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Particolare tenuità del fatto: no se c’è abitualità

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per guida senza patente. La non applicazione della particolare tenuità del fatto è giustificata dalla reiterazione del reato, che dimostra abitualità e indifferenza alle sanzioni precedenti, escludendo il beneficio.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Particolare tenuità del fatto: la Cassazione esclude il beneficio in caso di abitualità

Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione affronta un caso emblematico relativo all’applicazione dell’articolo 131-bis del codice penale, che disciplina la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La decisione chiarisce come la condotta abituale dell’imputato, manifestata attraverso la ripetizione di reati della stessa indole in un breve arco temporale, rappresenti un ostacolo insormontabile per l’accesso a tale beneficio. Questo principio è fondamentale per comprendere i limiti di applicazione di una norma pensata per deflazionare il sistema giudiziario, evitando processi per fatti di minima offensività.

I fatti di causa

Il caso trae origine dal ricorso presentato da un soggetto avverso la sentenza della Corte d’Appello che ne aveva confermato la condanna. L’imputato era stato giudicato colpevole per aver guidato un automezzo senza la patente prescritta. Il punto centrale del ricorso verteva sulla mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, ritenuta invece applicabile dalla difesa.

L’abitualità come ostacolo alla particolare tenuità del fatto

La difesa dell’imputato lamentava un vizio di motivazione e una violazione di legge da parte della Corte d’Appello per non aver concesso il beneficio previsto dall’art. 131-bis c.p. La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato e, di conseguenza, inammissibile.

La decisione si basa su una valutazione negativa delle circostanze specifiche del caso. Era emerso, infatti, che il ricorrente era già stato destinatario di tre contravvenzioni analoghe in meno di un anno. Questa reiterazione del reato, secondo i giudici, dimostrava una totale indifferenza alle precedenti contestazioni e integrava quella ‘abitualità’ che la norma stessa indica come causa ostativa all’applicazione del beneficio.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte ha ribadito che il giudizio sulla tenuità del fatto richiede una valutazione complessa e congiunta di tutte le peculiarità della fattispecie concreta. In accordo con l’insegnamento delle Sezioni Unite (sent. Tushaj, 2016), non si deve guardare solo alla condotta tipica descritta dalla norma, ma alle forme concrete di estrinsecazione del comportamento, per valutarne la gravità complessiva e il bisogno di pena.

Nel caso specifico, la ripetizione delle violazioni in un lasso di tempo così breve è stata interpretata come un chiaro indicatore di una personalità non incline al rispetto delle regole, rendendo la condotta non qualificabile come ‘tenue’. La Corte ha sottolineato che, ai fini della valutazione, è sufficiente l’indicazione degli elementi ritenuti più rilevanti, senza la necessità di una disamina analitica di tutti i criteri previsti dall’art. 133 c.p.

Inoltre, i giudici hanno precisato che l’inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza preclude la possibilità di dichiarare eventuali cause di non punibilità sopravvenute, come la prescrizione. L’inammissibilità, infatti, impedisce la formazione di un valido rapporto di impugnazione.

Le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. La pronuncia conferma un orientamento consolidato: la particolare tenuità del fatto non è un beneficio automatico, ma il risultato di una valutazione ponderata che tiene conto non solo della minima offensività del singolo episodio, ma anche della condotta complessiva dell’autore del reato. La condotta abituale, intesa come ripetizione di illeciti, è un elemento decisivo che rivela una maggiore pericolosità sociale e un’assenza di occasionalità, escludendo così la possibilità di applicare la causa di non punibilità.

La ripetizione di un reato in breve tempo può escludere l’applicazione della particolare tenuità del fatto?
Sì, la Corte di Cassazione ha stabilito che la reiterazione di un reato in un breve arco temporale dimostra un’assoluta indifferenza alle precedenti contestazioni e configura una condotta abituale, la quale esclude l’applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis c.p.

Cosa succede se il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile per manifesta infondatezza?
L’inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza dei motivi non consente la formazione di un valido rapporto di impugnazione. Di conseguenza, preclude la possibilità per il giudice di rilevare e dichiarare cause di non punibilità, come la prescrizione, che siano maturate successivamente alla sentenza impugnata.

Per negare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, il giudice deve analizzare tutti i criteri dell’art. 133 c.p.?
No, non è necessaria la disamina di tutti gli elementi di valutazione previsti dall’art. 133, comma primo, c.p. È sufficiente l’indicazione di quelli ritenuti rilevanti dal giudice per motivare la decisione di escludere la particolare tenuità dell’offesa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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