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Profitto del reato: risparmio fiscale è confiscabile

La Cassazione ha stabilito che il profitto del reato di traffico illecito di rifiuti include anche il risparmio fiscale ottenuto deducendo costi fittizi. Annullata l’ordinanza del Tribunale del Riesame che negava il nesso di causalità tra il reato ambientale e il vantaggio economico fiscale, affermando che il risparmio di spesa è una forma di profitto direttamente derivante dall’attività criminale organizzata.

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Pubblicato il 26 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Profitto del reato: anche il risparmio fiscale è confiscabile

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 41536/2025 offre un’importante chiarificazione sulla nozione di profitto del reato, estendendone l’applicazione fino a includere il risparmio fiscale derivante da attività illecite. Questa decisione consolida un orientamento giurisprudenziale volto a colpire ogni forma di vantaggio economico conseguito attraverso la commissione di reati, anche quando tale vantaggio non si manifesta come un incremento patrimoniale diretto, ma come un mancato esborso di somme dovute.

I fatti del caso: traffico illecito di rifiuti e costi fittizi

Il caso trae origine da un’indagine per traffico illecito di rifiuti. Una società operante nel settore dei metalli acquistava rottami ferrosi da due società intermediarie fittizie. Queste ultime, a loro volta, acquistavano il materiale ‘in nero’, senza tracciabilità, per poi rivenderlo all’impresa finale emettendo regolari fatture. Questo schema fraudolento permetteva all’impresa acquirente di ottenere un duplice vantaggio:
1. Acquistare materiale a un prezzo inferiore a quello di mercato.
2. Portare in deduzione costi fittizi, generando un indebito risparmio fiscale (nello specifico, sull’IRES).

Il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto un sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto, identificato proprio in tale risparmio fiscale. Tuttavia, il Tribunale del Riesame annullava il provvedimento, ritenendo che il vantaggio fiscale non derivasse direttamente dal reato di traffico di rifiuti, bensì da una condotta successiva e autonoma: la presentazione della dichiarazione dei redditi fraudolenta.

La nozione di profitto del reato secondo la Procura

Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione del Tribunale, sostenendo un’interpretazione più ampia del profitto del reato. Secondo il ricorrente, la nozione di profitto deve includere qualsiasi utilità, anche indiretta o mediata, che sia conseguenza dell’attività criminosa. L’intero schema fraudolento, comprese le fatturazioni fittizie e la successiva deduzione dei costi, era funzionale a realizzare non solo il reato ambientale ma anche l’evasione fiscale. Pertanto, il risparmio d’imposta non era un evento scollegato, ma una componente essenziale e programmata del vantaggio complessivo derivante dall’illecito.

Il profitto del reato secondo la Cassazione: il nesso causale

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, annullando l’ordinanza del Tribunale del Riesame. I giudici di legittimità hanno ribadito che il profitto del reato non si limita all’incremento patrimoniale, ma include anche il ‘risparmio di spesa’. Nel caso specifico, il mancato pagamento delle imposte dovute rappresenta un vantaggio economico concreto e diretto, causalmente collegato all’attività illecita.

La struttura unitaria del reato

La Corte ha sottolineato come il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies cod. pen.) sia un reato abituale che presuppone un’organizzazione stabile di mezzi e persone. Il meccanismo di interposizione fittizia di società ‘cartiere’ non è un elemento accessorio, ma il cuore del sistema criminale, finalizzato a occultare la provenienza dei rifiuti e a generare, al contempo, l’evasione fiscale per le imprese clienti. Le due condotte (traffico di rifiuti ed evasione fiscale) sono intrinsecamente connesse e fanno parte di un unico disegno criminoso.

Le motivazioni della Corte

La motivazione della sentenza si fonda sul principio di causalità. Sebbene la consumazione del reato di traffico di rifiuti e la realizzazione del risparmio fiscale avvengano in momenti diversi, ciò non interrompe il nesso di pertinenzialità. L’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e la successiva deduzione dei costi sono la naturale prosecuzione dell’attività illecita, necessarie per concretizzare il vantaggio economico perseguito. La giurisprudenza, anche delle Sezioni Unite, ha costantemente affermato che il profitto può consistere in un risparmio di costi ‘doverosi’ che l’agente avrebbe dovuto sostenere in assenza dell’illecito. Pertanto, l’evasione d’imposta, ottenuta tramite la contabilizzazione di costi non veritieri legati al traffico di rifiuti, costituisce a tutti gli effetti un profitto confiscabile derivante da tale reato.

Conclusioni: le implicazioni della sentenza

Questa pronuncia rafforza gli strumenti di contrasto alla criminalità economica e ambientale. Stabilendo che il risparmio fiscale è una forma di profitto del reato di traffico illecito di rifiuti, la Corte di Cassazione amplia l’ambito di applicazione del sequestro e della confisca. La decisione chiarisce che non è necessario un legame temporale immediato tra il reato e il conseguimento del profitto, purché quest’ultimo sia il risultato programmato di un’unica strategia criminale. Di conseguenza, le aziende che si avvalgono di schemi fraudolenti per ridurre il carico fiscale attraverso reati ambientali potranno vedere aggrediti non solo i beni direttamente acquisiti, ma anche i vantaggi economici derivanti dall’evasione delle imposte.

Un risparmio di spesa, come l’evasione fiscale, può essere considerato profitto del reato?
Sì, la Corte di Cassazione afferma che il profitto del reato non è solo un incremento patrimoniale, ma può consistere anche in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento delle imposte dovuto all’inserimento in contabilità di costi fittizi.

Il fatto che il risparmio fiscale si realizzi con un atto successivo al reato principale (la dichiarazione dei redditi) interrompe il nesso di causalità?
No. La Corte ha stabilito che lo iato temporale tra la consumazione del reato di traffico di rifiuti e la successiva acquisizione del profitto fiscale è irrilevante. Ciò che conta è che l’intero schema fraudolento sia funzionalmente orientato a conseguire quel vantaggio, rendendo la dichiarazione fraudolenta una condotta necessaria per realizzare il profitto illecito.

Per la confisca è necessario un legame diretto e immediato tra il reato e il profitto?
La nozione di pertinenzialità è intesa in senso estensivo. Il profitto deve ‘derivare’ dal reato, ma tale derivazione può essere anche indiretta o mediata. Nel caso di specie, il meccanismo di interposizione societaria era finalizzato sia a commettere il traffico illecito di rifiuti sia a generare l’evasione fiscale, creando un legame inscindibile tra le due condotte e i relativi vantaggi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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