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Prestanome reati tributari: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione ha confermato un sequestro preventivo per equivalente nei confronti di un amministratore di società, indagato per reati tributari legati all’uso di crediti fiscali inesistenti. La Corte ha stabilito che la qualifica di ‘prestanome’ non esonera dalla responsabilità penale, a meno che non si dimostri una totale assenza di potere gestionale. L’origine lecita delle somme sequestrate dal conto personale dell’amministratore è stata ritenuta irrilevante ai fini del sequestro per equivalente, confermando la solidità della misura cautelare.

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Pubblicato il 8 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Prestanome e reati tributari: chi paga il conto?

La figura del prestanome nei reati tributari è da sempre al centro di complessi dibattiti giuridici. Spesso, chi accetta di ricoprire formalmente la carica di amministratore di una società senza esercitarne i poteri si trova a dover rispondere di illeciti commessi da altri. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 41245/2024) ha ribadito la linea dura della giurisprudenza, chiarendo i confini della responsabilità penale e la natura dei sequestri patrimoniali in questi contesti.

I Fatti di Causa

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda un amministratore di una società a responsabilità limitata, indagato per il reato di indebita compensazione di crediti fiscali (art. 10 quater, D.Lgs. 74/2000). Secondo l’accusa, la società aveva utilizzato crediti d’imposta, derivanti da presunti progetti di ricerca e sviluppo, che in realtà erano inesistenti. Di conseguenza, era stato disposto un sequestro preventivo per equivalente per circa 12.000 euro su un conto corrente personale dell’amministratore.

La difesa dell’indagato sosteneva che egli fosse un mero prestanome, estraneo alla gestione della società. Affermava, inoltre, che le somme presenti sul suo conto corrente derivassero dalla sua attività lavorativa come cameriere e non avessero alcun legame con l’attività illecita contestata. Per questo motivo, il sequestro avrebbe dovuto essere qualificato come ‘diretto’ e, data l’assenza di un nesso causale, annullato.

La Responsabilità del Prestanome nei Reati Tributari

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile e fornendo importanti chiarimenti sulla responsabilità del prestanome. Secondo i giudici, il ruolo formale di legale rappresentante, ricoperto all’epoca dei fatti, è sufficiente a contraddire la tesi dell’estraneità. Chi accetta la carica di amministratore, anche come semplice ‘testa di legno’, assume una posizione di garanzia verso la società e i terzi, come previsto dall’art. 2392 del Codice Civile.

Accettando l’incarico, il soggetto accetta anche i rischi connessi, inclusa la possibilità che i gestori di fatto compiano attività illecite. In questi casi, la responsabilità penale può configurarsi a titolo di dolo eventuale: l’amministratore formale, pur non volendo direttamente il reato, ne accetta il rischio pur di ottenere i vantaggi (anche minimi) derivanti dalla sua posizione.

L’unica via per escludere la responsabilità, secondo la Corte, è dimostrare di essere stati completamente privati di qualsiasi potere o possibilità di ingerenza nella gestione della società, una prova che nel caso di specie non è stata fornita.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte ha smontato la linea difensiva su due fronti principali.

1. Natura del sequestro: I giudici hanno chiarito la distinzione tra confisca diretta e per equivalente, richiamando una recentissima pronuncia delle Sezioni Unite. La confisca di somme di denaro è ‘diretta’ solo quando si prova il nesso di derivazione causale tra il denaro e il reato. In tutti gli altri casi, come quello in esame, in cui non è possibile rintracciare il profitto specifico del reato, il sequestro di beni di valore corrispondente nel patrimonio dell’indagato ha natura di sequestro per equivalente. Di conseguenza, l’origine lecita delle somme sul conto corrente (frutto del lavoro di cameriere) è del tutto irrilevante.

2. Ruolo dell’amministratore: La Corte ha sottolineato che le generiche doglianze sul ruolo di mero prestanome non sono sufficienti a scalfire il quadro accusatorio in sede cautelare. L’amministratore aveva il dovere legale di controllare l’operato della società. Non avendo fornito alcuna prova di essere stato impossibilitato a esercitare tale controllo, la sua responsabilità, almeno a livello di ‘fumus boni iuris’, rimane intatta. Il ricorso è stato quindi giudicato privo di fondamento.

Conclusioni

La sentenza ribadisce un principio fondamentale: accettare di fare da prestanome è una scelta estremamente rischiosa che non offre scudi contro la responsabilità penale, specialmente in materia di reati tributari. La giurisprudenza consolidata ritiene che l’amministratore di diritto abbia un preciso dovere di vigilanza, la cui violazione può portare a conseguenze gravi, inclusi sequestri patrimoniali che possono colpire beni personali di provenienza lecita. Questa decisione serve da monito per chiunque sia tentato di accettare ruoli formali in società gestite da altri, evidenziando come la legge non ammetta una deresponsabilizzazione basata sulla mera apparenza.

Un amministratore che si dichiara ‘prestanome’ è comunque responsabile per i reati tributari della società?
Sì, secondo la Cassazione l’amministratore, anche se agisce come prestanome, risponde dei reati tributari. Accettando la carica, accetta anche i rischi connessi, inclusa la responsabilità per l’operato dei gestori di fatto, a titolo di dolo eventuale. È esente da responsabilità solo se dimostra di essere stato completamente privo di qualsiasi potere di ingerenza nella gestione societaria.

Se viene sequestrata una somma di denaro su un conto personale, come si distingue tra confisca diretta e per equivalente?
La confisca è ‘diretta’ solo se c’è la prova di un nesso causale diretto tra il denaro e il reato (cioè, quel denaro è proprio il profitto del reato). In tutti gli altri casi, quando non è possibile dimostrare questo nesso, il sequestro di denaro per un valore corrispondente al profitto del reato è qualificato come ‘per equivalente’.

Il fatto che il denaro sequestrato provenga da un’altra attività lavorativa lecita può bloccare un sequestro per equivalente?
No, nel caso di sequestro per equivalente, l’origine lecita del bene sequestrato è irrilevante. La misura non colpisce il bene-profitto del reato, ma un qualsiasi altro bene di valore corrispondente presente nel patrimonio del soggetto indagato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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