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Permesso premio: no senza prove di distacco dal clan

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto a cui era stato negato un permesso premio. La Corte ha stabilito che, anche per reati ostativi e in assenza di collaborazione, è fondamentale dimostrare l’effettiva e attuale rottura dei legami con la criminalità organizzata. La decisione si è basata su recenti informative antimafia che confermavano la persistenza di tali collegamenti, rendendo legittimo il diniego del beneficio.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Permesso Premio e Reati Ostativi: La Prova della Rottura con il Passato è Decisiva

Il permesso premio rappresenta un istituto fondamentale nel percorso di rieducazione del condannato, ma il suo ottenimento si complica notevolmente per chi è stato condannato per i cosiddetti ‘reati ostativi’. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 25475/2024) ribadisce un principio cruciale: la mera assenza di collaborazione con la giustizia non è sufficiente. È indispensabile fornire prove concrete di un’effettiva e attuale rescissione dei legami con l’ambiente criminale di provenienza.

Il Caso: La Richiesta di Permesso Premio Rigettata

Il caso analizzato riguarda un detenuto, condannato per gravi reati, che si è visto negare un permesso premio prima dal Magistrato di Sorveglianza e poi, in sede di reclamo, dal Tribunale di Sorveglianza. Il diniego si fondava sulla valutazione della sua pericolosità sociale e sulla persistenza di legami con la criminalità organizzata.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

La difesa del detenuto ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo principalmente due punti:
1. L’inapplicabilità della nuova e più stringente normativa (introdotta dal D.L. 162/2022), in quanto un precedente provvedimento aveva già accertato l’impossibilità e inesigibilità della sua collaborazione con la giustizia.
2. Il mancato esame da parte dei giudici di merito di elementi a favore del detenuto, come una nota della Questura che attestava l’assenza di collegamenti attuali e il programma di trattamento che prevedeva la concessione di permessi.

L’Evoluzione Normativa sul Permesso Premio e Reati Ostativi

La Corte di Cassazione, prima di decidere, ricostruisce il quadro normativo e giurisprudenziale. Storicamente, per i reati ostativi, vigeva una presunzione assoluta di pericolosità per chi non collaborava. Questa presunzione è stata superata dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 253/2019), che l’ha trasformata in ‘relativa’. Ciò significa che il detenuto non collaborante può comunque accedere ai benefici, ma deve fornire elementi idonei a vincere tale presunzione, dimostrando di aver interrotto i contatti con il mondo criminale. La legislazione successiva (D.L. 162/2022) ha codificato e ulteriormente specificato questi requisiti.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso infondato, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La ratio decidendi della sentenza è chiara: indipendentemente dal regime normativo applicabile (quello previgente o quello nuovo), il giudice ha sempre il dovere di accertare l’assenza di pericolosità sociale e di collegamenti attuali con la criminalità organizzata.

Nel caso specifico, tale accertamento ha avuto esito negativo. Il Tribunale aveva basato la sua decisione su documentazione recente inviata dalla Direzione Nazionale e Distrettuale Antimafia, dalla quale emergeva la sussistenza di collegamenti attuali del ricorrente con un clan locale. Questo singolo elemento è stato ritenuto decisivo per negare il beneficio, in quanto dimostrava la mancata rescissione del legame con il contesto criminale. Inoltre, i giudici hanno valorizzato la ‘spiccata propensione al crimine’ del soggetto e l’assenza di una reale rivisitazione critica delle proprie condotte passate, elementi che suggerivano la necessità di un ulteriore periodo di osservazione in carcere.

Le Conclusioni

La sentenza ribadisce che per ottenere un permesso premio, specialmente in presenza di condanne per reati ostativi, non basta una buona condotta carceraria o la semplice dichiarazione di dissociazione. Il detenuto ha l’onere di allegare elementi fattuali specifici e concreti che dimostrino in modo inequivocabile la rottura con il passato. Le autorità giudiziarie, a loro volta, svolgeranno un’istruttoria approfondita, avvalendosi delle informazioni degli organi investigativi specializzati. La persistenza di legami, anche solo a livello di contiguità con l’ambiente criminale, costituisce un ostacolo insormontabile alla concessione del beneficio, poiché indica il fallimento, almeno parziale, del percorso rieducativo.

Un detenuto per reati ostativi che non collabora può ottenere un permesso premio?
Sì, ma solo a condizioni molto rigorose. Deve dimostrare con elementi specifici e concreti di aver reciso ogni legame attuale con la criminalità organizzata e che non esista il pericolo che tali legami vengano ripristinati, superando così la presunzione di pericolosità.

L’aver ottenuto un accertamento di ‘collaborazione impossibile’ è sufficiente per accedere al permesso premio?
No. Come chiarito dalla sentenza, anche in caso di collaborazione impossibile o inesigibile, il giudice deve comunque procedere a una rigorosa verifica sull’assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata e sulla cessata pericolosità sociale del detenuto.

Quali prove considera il giudice per valutare i legami con la criminalità organizzata?
Il giudice si basa su una pluralità di elementi, ma sono decisive le informazioni acquisite da fonti qualificate come la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) e la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), oltre alle relazioni di sintesi sulla condotta e sul percorso trattamentale del detenuto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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