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Profitto del reato: i costi non sono deducibili

Una società edile impugna un provvedimento di sequestro, sostenendo che dal profitto illecito dovrebbero essere sottratti i maggiori costi sostenuti per la realizzazione di un’opera pubblica. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo il principio secondo cui il calcolo del profitto del reato ai fini della confisca non ammette la deduzione dei costi, anche se leciti, sostenuti per commettere l’illecito. Il vantaggio economico derivante dal crimine va considerato al lordo delle spese.

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Pubblicato il 2 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Profitto del Reato: Perché i Costi per Commetterlo non si Possono Dedurre

Una recente sentenza della Corte di Cassazione torna a fare chiarezza su un concetto fondamentale del diritto penale patrimoniale: la definizione e il calcolo del profitto del reato ai fini del sequestro e della confisca. Il caso analizzato riguarda una società operante nel settore degli appalti pubblici e offre spunti cruciali per comprendere come la giustizia quantifichi il vantaggio economico derivante da un illecito, escludendo qualsiasi logica di tipo aziendalistico.

I Fatti del Caso: La Controversia sul Sequestro

La vicenda processuale ha origine da un provvedimento di sequestro preventivo per un importo di quasi 800.000 euro, disposto sui conti di una società edile. L’accusa era di truffa aggravata, in quanto l’impresa avrebbe contabilizzato e ottenuto il pagamento per lavori mai eseguiti, corrispondenti al 39% del valore totale di un appalto pubblico.

Il Tribunale del Riesame, in prima battuta, aveva parzialmente accolto le ragioni della società, riducendo l’importo del sequestro a circa 688.000 euro, poiché l’ultima tranche di pagamento non era mai stata effettivamente corrisposta dall’ente appaltante.

Tuttavia, la società ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il calcolo del profitto fosse ancora errato. La tesi difensiva si basava sulla necessità di dedurre dall’importo sequestrato i maggiori costi sostenuti per la realizzazione dei lavori (a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, come previsto da una normativa del 2022), costi che l’ente pubblico non aveva rimborsato. In pratica, l’impresa chiedeva di considerare il suo ‘profitto netto’ e non il vantaggio lordo ottenuto.

La Questione Giuridica e il Calcolo del Profitto del Reato

Il nodo centrale della questione era quindi stabilire quali criteri usare per calcolare il profitto del reato. Si deve considerare il vantaggio economico lordo derivante direttamente dalla condotta illecita, oppure è possibile sottrarre i costi, anche se legittimi, che l’autore del reato ha dovuto sostenere per portarlo a termine?

Secondo la difesa, non considerare tali costi avrebbe significato un’ingiusta penalizzazione, equiparando il corrispettivo per una prestazione lecitamente eseguita (i lavori effettivamente realizzati, seppur a costi maggiori) al vantaggio economico illecito. La Procura, al contrario, ha sempre sostenuto l’impossibilità di detrarre tali spese.

La Decisione della Corte di Cassazione e le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando l’orientamento consolidato della giurisprudenza. Il Collegio ha ribadito con forza un principio di diritto fondamentale: in tema di sequestro finalizzato alla confisca, i costi sostenuti dal reo per la realizzazione dell’attività criminosa non possono essere detratti dal profitto del reato.

Le motivazioni della Corte si basano su diversi punti chiave:

1. Natura del profitto confiscabile: Il profitto, in senso penalistico, è il vantaggio economico diretto e immediato derivante dal reato. Non possono essere utilizzati parametri valutativi di tipo aziendalistico, come il criterio del ‘profitto netto’.
2. Rischio dell’attività criminosa: Ammettere la detrazione dei costi significherebbe porre a carico dello Stato il rischio di un eventuale esito negativo dell’attività criminosa. In altre parole, se l’impresa criminale si rivelasse antieconomica, il reo non subirebbe alcuna perdita economica, vanificando la funzione della confisca.
3. Separazione delle pretese: La richiesta di rimborso per i maggiori costi sostenuti è una pretesa creditoria di natura civilistica che la società può far valere nei confronti dell’ente appaltante in un’altra sede. Tale questione non può ‘compensare’ o ridurre l’entità del sequestro penale, che ha ad oggetto esclusivamente il vantaggio derivante dall’illecito.

La Corte ha richiamato le Sezioni Unite, le quali avevano già chiarito che nella ricostruzione del profitto oggetto di confisca non si può fare ricorso a nozioni quali ‘profitto lordo’ o ‘profitto netto’, tipiche del diritto commerciale.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa sentenza rafforza un principio cardine nella lotta alla criminalità economica: il profitto derivante da un reato è inteso come l’intero vantaggio patrimoniale conseguito, senza alcuna possibilità di ‘sconto’ per le spese sostenute per ottenerlo. Per le imprese che operano nel settore pubblico e privato, ciò rappresenta un monito chiaro: qualsiasi vantaggio economico ottenuto tramite condotte fraudolente è interamente aggredibile dallo Stato. La distinzione tra il corrispettivo per la parte lecita di una prestazione e il profitto illecito è netta, e i costi operativi non possono mai fungere da scudo per ridurre l’entità delle misure cautelari reali.

I costi sostenuti per realizzare un’attività criminosa possono essere detratti dal profitto del reato soggetto a sequestro?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che i costi sostenuti dal reo per la realizzazione dell’attività criminosa, anche se intrinsecamente leciti, non possono essere detratti dal profitto del reato. La confisca si applica al vantaggio economico lordo derivante dall’illecito.

Qual è la differenza tra ‘profitto del reato’ ai fini della confisca e ‘profitto netto’ aziendale?
Ai fini della confisca, il profitto del reato è il vantaggio economico diretto che deriva dall’illecito, senza la deduzione dei costi. Il ‘profitto netto’ è un concetto aziendalistico che, invece, calcola l’utile sottraendo i costi sostenuti. La giurisprudenza esclude l’uso di criteri aziendalistici per determinare il profitto confiscabile.

Un credito vantato verso la controparte del contratto può essere compensato con l’importo sequestrato come profitto del reato?
No, la sentenza chiarisce che una pretesa creditoria (come quella per l’adeguamento dei prezzi dei materiali) è una questione di natura civilistica distinta e separata. Non può essere usata per ridurre l’importo del sequestro penale, che ha ad oggetto unicamente il vantaggio economico derivante direttamente dal reato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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