LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Reato associativo: quando la condotta è consapevole?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24333 del 2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un’imputata condannata per traffico di stupefacenti e reato associativo. La Corte ha confermato che un contributo costante e consapevole alla vita dell’associazione, come la gestione di luoghi e strumenti per il confezionamento, integra l’elemento soggettivo del reato associativo, superando la mera connivenza. È stato inoltre escluso il reato di lieve entità a causa dei notevoli quantitativi di droga gestiti.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Reato Associativo: la Partecipazione Consapevole va Oltre la Semplice Connivenza

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24333/2024, offre importanti chiarimenti sulla distinzione tra la semplice connivenza non punibile e la partecipazione a un reato associativo finalizzato al traffico di stupefacenti. La pronuncia sottolinea come un contributo costante, definito e funzionale alla vita del sodalizio criminale dimostri la piena consapevolezza e volontà di farne parte, anche in assenza di contatti diretti con tutti i membri dell’organizzazione.

I Fatti del Caso

Il caso riguarda una donna condannata in primo grado e in appello per aver partecipato a un’associazione a delinquere dedita al traffico di ingenti quantitativi di cocaina e marijuana (art. 74 D.P.R. 309/90) e per diversi episodi di spaccio (art. 73 D.P.R. 309/90). L’imputata ha presentato ricorso in Cassazione, contestando principalmente la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato associativo, ovvero la coscienza e volontà di essere parte di un’organizzazione criminale strutturata.

I Motivi del Ricorso

La difesa ha articolato il ricorso su tre motivi principali:
1. Erronea applicazione della legge sul reato associativo: Si sosteneva che la Corte d’Appello avesse erroneamente interpretato la condotta dell’imputata come partecipazione associativa, mentre si sarebbe trattato di una mera connivenza non punibile. Secondo la difesa, i contatti dell’imputata si limitavano a un solo coimputato, senza che vi fosse prova della consapevolezza di un coinvolgimento di terzi in una più ampia organizzazione.
2. Carenza di motivazione e mancata riqualificazione del reato: Si lamentava la mancanza di motivazione sulla responsabilità per uno specifico episodio di spaccio e si chiedeva la riqualificazione degli altri episodi nella fattispecie di lieve entità (art. 73, comma 5), data l’impossibilità di determinare l’esatta quantità di droga ceduta.
3. Violazione di legge sul diniego dell’attenuante: Si contestava il mancato riconoscimento dell’attenuante speciale della collaborazione (art. 74, comma 7), sostenendo che i giudici non avessero adeguatamente valutato le dichiarazioni rese dall’imputata.

La Decisione della Cassazione e il reato associativo

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto le argomentazioni della difesa infondate e, in parte, generiche, fornendo una motivazione dettagliata per ciascun punto contestato.

Le Motivazioni

Approfondiamo le ragioni della Corte:

Sulla Sussistenza del Reato Associativo

La Corte ha stabilito che il primo motivo fosse manifestamente infondato. Richiamando il principio della “doppia conforme” (quando le sentenze di primo e secondo grado giungono alla stessa conclusione), i giudici hanno evidenziato come la partecipazione dell’imputata non fosse affatto marginale. Il suo contributo era costante, definito e, di conseguenza, inevitabilmente consapevole. L’imputata gestiva mezzi strumentali fondamentali per l’associazione, tra cui il retrobottega di un negozio di ortofrutta e un appartamento-deposito, utilizzati per il confezionamento delle dosi. Le prove, derivanti da intercettazioni e videoriprese, mostravano il suo coinvolgimento attivo nel confezionamento di cocaina e marijuana, nell’impartire istruzioni ad altri e nel partecipare a prelievi di stupefacente. Questo ruolo attivo, inserito in una collaudata collaborazione con ruoli definiti, dimostrava una chiara consapevolezza del contesto criminale organizzato, ben oltre la semplice conoscenza delle attività di un singolo complice.

Sull’Ipotesi di Lieve Entità

Anche il secondo motivo è stato respinto. La Corte ha ritenuto inammissibile la doglianza sulla mancanza di motivazione per un singolo episodio, in quanto l’appello era stato formulato in modo generico. Riguardo alla richiesta di riqualificazione dei reati-fine come di lieve entità, i giudici hanno sottolineato che la valutazione deve essere globale e non atomistica. I notevoli quantitativi di droga sequestrati (oltre 2,6 kg di cocaina e 5,8 kg di marijuana) e le modalità organizzate del traffico erano elementi incompatibili con l’ipotesi della lieve entità.

Sul Diniego dell’Attenuante della Collaborazione

Infine, la Cassazione ha confermato il diniego dell’attenuante. Per ottenere questo beneficio, il contributo conoscitivo offerto dall’imputato deve essere utilmente diretto a interrompere l’attività complessiva del sodalizio criminale, non solo il traffico di una singola partita di droga. Nel caso di specie, le dichiarazioni dell’imputata erano state rese quando il quadro probatorio era già “cristallizzato” e non avevano aggiunto elementi nuovi e decisivi per smantellare l’organizzazione.

Le Conclusioni

Questa sentenza ribadisce principi fondamentali in materia di reato associativo e traffico di stupefacenti. In primo luogo, la partecipazione attiva e costante alla gestione di risorse logistiche e operative di un gruppo criminale costituisce un forte indizio della piena consapevolezza di far parte di un’associazione. Non è necessario conoscere tutti i membri o i dettagli di ogni operazione; è sufficiente contribuire consapevolmente al mantenimento e al funzionamento della struttura. In secondo luogo, la valutazione sulla lieve entità del fatto deve considerare tutti gli elementi (mezzi, modalità, quantità) in una prospettiva complessiva, e la gestione di quantitativi ingenti di droga è di per sé ostativa a tale riconoscimento. Infine, la collaborazione processuale, per essere premiata con un’attenuante, deve essere concreta, utile e tempestiva, fornendo un reale aiuto agli inquirenti per contrastare l’attività criminale.

Quando la commissione di reati di spaccio integra anche un reato associativo?
Secondo la sentenza, ciò avviene quando la condotta non è isolata ma si inserisce in un contesto organizzato, con un contributo costante, consapevole e funzionale alla vita dell’associazione. La gestione di luoghi e strumenti per il confezionamento o il deposito dello stupefacente è un chiaro indice di tale partecipazione.

Perché è stata esclusa la qualificazione del reato come di ‘lieve entità’?
La Corte ha escluso l’ipotesi di lieve entità perché la valutazione deve essere globale e tenere conto di mezzi, modalità e quantità. Nel caso specifico, i notevoli quantitativi di stupefacenti trafficati (diversi chilogrammi di cocaina e marijuana) erano incompatibili con la definizione di fatto lieve.

Quali sono i requisiti per ottenere l’attenuante della collaborazione in un processo per reato associativo?
Per ottenere l’attenuante della collaborazione (art. 74, comma 7, D.P.R. 309/90), non basta confessare fatti già ampiamente provati. È necessario che il contributo dell’imputato sia concretamente utile a interrompere l’attività complessiva del sodalizio criminoso, fornendo informazioni decisive non ancora in possesso degli inquirenti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati