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Profitto da reato: quando la confisca è legittima?

La Cassazione ha esaminato un caso di sequestro per bancarotta fraudolenta, analizzando la nozione di profitto da reato in due distinte operazioni societarie. Ha confermato la confisca per un finanziamento illecito finalizzato all’acquisto di quote proprie, ma ha annullato con rinvio la parte relativa a una novazione contrattuale, criticando la motivazione del tribunale sulla riferibilità del profitto alla società ricorrente.

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Pubblicato il 14 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Profitto da reato: la Cassazione traccia i confini della confisca in complesse operazioni societarie

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 34257/2024, è intervenuta su un intricato caso di bancarotta fraudolenta, offrendo chiarimenti cruciali sulla definizione di profitto da reato e sui presupposti per la sua confisca. La pronuncia analizza due distinte operazioni finanziarie che hanno portato al depauperamento di una società, poi fallita, delineando quando un vantaggio economico è direttamente riconducibile a un illecito e quando, invece, la motivazione del sequestro risulta carente.

I fatti: il caso di bancarotta e le operazioni contestate

Il caso riguarda il fallimento di una società italiana, parte di un gruppo multinazionale franco-olandese. Prima del fallimento, sono state realizzate due operazioni finanziarie ritenute distrattive. La prima consisteva in un’operazione di ‘leveraged buyout’, in cui la società fallita ha di fatto finanziato, senza garanzie, una società ‘veicolo’ neocostituita per acquistare le proprie quote, trasferendo così ingenti somme (oltre 13 milioni di euro) alle controllanti francesi venditrici. La seconda operazione era una novazione contrattuale: un credito vantato dalla società fallita verso la tesoriera olandese del gruppo (derivante da un accordo di cash pooling) è stato trasformato nel pagamento del prezzo per la cessione di macchinari dalla stessa fallita alla tesoriera, con una perdita secca di quasi 7 milioni di euro.
Le autorità giudiziarie hanno disposto un sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato, per un valore totale di oltre 20 milioni di euro, sui conti delle società controllanti e della tesoriera del gruppo.

La questione procedurale: l’uso dell’Ordine di Indagine Europeo

Una delle società ricorrenti ha contestato la legittimità della procedura, sostenendo un uso improprio dell’Ordine di Indagine Europeo (OEI). Secondo la difesa, l’OEI sarebbe stato utilizzato per eseguire il sequestro, mentre la normativa europea lo riserverebbe a finalità puramente probatorie. La Corte ha rigettato questa tesi, chiarendo una distinzione fondamentale: il titolo che legittima il sequestro è il decreto emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), trasmesso alle autorità estere tramite un certificato di ‘congelamento’ previsto da un apposito Regolamento UE. L’OEI, in questo contesto, è stato solo uno strumento investigativo, utilizzato dal pubblico ministero per localizzare con precisione i beni da sottoporre a sequestro. Eventuali vizi nelle modalità esecutive, precisa la Corte, non inficiano la validità del titolo cautelare e devono essere fatti valere in altre sedi, come l’incidente di esecuzione.

Analisi del profitto da reato: il finanziamento illecito

Per quanto riguarda la prima operazione, la Corte ha confermato la tesi accusatoria. L’operazione di acquisto delle quote non era una lecita transazione commerciale, ma un meccanismo fraudolento per drenare liquidità dalla società poi fallita. Gli elementi sintomatici della fraudolenza erano evidenti: la rapidità delle transazioni (tutte avvenute in meno di 24 ore), l’assenza di garanzie per il finanziamento concesso alla società ‘veicolo’ e la totale mancanza di una logica economica per la società fallita. Di conseguenza, le somme incassate dalle società controllanti venditrici sono state correttamente qualificate come profitto da reato, in quanto costituivano il vantaggio economico diretto derivante dalla condotta distrattiva.

