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Particolare tenuità del fatto: quando non si applica

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24491/2024, ha dichiarato inammissibile un ricorso, confermando la decisione di merito che negava l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte ha sottolineato che la valutazione deve considerare la potenzialità ingannatoria della condotta e l’intento fraudolento, elementi che ostano al riconoscimento del beneficio.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Particolare Tenuità del Fatto: la Cassazione nega il beneficio se c’è dolo

L’istituto della particolare tenuità del fatto, introdotto dall’articolo 131-bis del codice penale, rappresenta un importante strumento di deflazione processuale, consentendo di escludere la punibilità per reati di minima offensività. Tuttavia, la sua applicazione non è automatica e richiede una valutazione attenta da parte del giudice. Con la recente ordinanza n. 24491 del 12 giugno 2024, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sui criteri che guidano questa valutazione, chiarendo come la presenza di intenti fraudolenti e la potenzialità ingannatoria della condotta possano precludere l’accesso a tale beneficio.

I Fatti del Caso

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un imputato avverso una sentenza della Corte d’Appello di Firenze. Il ricorrente lamentava un vizio di motivazione nella decisione dei giudici di merito, i quali avevano negato l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La difesa sosteneva che il reato commesso rientrasse nei limiti previsti dall’art. 131-bis c.p. e che la Corte territoriale non avesse adeguatamente giustificato il proprio diniego.

La Decisione della Cassazione: la non applicabilità della particolare tenuità del fatto

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando integralmente la decisione impugnata. Secondo gli Ermellini, il motivo del ricorso non era ammissibile in sede di legittimità, in quanto si limitava a riproporre censure già correttamente esaminate e respinte dalla Corte d’Appello. Il ricorso, inoltre, mancava di una critica specifica alle argomentazioni della sentenza di secondo grado e non esponeva valide ragioni di diritto a sostegno della propria tesi. La Corte ha quindi condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.

Le Motivazioni della Corte

Il cuore della decisione risiede nelle motivazioni con cui la Cassazione ha ritenuto infondata la richiesta di applicazione dell’art. 131-bis c.p. La Corte ha evidenziato che i giudici di merito avevano fornito una motivazione logica e argomentata per negare il beneficio. In particolare, la valutazione si era concentrata su due elementi chiave:

1. La potenzialità ingannatoria della fattispecie: Il comportamento dell’imputato è stato giudicato idoneo a trarre in inganno.
2. Gli intenti fraudolenti: La condotta era sorretta da un chiaro proposito fraudolento.

Questi aspetti, secondo la Corte, sono decisivi e ostacolano il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La sentenza si allinea pienamente all’orientamento delle Sezioni Unite (sent. Tushaj, n. 13681/2016), secondo cui il giudizio sulla tenuità richiede un’analisi complessa e congiunta di tutte le peculiarità del caso concreto. Non si guarda solo al fatto-reato astratto (il “fatto legale”), ma al “fatto storico”, cioè alla situazione reale e irripetibile, comprensiva di tutte le modalità della condotta, del grado di colpevolezza e dell’entità del danno o del pericolo.

Inoltre, la Corte ha ribadito che, sebbene la valutazione debba fare riferimento ai criteri dell’art. 133, comma 1, c.p., non è necessario un esame analitico di tutti gli elementi, essendo sufficiente l’indicazione di quelli ritenuti più rilevanti per la decisione.

Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche

Questa ordinanza offre importanti spunti pratici. In primo luogo, conferma che la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto non può basarsi su una mera assenza di precedenti penali o sul modesto valore del danno. È fondamentale una valutazione complessiva del comportamento dell’agente. In secondo luogo, la presenza di un dolo specifico, come l’intento fraudolento, e di modalità della condotta particolarmente insidiose o ingannatorie, rappresenta un serio ostacolo al riconoscimento del beneficio. Per gli operatori del diritto, ciò significa che la difesa deve argomentare non solo sulla tenuità dell’offesa, ma anche sull’assenza di elementi soggettivi e oggettivi che rivelino una maggiore gravità del fatto storico.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché riproponeva censure già adeguatamente valutate e respinte dal giudice di merito, senza una critica specifica alle argomentazioni della sentenza impugnata e senza addurre valide ragioni di diritto.

Quali elementi ha considerato la Corte per escludere la particolare tenuità del fatto?
La Corte ha confermato la decisione di merito che ha escluso la particolare tenuità del fatto sulla base della valutazione della potenzialità ingannatoria della condotta e degli intenti fraudolenti che la sostenevano.

È necessario analizzare tutti i criteri dell’art. 133 c.p. per decidere sulla tenuità del fatto?
No. Secondo la Corte, per decidere sull’applicabilità dell’art. 131-bis c.p. è sufficiente indicare gli elementi di valutazione ritenuti più rilevanti, senza la necessità di una disamina di tutti i criteri previsti dall’art. 133, primo comma, del codice penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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