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Motivazione Apparente: Cassazione annulla condanna

La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna per esercizio di giochi d’azzardo a causa della motivazione apparente fornita dalla Corte d’Appello. Quest’ultima si era limitata a un generico rinvio alla sentenza di primo grado, senza analizzare le specifiche critiche sollevate dalla difesa. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice d’appello ha l’obbligo di esaminare nel merito le doglianze dell’imputato, altrimenti la motivazione risulta nulla e la sentenza va annullata con rinvio per un nuovo esame.

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Pubblicato il 13 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Motivazione Apparente: perché la Cassazione annulla una condanna

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale del diritto processuale penale: il diritto dell’imputato a una risposta concreta e specifica ai motivi di appello. Quando un giudice di secondo grado conferma una condanna utilizzando frasi di stile, senza un’analisi effettiva delle critiche difensive, la sua è una motivazione apparente, che comporta la nullità della sentenza. Questo caso, relativo a una condanna per esercizio di giochi d’azzardo, offre uno spunto cruciale per comprendere i limiti della cosiddetta motivazione per relationem e il dovere del giudice di rendere conto delle proprie decisioni.

I Fatti del Processo

Il caso ha origine da una condanna emessa dal Tribunale nei confronti di un’imputata, ritenuta responsabile del reato previsto dall’art. 718 del codice penale (esercizio di giuochi d’azzardo). La pena inflitta era di quattro mesi di arresto e una sanzione pecuniaria.

La difesa proponeva appello, sollevando diverse questioni, tra cui:
1. Carenza degli elementi costitutivi del reato: si contestava l’assenza di prove concrete sull’aleatorietà del gioco e sul fine di lucro.
2. Mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.).
3. Intervenuta prescrizione del reato.
4. Eccessività della pena e mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.

La Corte d’appello, tuttavia, confermava integralmente la sentenza di primo grado. La sua motivazione si basava su affermazioni generiche, sostenendo che la prima decisione era “correttamente motivata”, “fondata su coerenti, organici ed esaurienti elementi di fatto” e che le censure difensive erano “infondate”, condividendo “pienamente le argomentazioni addotte dal primo giudice”.

La Decisione della Cassazione e la motivazione apparente

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, annullando la sentenza d’appello e rinviando il caso per un nuovo giudizio. Il vizio fatale riscontrato è proprio quello della motivazione apparente.

Secondo la Suprema Corte, il giudice d’appello ha eluso il suo dovere di valutazione, nascondendosi dietro una sequela di “clausole di stile” applicabili a qualsiasi processo. Non ha fornito alcuna risposta specifica alle doglianze della difesa, in particolare a quelle relative alla struttura stessa del reato contestato. In questo modo, ha trasformato il giudizio d’appello, che è un riesame completo del merito, in un giudizio di legittimità, snaturandone la funzione.

Motivazione “per relationem”: I limiti da non superare

È vero che la giurisprudenza ammette la motivazione per relationem, ovvero il richiamo alla motivazione della sentenza di primo grado. Tuttavia, questa tecnica è legittima solo a determinate condizioni. La Corte d’Appello può richiamare la decisione precedente, ma deve comunque dimostrare di aver preso in esame le critiche specifiche sollevate con l’atto di gravame. La sua motivazione deve saldarsi e integrarsi con quella del primo giudice, formando un corpo argomentativo unico e coerente.

Quando, come nel caso di specie, il richiamo è talmente generico da costringere chi legge a fare “esclusivo riferimento a quanto esposto nella sentenza di primo grado” per capire le ragioni della conferma, la motivazione non è più un’integrazione, ma un’omissione. Diventa, appunto, apparente e, come tale, nulla.

Le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha sottolineato che il giudizio d’appello ha per oggetto una “rivisitazione integrale” della decisione impugnata. Il giudice d’appello ha gli stessi poteri del primo giudice e il suo compito è riesaminare i fatti e le questioni giuridiche alla luce dei motivi di gravame. L’uso di formule stereotipate che si limitano ad affermare la correttezza della prima sentenza, senza confutare le singole censure, svuota di significato il secondo grado di giudizio.

Citando un’importante pronuncia delle Sezioni Unite (sentenza Galtelli del 2017), la Corte ricorda che l’appello non può essere dichiarato inammissibile solo perché ripropone questioni già trattate, ma deve essere esaminato nel merito. Di conseguenza, il giudice d’appello ha l’obbligo di fornire una motivazione che dia conto delle ragioni per cui le argomentazioni difensive sono state disattese. Affidare integralmente l’esposizione delle ragioni alla sentenza di primo grado, come avvenuto in questo caso, significa abdicare al proprio dovere di motivazione e rendere il giudizio d’appello “del tutto irrilevante”.

Conclusioni

Questa sentenza rappresenta un importante monito per i giudici di merito e una garanzia fondamentale per gli imputati. Essa ribadisce che il diritto a una decisione motivata non è una mera formalità, ma un pilastro del giusto processo. Ogni imputato ha il diritto di vedere le proprie argomentazioni difensive prese in seria considerazione e, se respinte, di capire esattamente il perché. Una motivazione apparente nega questo diritto e, come giustamente sanzionato dalla Cassazione, non può reggere al vaglio di legittimità, imponendo la celebrazione di un nuovo processo che rispetti pienamente le regole e le garanzie difensive.

Quando la motivazione di una sentenza d’appello è considerata “apparente”?
È considerata apparente quando, pur esistendo formalmente, è composta da clausole di stile, frasi generiche o tautologiche che non forniscono una reale spiegazione delle ragioni della decisione e non si confrontano con le specifiche critiche (doglianze) sollevate con l’atto di impugnazione.

Un giudice d’appello può confermare una sentenza di primo grado semplicemente richiamandola?
Sì, può utilizzare la tecnica della motivazione “per relationem”, ma solo a condizione che esamini e confuti specificamente le censure proposte dall’appellante. La sua motivazione deve integrare quella del primo giudice, non limitarsi a un rinvio generico che ometta di rispondere ai motivi di gravame.

Qual è stata la conseguenza della motivazione apparente in questo caso?
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’appello. Ha disposto un “annullamento con rinvio”, ordinando che il processo sia celebrato nuovamente davanti a un’altra sezione della stessa Corte d’appello, la quale dovrà riesaminare il caso e fornire una motivazione completa e non apparente.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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