La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19366/2024, offre un importante chiarimento sui limiti del ricorso di legittimità, sottolineando un principio fondamentale del nostro sistema processuale: l’inammissibilità delle questioni non sollevate nei precedenti gradi di giudizio. La formulazione precisa e completa dei motivi di appello si rivela, ancora una volta, un passaggio cruciale per la difesa, poiché definisce in modo invalicabile i confini del giudizio di impugnazione. Questo caso, nato da un’accusa di spaccio di stupefacenti, diventa emblematico per comprendere la logica che governa il cosiddetto effetto devolutivo dell’appello.
I Fatti di Causa
Il percorso giudiziario inizia con una condanna in primo grado emessa dal Tribunale di Roma. L’imputato viene giudicato colpevole del reato di cui all’art. 73, comma 1, del d.P.R. 309/90 per aver ceduto circa 33 grammi di cocaina e per averne detenuti altri 89 grammi presso la propria abitazione, già suddivisi in dosi. La pena inflitta è di 4 anni di reclusione e 18.000 euro di multa.
In secondo grado, la Corte di Appello di Roma accoglie parzialmente il gravame. Riqualifica il fatto nella fattispecie meno grave del “piccolo spaccio”, prevista dal comma 5 dello stesso articolo. Di conseguenza, ridetermina la pena in 1 anno e 4 mesi di reclusione e 1.000 euro di multa, confermando nel resto la sentenza impugnata, inclusa la confisca dello stupefacente.
I Motivi di Appello in Cassazione
Nonostante la significativa riduzione di pena, la difesa decide di ricorrere in Cassazione, affidando l’impugnazione a due principali motivi di appello:
- Vizio di motivazione sul trattamento sanzionatorio: Si contesta alla Corte di Appello di non aver adeguatamente motivato la scelta della pena base (due anni), ritenuta prossima alla media edittale per il reato riqualificato. Secondo la difesa, un cambio così radicale della cornice edittale avrebbe imposto una giustificazione più specifica.
- Violazione di legge sulla confisca: Si lamenta la conferma della confisca di una somma di denaro rinvenuta nell’abitazione, sostenendo che mancasse il nesso di pertinenzialità con il reato. La difesa evidenzia che la Corte d’Appello, dopo aver riqualificato il fatto, avrebbe dovuto verificare nuovamente i presupposti della misura ablativa.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte dichiara il ricorso interamente inammissibile. La decisione si fonda su principi consolidati sia in tema di dosimetria della pena sia, e soprattutto, in materia di limiti alla cognizione del giudice di legittimità.
Le Motivazioni
La Corte analizza separatamente i due motivi, giungendo a conclusioni nette.
Sul primo punto, relativo alla quantificazione della pena, i giudici di legittimità ricordano che la determinazione della sanzione rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. Un obbligo di motivazione particolarmente dettagliata sorge solo quando la pena si discosta notevolmente verso l’alto rispetto alla media edittale. Nel caso in esame, la pena base era stata fissata al di sotto della media, e la sua adeguatezza poteva essere desunta dal complesso della motivazione, che implicitamente teneva conto della quantità non trascurabile di stupefacente (oltre 120 grammi totali) e delle modalità dell’azione. Pertanto, nessuna censura poteva essere mossa alla Corte territoriale.
Sul secondo punto, la Corte rileva un vizio procedurale dirimente: la questione relativa alla confisca del denaro non era mai stata sollevata con i motivi di appello presentati in secondo grado. La giurisprudenza è pacifica nel ritenere che non possano essere introdotte per la prima volta in Cassazione questioni che non sono state devolute alla cognizione del giudice d’appello. Quest’ultimo, infatti, non ha alcun obbligo di rivalutare d’ufficio aspetti della sentenza non specificamente contestati. Anche la riqualificazione del reato non comporta un automatico dovere di riesaminare statuizioni accessorie come la confisca, se queste non sono oggetto di uno specifico motivo di gravame.
Le Conclusioni
La sentenza in esame ribadisce un caposaldo del diritto processuale penale: il principio devolutivo. L’appello trasferisce al giudice superiore la cognizione del procedimento solo per i punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti. Ciò significa che ogni doglianza, ogni presunto errore del primo giudice, deve essere chiaramente e specificamente articolato nell’atto di appello. In caso contrario, la questione si considera ‘preclusa’ e non potrà più essere fatta valere nel successivo giudizio di legittimità. Questa regola garantisce la funzionalità del sistema e impedisce che il processo di Cassazione venga utilizzato per sanare dimenticanze o strategie difensive tardive, riaffermando il suo ruolo di custode della corretta applicazione della legge, e non di giudice di merito di terza istanza.
È possibile presentare in Cassazione motivi di appello non discussi in secondo grado?
No. La Corte di Cassazione ha ribadito che non possono essere dedotte questioni non prospettate nei motivi di appello al giudice di secondo grado. Questo principio serve a evitare annullamenti basati su punti che il giudice d’appello non ha potuto esaminare perché non sottoposti alla sua attenzione.
Un giudice deve sempre motivare dettagliatamente la quantità della pena inflitta?
Non sempre. Secondo la Corte, una motivazione specifica e dettagliata è necessaria solo quando la pena è di gran lunga superiore alla media edittale. Per pene inferiori alla media, come nel caso di specie, è sufficiente un richiamo generico ai criteri di legge, la cui adeguatezza è desumibile dal complesso della sentenza.
Cosa succede se il giudice d’appello riqualifica il reato? Deve riesaminare d’ufficio tutte le statuizioni della sentenza di primo grado?
No. Il giudice d’appello, anche in caso di riqualificazione del reato in una fattispecie meno grave, non ha l’obbligo di rivalutare aspetti della sentenza di primo grado (come la confisca di beni) che non siano stati oggetto di specifici motivi di appello. La sua cognizione rimane limitata ai punti devoluti con l’impugnazione.