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Reato reddito di cittadinanza: condanna dopo l’abrogazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per il reato reddito di cittadinanza, per non aver comunicato vincite percepite. La Corte ha stabilito che l’abrogazione del reddito di cittadinanza dal 1° gennaio 2024 non cancella il reato per i fatti commessi in precedenza. La legge che ha soppresso il beneficio ha creato una deroga al principio della ‘lex mitior’ (legge più favorevole), mantenendo in vita le sanzioni penali per garantire la tutela delle risorse pubbliche erogate fino a quel momento. Il ricorso è stato quindi respinto e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reato Reddito di Cittadinanza: la Cassazione Conferma la Punibilità

L’introduzione e la successiva abolizione del Reddito di Cittadinanza hanno sollevato numerosi quesiti legali, in particolare riguardo alla sorte dei procedimenti penali per le violazioni commesse. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza su un punto fondamentale: l’abrogazione della norma non cancella il reato reddito di cittadinanza per chi ha agito illecitamente in passato. Questa decisione sottolinea la volontà del legislatore di proteggere le finanze pubbliche, anche retrospettivamente.

I Fatti del Caso

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda un individuo condannato dalla Corte d’Appello di Roma per il reato previsto dall’art. 7 del D.L. n. 4/2019. L’accusa era di aver omesso di comunicare all’ente preposto delle vincite, un’informazione rilevante che avrebbe inciso sul diritto a percepire il beneficio del reddito di cittadinanza. L’imputato, non accettando la sentenza di condanna, ha proposto ricorso in Cassazione, basando la sua difesa su tre motivi principali.

Il Reato reddito di cittadinanza e i motivi del ricorso

L’imputato ha contestato la sentenza di secondo grado avanzando tre diverse censure:

1. Vizio di motivazione sulla responsabilità: Secondo la difesa, le somme riscosse erano inferiori a quelle contestate e, in ogni caso, non superavano la soglia di reddito che imponeva l’obbligo di comunicazione. Inoltre, si sosteneva che le vincite fossero meramente ‘virtuali’ e non immediatamente esigibili.
2. Vizio di motivazione sulla pena: Il ricorrente lamentava una motivazione insufficiente riguardo alla quantificazione della pena inflitta.
3. Violazione di legge per abrogazione del reato: Il motivo centrale del ricorso era basato sulla tesi che, essendo il reddito di cittadinanza stato abrogato a partire dal 1° gennaio 2024, anche il reato connesso dovesse considerarsi estinto.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, respingendo tutti i motivi sollevati. Per quanto riguarda il primo punto, i giudici hanno chiarito che il reato si configura con la semplice omissione della comunicazione delle vincite, documentate dall’estratto conto e mai contestate dall’imputato. Non è rilevante se fossero ‘virtuali’ o meno, ma solo il fatto che rappresentassero una variazione patrimoniale da dichiarare.

Sul secondo motivo, relativo alla pena, la Corte ha ribadito un principio consolidato: l’applicazione di una pena nel ‘medio edittale’ (cioè a metà tra il minimo e il massimo previsto) non richiede una motivazione particolarmente analitica, essendo sufficienti le formule di stile che fanno riferimento ai criteri dell’art. 133 del codice penale.

Il punto cruciale della decisione riguarda però il terzo motivo. La Cassazione ha spiegato che, sebbene la regola generale sia quella della retroattività della legge più favorevole al reo (principio della lex mitior), in questo caso il legislatore ha previsto una specifica deroga. La legge che ha soppresso il reddito di cittadinanza (L. n. 197/2022) ha espressamente fatto salva l’applicazione delle sanzioni penali per i fatti commessi fino al termine di efficacia della vecchia disciplina. Questa scelta, secondo la Corte, non è irragionevole, poiché mira a garantire la tutela penale contro l’indebita erogazione di fondi pubblici per tutto il periodo in cui il beneficio è esistito. La continuità della tutela è inoltre assicurata dalla contemporanea introduzione di nuove figure di reato a protezione dei nuovi sussidi.

Le Conclusioni

L’ordinanza della Corte di Cassazione stabilisce un principio chiaro: l’abrogazione del reddito di cittadinanza non comporta un’automatica ‘sanatoria’ per chi ha commesso illeciti. Le condanne per il reato reddito di cittadinanza restano valide e i procedimenti in corso proseguiranno. La decisione conferma che la tutela delle risorse pubbliche prevale sul principio della lex mitior, grazie a una precisa e giustificata scelta del legislatore. Chi ha indebitamente percepito il sussidio o omesso le dovute comunicazioni rimane quindi penalmente responsabile delle proprie azioni, anche dopo la fine della misura stessa.

Se il Reddito di Cittadinanza è stato abolito, si può ancora essere puniti per non aver comunicato le vincite in passato?
Sì. La Corte di Cassazione ha chiarito che l’abrogazione della norma non cancella i reati commessi quando la legge era in vigore. La legge che ha soppresso il beneficio ha previsto che le sanzioni penali continuino ad applicarsi per i fatti avvenuti prima del 1° gennaio 2024.

Perché la Corte non ha applicato il principio della ‘lex mitior’ (legge più favorevole)?
La Corte non ha applicato tale principio perché la legge stessa che ha abrogato il reddito di cittadinanza ha stabilito una deroga esplicita, mantenendo in vigore le sanzioni penali per i fatti pregressi. Questa deroga è stata ritenuta ragionevole per proteggere le finanze pubbliche dall’indebita erogazione di benefici.

Il reato di omessa comunicazione si configura anche se le vincite non sono state immediatamente incassate?
Sì. Secondo la Corte, il reato si perfeziona con la semplice omissione della comunicazione di una variazione patrimoniale rilevante, come le vincite, indipendentemente dal fatto che queste siano state immediatamente incassate o fossero ‘virtuali’. Ciò che conta è che fossero state documentate, ad esempio, su un estratto conto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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