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Possesso telefono in carcere: reato anche senza uso

Un detenuto è stato condannato per il possesso di un telefono in carcere. Ha fatto ricorso sostenendo di non averlo usato e chiedendo l’applicazione della causa di non punibilità per tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per il reato di possesso telefono in carcere è sufficiente la semplice ricezione del dispositivo. Inoltre, ha negato la tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali dell’imputato.

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Pubblicato il 12 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Possesso telefono in carcere: quando scatta il reato?

Il possesso telefono in carcere costituisce un reato autonomo, ma quali sono i confini esatti di questa fattispecie? È necessario che il detenuto utilizzi effettivamente il dispositivo per essere condannato? E quando può essere applicata la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto? A queste domande ha risposto la Corte di Cassazione con una recente sentenza, la n. 4819/2026, che chiarisce importanti aspetti applicativi dell’art. 391-ter del codice penale.

I fatti del caso

La vicenda riguarda un detenuto, condannato in primo e secondo grado per aver illecitamente ricevuto e detenuto un telefono cellulare all’interno della sua cella presso la Casa circondariale di Genova. L’apparecchio era stato rinvenuto a seguito di una perquisizione.
L’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, basandolo su due motivi principali:
1. Mancanza di prove sull’utilizzo: La difesa sosteneva che la condanna si basasse sulla mera detenzione del telefono, senza alcuna prova che l’imputato, o altri compagni di cella, lo avessero effettivamente utilizzato. Si sottolineava anche l’assenza di un cavo di alimentazione.
2. Mancata applicazione della tenuità del fatto: L’imputato richiedeva l’applicazione dell’art. 131-bis c.p., evidenziando la modesta entità della lesione al bene giuridico tutelato e il fatto di aver consegnato spontaneamente il telefono prima dell’inizio della perquisizione.

Le motivazioni della Cassazione sul possesso telefono in carcere

La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i motivi del ricorso, fornendo chiarimenti decisivi sull’interpretazione della norma.

La sufficienza della ricezione e del possesso

Sul primo punto, i giudici hanno stabilito che il reato previsto dall’art. 391-ter c.p. si perfeziona già con la sola ricezione del dispositivo telefonico, essendo il possesso una sua diretta e necessaria conseguenza. Il testo della norma, utilizzando la congiunzione disgiuntiva “o” («riceve indebitamente … o comunque utilizza un apparecchio telefonico»), rende evidente che le due condotte sono alternative e che ciascuna è sufficiente a integrare il reato. Non è quindi necessario dimostrare l’effettivo utilizzo del cellulare.

La Corte ha inoltre ritenuto irrilevante l’assenza di un cavo di ricarica “dedicato”. Basandosi su massime di comune esperienza e sulle dichiarazioni di un ispettore, ha osservato che i detenuti sono soliti utilizzare cavi di altri dispositivi, come quelli dei lettori musicali, per ricaricare i telefoni.

L’esclusione della tenuità del fatto per i recidivi

Anche il secondo motivo di ricorso è stato giudicato infondato. La Suprema Corte ha ritenuto che la decisione dei giudici di merito di non applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto fosse correttamente motivata. La motivazione si fondava su due elementi cruciali:
1. L’importanza del bene giuridico tutelato.
2. I numerosi precedenti penali dell’imputato: l’uomo risultava recidivo specifico infraquinquennale, con un profilo che indicava una spiccata tendenza a delinquere.

Questo secondo aspetto è stato decisivo. L’abitualità nel commettere reati è una delle condizioni ostative all’applicazione dell’art. 131-bis c.p. La Corte ha anche ridimensionato la presunta “spontaneità” della consegna del telefono, specificando che l’imputato lo aveva consegnato solo dopo l’esplicita richiesta di un ispettore di polizia penitenziaria che lo aveva notato mentre trafficava con la mano in tasca.

Le conclusioni

La sentenza in esame ribadisce un principio fondamentale in materia di possesso telefono in carcere: il reato si configura con la semplice ricezione e detenzione del dispositivo, senza che sia richiesta la prova del suo concreto utilizzo. Questa interpretazione mira a prevenire in radice la possibilità di comunicazioni non autorizzate, che rappresentano un grave pericolo per la sicurezza degli istituti penitenziari. Inoltre, la pronuncia conferma che la valutazione per la concessione della particolare tenuità del fatto deve tenere conto della storia criminale del reo. Un profilo da delinquente abituale, come nel caso di specie, preclude l’accesso a questo beneficio, anche a fronte di un fatto di reato oggettivamente non gravissimo.

Per commettere il reato di possesso telefono in carcere è necessario utilizzarlo?
No, la sentenza chiarisce che il reato si perfeziona con la sola ricezione e il conseguente possesso del dispositivo, a prescindere dal suo effettivo utilizzo.

La mancanza di un cavo di ricarica specifico esclude la configurabilità del reato?
No, la Corte ha ritenuto irrilevante la mancanza del cavo “dedicato”, poiché è possibile, secondo massime di comune esperienza, ricaricare il telefono con altri cavi, come quelli dei lettori musicali comunemente usati dai detenuti.

Un imputato con numerosi precedenti penali può beneficiare della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto?
Secondo questa sentenza, no. La Corte ha confermato che la mancata applicazione dell’art. 131-bis cod. pen. è giustificata dalla presenza di numerosi precedenti penali e dalla recidiva, che indicano una abitualità nel commettere reati e sono condizioni ostative all’applicazione della norma.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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