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Permesso premio: quando la fuga diventa evasione

Una detenuta ottiene un permesso premio ma fugge. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il suo ricorso, confermando che l’assenza protratta per giorni, ben oltre le 12 ore previste dalla legge, costituisce il reato di evasione e non una semplice violazione disciplinare. La sentenza chiarisce il confine tra illecito disciplinare e penale in caso di mancato rientro.

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Pubblicato il 16 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Permesso Premio e Reato di Evasione: La Decisione della Cassazione

Il confine tra illecito disciplinare e reato penale è talvolta sottile, specialmente nell’ambito del diritto penitenziario. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sent. n. 32688/2024) ha fatto luce su un caso emblematico, riguardante una detenuta che, durante un permesso premio, si è data alla fuga. La Corte ha stabilito con chiarezza quando il mancato rientro si trasforma nel grave reato di evasione, fornendo un’interpretazione rigorosa della normativa vigente.

I Fatti del Caso

La vicenda ha per protagonista una donna detenuta presso un istituto penitenziario, la quale aveva ottenuto un permesso premio per recarsi, accompagnata, presso un cimitero. Tuttavia, una volta giunta alla stazione ferroviaria della sua città, la donna è riuscita ad allontanarsi, facendo perdere le proprie tracce. La sua fuga è durata diversi giorni, al termine dei quali è stata rintracciata e nuovamente assicurata alla giustizia. A seguito di ciò, sia in primo grado che in appello, è stata condannata per il reato di evasione.

La Difesa e i Motivi del Ricorso

Contro la sentenza di condanna, la difesa della donna ha proposto ricorso in Cassazione, articolando le proprie argomentazioni su due punti principali.

In primo luogo, si sosteneva un’errata applicazione della legge. Secondo il legale, il fatto non doveva essere inquadrato come violazione dell’art. 47 ter della legge sull’ordinamento penitenziario (relativo alla detenzione domiciliare), bensì dell’art. 30, comma 3, della stessa legge. Quest’ultima norma disciplina specificamente il mancato rientro da un permesso premio, prevedendo una sanzione solo disciplinare se l’assenza non supera le dodici ore.

In secondo luogo, si criticava la Corte d’Appello per aver considerato irrilevante il momento del rientro in istituto, focalizzandosi unicamente sulla volontarietà dell’allontanamento iniziale.

L’Analisi della Corte sul Permesso Premio

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo privo di fondamento. I giudici hanno chiarito che, al di là di eventuali imprecisioni formali nel capo d’imputazione, il fatto contestato e per cui è intervenuta la condanna era descritto correttamente: la fuga e la volontaria sottrazione alla custodia.

Il punto centrale della decisione risiede nell’applicazione dell’art. 30, comma 3, della legge n. 354 del 1975. Questa norma stabilisce una chiara soglia temporale:
1. Assenza tra 3 e 12 ore: Se il detenuto non rientra allo scadere del permesso e l’assenza si protrae oltre le tre ore ma non oltre le dodici, senza giustificato motivo, la sanzione è puramente disciplinare.
2. Assenza superiore a 12 ore: Se, come nel caso di specie, l’assenza si protrae per un tempo maggiore di dodici ore, scatta la sanzione penale. La condotta è infatti punibile ai sensi dell’articolo 385 del codice penale, che definisce il reato di evasione.

Le Motivazioni della Decisione

Le motivazioni della Corte sono state nette e inequivocabili. Poiché l’allontanamento della ricorrente si era protratto “per giorni”, la durata dell’assenza era palesemente superiore al limite delle dodici ore. Di conseguenza, la sua condotta integrava pienamente gli estremi del reato di evasione, rendendo irrilevanti le argomentazioni difensive. La Corte ha sottolineato che il ricorso era strutturalmente inammissibile perché non conteneva alcuna argomentazione specifica e pertinente in grado di scalfire la correttezza di tale quadro giuridico. La decisione di allontanarsi volontariamente e di rimanere irreperibile per un periodo prolungato ha trasformato un beneficio penitenziario in un illecito penale.

Conclusioni: Le Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: il permesso premio è un istituto basato sulla fiducia e sul percorso rieducativo del detenuto, ma il suo abuso comporta conseguenze severe. La decisione della Cassazione traccia una linea netta: superate le dodici ore di assenza ingiustificata, non si parla più di semplice infrazione disciplinare, ma di un vero e proprio reato. Ciò serve da monito sulla serietà degli impegni assunti al momento della concessione di tali benefici e rafforza la certezza del diritto, confermando che la violazione delle regole stabilite per i permessi premio non può restare impunita.

Quando l’allontanamento durante un permesso premio diventa reato di evasione?
L’allontanamento diventa reato di evasione, punibile ai sensi dell’art. 385 del codice penale, quando l’assenza del detenuto si protrae per un tempo superiore a dodici ore dallo scadere del permesso senza un giustificato motivo.

Cosa succede se un detenuto non rientra da un permesso premio ma l’assenza dura meno di dodici ore?
Se l’assenza si protrae per più di tre ore ma per non più di dodici, il detenuto è punito solo in via disciplinare all’interno dell’istituto penitenziario, e non penalmente per evasione.

Un riferimento normativo impreciso nell’atto di accusa invalida la condanna?
No, secondo la Corte, se la descrizione del fatto storico è corretta e corrisponde a una fattispecie di reato, un riferimento normativo impreciso nell’imputazione non invalida la condanna, purché sia chiaro per quale reato si è stati giudicati e condannati. In questo caso, la condanna per evasione era basata sulla chiara descrizione della fuga.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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