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Oltraggio a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale a carico di un soggetto che aveva rivolto frasi offensive a degli operanti presso una stazione ferroviaria. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi erano generici e non confutavano validamente la presenza di più persone al momento del fatto, elemento oggettivo fondamentale del reato. La Corte ha ribadito che il verbale delle forze dell’ordine fa fede della presenza di testimoni e che la mera riproposizione di difese già respinte in appello non è sufficiente per l’accesso al giudizio di legittimità.

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Pubblicato il 27 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Oltraggio a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile in Cassazione

Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale richiede, per la sua configurazione, che l’offesa avvenga in luogo pubblico e alla presenza di più persone. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito i limiti della contestazione di questo elemento oggettivo, sottolineando l’importanza del valore probatorio degli atti redatti dalle forze dell’ordine.

I fatti di causa

Il caso trae origine da una condanna inflitta dalla Corte di Appello di Milano nei confronti di un cittadino accusato di aver rivolto espressioni ingiuriose a degli operanti all’interno di una stazione ferroviaria. Il condannato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancanza di prove circa la presenza effettiva di altre persone che avessero udito le offese, contestando quindi la sussistenza stessa del reato.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che la difesa si era limitata a riproporre le medesime doglianze già espresse nel grado precedente, senza offrire nuovi elementi critici o confutare in modo specifico le risultanze processuali. In particolare, è stato evidenziato come il verbale redatto dai pubblici ufficiali intervenuti desse atto della presenza di numerosi passanti, rendendo l’offesa percepibile da una pluralità di soggetti.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano sulla genericità del ricorso. Per contestare l’elemento oggettivo dell’oltraggio a pubblico ufficiale, non è sufficiente una negazione astratta della presenza di terzi. Il ricorrente non ha chiarito se intendesse negare la presenza fisica di persone nella stazione o la loro capacità di udire le frasi. Inoltre, il contenuto del verbale degli operanti non è stato tacciato di falsità né adeguatamente confutato, rimanendo dunque una prova solida della sussistenza del reato. La reiterazione di motivi già esaminati e respinti dai giudici di merito rende il ricorso privo della specificità necessaria per il vaglio della Cassazione.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce che la prova della presenza di più persone può derivare direttamente dalle annotazioni di polizia, se non smentite da prove contrarie. L’inammissibilità del ricorso ha comportato per il ricorrente non solo la conferma della condanna, ma anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questo provvedimento evidenzia come la strategia difensiva debba necessariamente confrontarsi con il rigore dei verbali ufficiali e con l’obbligo di specificità dei motivi di impugnazione.

Cosa accade se il ricorso in Cassazione è considerato generico?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.

Qual è l’elemento oggettivo fondamentale nell’oltraggio a pubblico ufficiale?
L’offesa deve avvenire in luogo pubblico o aperto al pubblico e deve essere percepita da almeno due persone oltre al pubblico ufficiale offeso.

Che valore ha il verbale delle forze dell’ordine in questo tipo di reato?
Il verbale fa fede dei fatti avvenuti in presenza dei pubblici ufficiali, inclusa la presenza di terze persone, a meno che non venga provata la falsità dell’atto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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