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Potere discrezionale del giudice: i limiti del riesame

La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di due imputati contro una condanna per furto, ritenendo la pena non eccessiva. La Corte ribadisce l’ampio potere discrezionale del giudice nel determinare la sanzione, giustificato in questo caso dai precedenti penali, senza che sia necessaria una motivazione analitica se la pena non supera i criteri medi.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Potere discrezionale del giudice e motivazione della pena: l’analisi della Cassazione

L’ordinanza in esame offre un’importante chiarificazione sui confini del potere discrezionale del giudice nella determinazione della pena e sui limiti del sindacato di legittimità esercitato dalla Corte di Cassazione. La questione centrale riguarda fino a che punto la scelta del giudice di merito sulla quantità della pena possa essere contestata e quando una motivazione possa ritenersi adeguata, anche se sintetica.

Il caso: dal furto in appartamento al ricorso in Cassazione

Due soggetti venivano condannati in primo grado e in appello per due episodi di tentato furto in appartamento e, per uno di essi, anche per un ulteriore furto consumato. Le pene inflitte dalla Corte d’Appello confermavano sostanzialmente quelle del Tribunale: un anno e quattro mesi di reclusione per un imputato e otto mesi per l’altro, oltre a una multa.

Ritenendo la sanzione eccessiva, gli imputati proponevano ricorso per Cassazione, lamentando un vizio di motivazione proprio in relazione al trattamento sanzionatorio applicato.

Il potere discrezionale del giudice nella quantificazione della pena

Il cuore della decisione della Suprema Corte ruota attorno all’interpretazione dell’art. 133 del codice penale. Questo articolo conferisce al giudice un ampio potere discrezionale del giudice nel determinare la pena da infliggere, muovendosi tra un minimo e un massimo stabiliti dalla legge per ciascun reato. Il giudice deve tenere conto della gravità del reato e della capacità a delinquere del colpevole.

La Cassazione, richiamando una consolidata giurisprudenza, ribadisce che questa valutazione è un compito specifico del giudice di merito. Egli assolve al suo obbligo di motivazione anche quando valuta gli elementi in modo globale e intuitivo, senza doverli analizzare punto per punto in modo minuzioso.

Quando la motivazione sintetica è sufficiente

Un punto cruciale sottolineato dall’ordinanza è che, quando la pena applicata non si discosta significativamente dai valori medi previsti dalla legge, non è richiesta una motivazione particolarmente dettagliata. Il giudice non è tenuto a giustificare analiticamente ogni sua scelta se la sanzione è congrua e rientra in un ambito di ragionevolezza. Il sindacato della Cassazione, infatti, non è un terzo grado di giudizio sul merito, ma un controllo sulla logicità e legalità della decisione.

La valutazione della Cassazione e l’inammissibilità del ricorso

La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Analizzando il caso specifico, i giudici di legittimità osservano che la decisione della Corte d’Appello non è né arbitraria né illogica. Al contrario, la pena è stata correttamente commisurata tenendo conto di un elemento fondamentale: i precedenti penali dei ricorrenti.

Questi precedenti, secondo la Corte, costituiscono un indice chiaro della loro ‘inclinazione a delinquere’, un criterio esplicitamente previsto dall’art. 133 c.p. per la valutazione della pena. Pertanto, la scelta dei giudici di merito di irrogare una pena che tenesse conto di questo aspetto è stata ritenuta immune da censure.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sul principio che la determinazione della misura della pena rientra nell’ampio potere discrezionale del giudice di merito. Questo potere è correttamente esercitato se la valutazione degli elementi indicati nell’art. 133 c.p. non risulta manifestamente illogica o arbitraria. Nel caso specifico, la pena non era superiore ai criteri medi edittali e la sua giustificazione trovava fondamento nei precedenti penali degli imputati, considerati indice della loro inclinazione a delinquere. Di conseguenza, non era necessaria un’argomentazione più dettagliata e il ricorso, volto a ottenere una nuova valutazione di merito, è stato dichiarato inammissibile.

Le conclusioni

In conclusione, l’ordinanza riafferma un principio cardine del nostro sistema penale: il sindacato della Corte di Cassazione sulla quantificazione della pena è limitato ai soli casi di manifesta illogicità o arbitrarietà. Il potere discrezionale del giudice di merito è ampio e una motivazione sintetica, che faccia riferimento a criteri legali come i precedenti penali, è sufficiente a sorreggere la decisione, specialmente quando la pena si attesta su valori medi. Gli imputati sono stati quindi condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.

Entro quali limiti la Corte di Cassazione può sindacare la misura della pena decisa dal giudice di merito?
La Corte di Cassazione può intervenire solo quando la quantificazione della pena costituisca il frutto di mero arbitrio o di un ragionamento palesemente illogico, non potendo riesaminare nel merito la scelta discrezionale del giudice se questa è motivata.

Il giudice deve sempre fornire una motivazione dettagliata per la pena inflitta?
No. Secondo la sentenza, se la pena applicata non è superiore ai criteri medi edittali, non è necessaria un’argomentazione più dettagliata. Una motivazione sintetica, che valuti anche globalmente gli elementi dell’art. 133 c.p., è considerata sufficiente.

I precedenti penali di un imputato possono giustificare la misura della pena?
Sì. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che la pena fosse stata correttamente commisurata in considerazione dei precedenti penali dei ricorrenti, in quanto questi costituiscono un indice della loro inclinazione a delinquere, criterio rilevante ai fini della commisurazione della pena.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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