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Particolare tenuità del fatto: quando è inammissibile

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per un reato minore legato agli stupefacenti. L’imputato chiedeva l’applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto, ma la Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, i quali avevano correttamente escluso tale causa basandosi sui criteri di legge, come la non abitualità del comportamento, e ritenuto congrua la pena inflitta.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Particolare Tenuità del Fatto: i Limiti secondo la Cassazione

L’istituto della particolare tenuità del fatto, introdotto dall’articolo 131-bis del codice penale, rappresenta un importante strumento di deflazione processuale, consentendo di escludere la punibilità per reati di minima offensività. Tuttavia, la sua applicazione è subordinata a precisi requisiti, la cui valutazione spetta al giudice di merito. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito i confini di tale valutazione, dichiarando inammissibile un ricorso che mirava a rimettere in discussione una decisione ben motivata.

I Fatti del Caso

Un individuo veniva condannato in primo grado e in appello per un reato continuato legato a sostanze stupefacenti, qualificato come di lieve entità ai sensi dell’art. 73, comma 5, del D.P.R. 309/1990. La pena inflitta era di un anno, sei mesi e venti giorni di reclusione, oltre a una multa. L’imputato, tramite il suo difensore, presentava ricorso per cassazione lamentando due principali violazioni: la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e l’eccessività della pena inflitta.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, con l’ordinanza in esame, ha dichiarato il ricorso inammissibile in ogni sua parte. La decisione si fonda sulla constatazione che i motivi addotti dall’imputato non erano deducibili in sede di legittimità, in quanto tendevano a una rivalutazione del merito dei fatti, attività preclusa alla Corte di Cassazione. Il ricorso è stato quindi respinto, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.

Le motivazioni: i requisiti per la particolare tenuità del fatto

Il cuore della pronuncia risiede nell’analisi del primo motivo di ricorso. La Corte ha ricordato che l’articolo 131-bis c.p. richiede la coesistenza di due condizioni, da applicarsi congiuntamente e non in via alternativa: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento.

La tenuità dell’offesa deve essere valutata sulla base degli “indici-requisiti” delle modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo, utilizzando i criteri direttivi dell’art. 133, primo comma, c.p. A questo “indice-criterio” deve necessariamente affiancarsi quello della non abitualità del comportamento.

Nel caso specifico, i giudici di merito avevano correttamente evidenziato elementi concreti per negare la sussistenza di tali presupposti. La Corte di Cassazione ha quindi ritenuto che il tentativo di rimettere in discussione questa valutazione costituisse un motivo inammissibile, poiché il suo compito non è quello di riesaminare i fatti, ma solo di verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione.

Le motivazioni: la determinazione della pena

Anche il secondo motivo di doglianza, relativo all’eccessività della sanzione, è stato giudicato inammissibile. La Corte ha ribadito un principio consolidato: una motivazione specifica e dettagliata sulla determinazione della pena è richiesta solo quando la sanzione si avvicina al massimo edittale o è comunque superiore alla media.

Al contrario, quando la pena è media o prossima al minimo, la scelta del giudice di merito è considerata insindacabile se implicitamente basata sui criteri dell’art. 133 c.p. Nel caso di specie, la decisione impugnata era sorretta da un apparato argomentativo ritenuto coerente e sufficiente, rendendo la doglianza infondata in sede di legittimità.

Conclusioni

L’ordinanza conferma due importanti principi. In primo luogo, l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto richiede una valutazione rigorosa e congiunta sia della modestia dell’offesa sia della non abitualità della condotta, valutazione che rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito se adeguatamente motivata. In secondo luogo, la determinazione della pena, se non si discosta significativamente dai minimi edittali, non necessita di una motivazione analitica, essendo sufficiente che la scelta del giudice appaia logica e coerente con i criteri di legge. Il ricorso per cassazione non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio sul merito dei fatti.

Quali sono le condizioni necessarie per l’applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto?
Per applicare l’art. 131-bis c.p., devono sussistere congiuntamente due condizioni: la particolare tenuità dell’offesa, valutata in base alle modalità della condotta e all’esiguità del danno, e la non abitualità del comportamento dell’autore del reato.

Perché la Corte di Cassazione ha ritenuto inammissibile il motivo di ricorso sulla mancata applicazione della particolare tenuità del fatto?
La Corte lo ha ritenuto inammissibile perché i giudici di merito avevano già correttamente motivato la loro decisione di non applicare tale causa di non punibilità, basandosi su elementi concreti. Il ricorso, pertanto, mirava a una nuova valutazione dei fatti, attività che non è consentita in sede di Cassazione.

Quando un giudice deve fornire una motivazione dettagliata per la pena inflitta?
Secondo la giurisprudenza citata, una motivazione specifica e dettagliata sulla quantificazione della pena è richiesta solo quando la sanzione è prossima al massimo edittale o comunque superiore alla media. Per pene medie o vicine al minimo, la scelta del giudice è insindacabile se implicitamente fondata sui criteri dell’art. 133 del codice penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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