LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Pene sostitutive: quando il ricorso è inammissibile

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24484/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato contro il diniego di applicazione delle pene sostitutive. La Corte ha stabilito che un ricorso generico, che non critica specificamente le motivazioni della sentenza d’appello, non può essere accolto. La decisione di non convertire la pena detentiva è stata ritenuta corretta, in quanto basata sulla valutazione discrezionale del giudice sulla personalità negativa dell’imputato, desunta dai suoi precedenti penali.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Pene Sostitutive: La Cassazione Sancisce l’Inammissibilità del Ricorso Generico

L’applicazione delle pene sostitutive rappresenta un istituto fondamentale del nostro ordinamento penale, consentendo di convertire pene detentive brevi in sanzioni meno afflittive. Tuttavia, la sua concessione non è automatica, ma è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice. Con la recente ordinanza n. 24484 del 2024, la Corte di Cassazione ha ribadito i rigorosi requisiti di ammissibilità del ricorso avverso il diniego di tale beneficio, sottolineando l’importanza della specificità delle censure mosse alla decisione impugnata.

I Fatti del Caso

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un imputato avverso la sentenza della Corte d’Appello che aveva confermato la sua condanna, negando la conversione della pena detentiva in pena pecuniaria. L’appellante lamentava una violazione di legge e un vizio di motivazione proprio in relazione alla mancata applicazione delle pene sostitutive previste dalla legge 689/81. La difesa chiedeva quindi l’annullamento della sentenza impugnata.

La Decisione della Corte di Cassazione sulle Pene Sostitutive

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e, di conseguenza, inammissibile. Secondo gli Ermellini, i motivi presentati erano del tutto generici, assertivi e privi di una critica puntuale e argomentata delle ragioni esposte dalla Corte d’Appello. Il ricorso si limitava a riproporre censure già esaminate e respinte nel merito, senza confrontarsi adeguatamente con la motivazione della sentenza di secondo grado.

Le motivazioni

La decisione della Cassazione si fonda su principi consolidati sia nel diritto sostanziale che processuale. In primo luogo, la Corte ha evidenziato come la valutazione per la concessione delle pene sostitutive abbia una natura squisitamente discrezionale. Il giudice di merito, nel negare il beneficio, aveva correttamente esercitato il proprio potere, basando la sua decisione su elementi concreti e pertinenti.

In particolare, la Corte territoriale aveva dato peso ai precedenti penali dell’imputato, alle modalità del fatto e all’assenza di elementi positivi di valutazione. Questa analisi, secondo la Cassazione, è pienamente conforme ai criteri stabiliti dall’art. 133 del codice penale, che impone al giudice di considerare le condizioni di vita individuali, familiari e sociali del condannato. La finalità è quella di formulare un giudizio prognostico sulla probabilità di future ricadute nel reato. La natura “premiale” delle pene sostitutive implica che esse non costituiscono un diritto dell’imputato, ma un beneficio da concedere solo quando si ritenga che possano favorire il suo reinserimento sociale.

In secondo luogo, la Corte ha affrontato la questione procedurale, ribadendo che l’inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza impedisce di rilevare eventuali cause di non punibilità sopravvenute, come la prescrizione del reato. Poiché il ricorso era privo dei requisiti minimi per instaurare un valido rapporto processuale, la Corte non ha potuto esaminare nel merito la questione della prescrizione, che pure era maturata dopo la sentenza d’appello.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame offre importanti spunti pratici. Innanzitutto, conferma che un ricorso per cassazione non può essere una mera riproposizione delle argomentazioni già svolte nei gradi di merito. È necessario che l’impugnazione contenga una critica specifica, logica e giuridica delle ragioni della decisione impugnata. In assenza di ciò, il ricorso è destinato all’inammissibilità. In secondo luogo, viene ribadita l’ampia discrezionalità del giudice di merito nella concessione delle pene sostitutive. Una decisione di diniego, se adeguatamente motivata con riferimento a elementi concreti come la personalità negativa del reo desumibile dai precedenti, è difficilmente censurabile in sede di legittimità. Infine, la pronuncia sottolinea la conseguenza drastica dell’inammissibilità del ricorso: essa cristallizza la condanna e preclude la possibilità di far valere cause di estinzione del reato maturate successivamente.

Perché il ricorso per l’applicazione delle pene sostitutive è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché ritenuto manifestamente infondato, assolutamente privo di specificità e del tutto assertivo. Non conteneva una critica puntuale delle argomentazioni della sentenza impugnata, ma si limitava a riproporre censure già esaminate e respinte.

Quali criteri utilizza il giudice per decidere se convertire una pena detentiva?
Il giudice esercita un potere discrezionale basato sui criteri dell’art. 133 del codice penale. Valuta elementi come i precedenti penali dell’imputato, le modalità del fatto, le condizioni di vita individuale, familiare e sociale, al fine di formulare un giudizio sulla probabilità che il condannato non commetta futuri reati.

Se un reato si prescrive dopo la sentenza d’appello, la Corte di Cassazione può dichiararlo estinto?
No, se il ricorso per cassazione è inammissibile. Secondo la giurisprudenza consolidata, l’inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza impedisce la formazione di un valido rapporto di impugnazione e, di conseguenza, preclude alla Corte la possibilità di rilevare e dichiarare cause di non punibilità, come la prescrizione, maturate dopo la sentenza impugnata.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)

Articoli correlati