezza del modulo esclude l’errore incolpevole, confermando la pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

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Pubblicato il 24 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reddito di cittadinanza: la falsa dichiarazione è reato

Ottenere il Reddito di cittadinanza attraverso attestazioni non veritiere comporta gravi responsabilità penali. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato il caso di un cittadino condannato per aver omesso di indicare la convivenza con altri soggetti nella domanda di accesso al beneficio, confermando la linea dura contro le frodi ai danni dello Stato.

I fatti e il procedimento di merito

Il caso trae origine dalla condanna emessa dal Tribunale di Marsala e confermata dalla Corte di Appello di Palermo nei confronti di un richiedente il sussidio. L’imputato era stato ritenuto colpevole del reato previsto dall’art. 7 del decreto legge n. 4 del 2019 per aver dichiarato falsamente, in sede di istanza, di non avere conviventi. Tale condotta era finalizzata a eludere i requisiti reddituali e patrimoniali del nucleo familiare, necessari per il legittimo ottenimento del beneficio statale. La pena inflitta era stata di un anno e quattro mesi di reclusione.

La decisione della Cassazione sul Reddito di cittadinanza

L’imputato ha proposto ricorso per Cassazione sollevando due motivi principali. In primo luogo, ha contestato la validità della domanda poiché presentata in via telematica e priva di firma autografa. In secondo luogo, la difesa ha sostenuto la mancanza dell’elemento soggettivo, ovvero l’assenza della volontà di mentire, ipotizzando un errore nella comprensione del modulo. La Suprema Corte ha rigettato entrambi i motivi, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.

Validità della domanda telematica e firma digitale

Un punto centrale della decisione riguarda l’applicazione del Codice dell’Amministrazione Digitale. La Corte ha chiarito che, per le domande presentate online, non è necessaria l’apposizione della firma fisica. La procedura telematica stessa garantisce l’identificazione del richiedente e la paternità della dichiarazione, rendendo pienamente valida l’istanza e, di conseguenza, penalmente rilevanti le eventuali falsità in essa contenute.

Le motivazioni

Le motivazioni della sentenza si fondano sulla manifesta infondatezza delle doglianze difensive. I giudici di legittimità hanno evidenziato come la normativa vigente (art. 65 d.lgs. 82/2005) equipari le istanze telematiche a quelle sottoscritte, qualora inoltrate con modalità che ne garantiscano l’identità. Riguardo al profilo del dolo, la Corte ha sottolineato la “chiarezza lessicale” della formula trascritta nella domanda per il Reddito di cittadinanza. La semplicità del quesito relativo alla composizione del nucleo familiare e alla convivenza non lascia spazio a dubbi interpretativi, rendendo la falsa attestazione una scelta consapevole e non un errore materiale.

Le conclusioni

Le conclusioni della Suprema Corte ribadiscono che il sistema di controllo sulle erogazioni pubbliche non tollera dichiarazioni mendaci, anche se effettuate tramite piattaforme digitali. La responsabilità penale scatta nel momento in cui il richiedente altera consapevolmente la realtà dei fatti per rientrare nei parametri del beneficio. Questa sentenza funge da monito sulla necessità di prestare la massima attenzione e correttezza nella compilazione delle istanze verso la Pubblica Amministrazione, poiché la facilità dello strumento digitale non diminuisce la gravità delle conseguenze legali in caso di falso.

È necessaria la firma autografa per la domanda telematica del sussidio?
No, secondo il Codice dell’Amministrazione Digitale, le istanze inviate telematicamente sono valide anche senza firma fisica se l’identità del richiedente è accertata dal sistema.

Cosa rischia chi dichiara il falso per ottenere il beneficio?
Si rischia una condanna penale per il reato specifico previsto dalla legge sul reddito di cittadinanza, con pene che possono superare l’anno di reclusione oltre alla restituzione delle somme.

Si può contestare in Cassazione la valutazione delle prove fatta nei gradi precedenti?
No, il giudizio di legittimità non permette di riesaminare i fatti o le prove, ma solo di verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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