La motivazione carente sul profitto da reato della novazione

Sulla seconda operazione, la Corte ha invece accolto le doglianze della ricorrente. La sentenza impugnata attribuiva il profitto da reato, derivante dalla novazione svantaggiosa, anche alla società controllante, basandosi su una motivazione ritenuta ‘perplessa e contraddittoria’. Il tribunale del riesame aveva fatto leva su una clausola contrattuale che dava alle società venditrici il potere di designare l’acquirente finale dei macchinari, ma senza spiegare in modo chiaro e concreto come questo si traducesse in un vantaggio patrimoniale diretto per la ricorrente, che formalmente era estranea all’accordo di novazione. La motivazione, secondo la Cassazione, era apparente e non sufficiente a giustificare il sequestro. Appariva quasi come un tentativo di giustificare la misura cautelare ‘a prescindere’, affermando che, anche senza quel profitto, il sequestro sarebbe stato comunque valido perché l’importo totale bloccato era inferiore al profitto della prima operazione. Questo tipo di ragionamento è stato censurato perché elude l’obbligo di motivare puntualmente la sussistenza di un profitto concreto e attuale per ogni condotta contestata.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte ha ribadito che, sebbene il nesso tra reato e profitto non richieda un’identità fisica del denaro, è indispensabile dimostrare una derivazione causale diretta tra la condotta illecita e l’accrescimento patrimoniale dell’autore del reato o di terzi. Nel caso della prima operazione (finanziamento per l’acquisto di quote), questo nesso era palese. Nel caso della seconda operazione (novazione), la motivazione del provvedimento impugnato era insufficiente a dimostrare un vantaggio patrimoniale ‘puntuale e concreto’ per la società ricorrente. L’argomentazione del tribunale è stata definita ‘apodittica ed apparente’, quasi una ‘mancanza di argomenti’, portando all’annullamento parziale del sequestro con rinvio per un nuovo esame.

Conclusioni: Implicazioni pratiche della sentenza

Questa sentenza offre due importanti lezioni. In primo luogo, consolida il principio secondo cui gli strumenti di cooperazione giudiziaria europea, come l’OEI, sono mezzi a disposizione degli inquirenti per l’esecuzione di provvedimenti, ma è il provvedimento stesso (in questo caso, il decreto di sequestro del GIP) a costituire il titolo legittimante, contro cui devono essere rivolte le impugnazioni di merito. In secondo luogo, e con maggiore impatto sostanziale, riafferma un principio di rigore: per giustificare un sequestro finalizzato alla confisca del profitto, non basta un generico vantaggio per il ‘gruppo’ societario o un vantaggio ‘ipotetico’. È necessario che il giudice motivi in modo puntuale, logico e non contraddittorio come la specifica condotta illecita abbia generato un accrescimento patrimoniale concreto e diretto in capo al soggetto che subisce la misura cautelare. Una motivazione apparente o perplessa equivale a una violazione di legge e porta all’annullamento del provvedimento.

È possibile utilizzare un Ordine di Indagine Europeo (OEI) per eseguire un sequestro preventivo all’estero?
No, l’OEI non è lo strumento per richiedere l’esecuzione di un sequestro preventivo. Secondo la Corte, il titolo per ottenere il ‘congelamento’ dei beni all’estero è il decreto di sequestro stesso, trasmesso tramite un apposito certificato ai sensi del Regolamento UE 2018/1805. L’OEI può essere utilizzato dal pubblico ministero come strumento investigativo parallelo per localizzare i beni da sequestrare, ma non è l’atto che dispone o esegue la misura cautelare.

Quando un’operazione finanziaria complessa, come un leveraged buyout, può costituire reato di bancarotta fraudolenta?
Un’operazione di leveraged buyout integra il reato di bancarotta fraudolenta quando comporta, in assenza di vantaggi per la società ‘obiettivo’, un notevole e ingiustificato impegno economico-finanziario che ne causa il dissesto. Gli indicatori di illiceità, evidenziati nel caso di specie, sono il prelievo di rilevanti risorse dalla società, già in stato di difficoltà, per fornire all’acquirente i fondi necessari al pagamento delle quote, specialmente se a un prezzo sovrastimato e in assenza di garanzie.

Per sequestrare il profitto di un reato a una società, è sufficiente dimostrare un vantaggio generico per il gruppo di cui fa parte?
No, non è sufficiente. La Corte ha stabilito che la motivazione del sequestro deve dimostrare un vantaggio patrimoniale ‘puntuale e concreto’ e non ‘futuro, indiretto e solo ipotetico’ in capo al soggetto specifico che subisce la misura. Un generico riferimento all’appartenenza a un gruppo o un vago vantaggio indiretto non sono sufficienti a giustificare la riconducibilità del profitto del reato e, di conseguenza, a legittimare il sequestro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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