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Motivazione apparente: annullata misura cautelare

La Corte di Cassazione ha annullato un’ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un imputato accusato di associazione di tipo mafioso. La decisione è stata motivata dal vizio di motivazione apparente, poiché il Tribunale non aveva adeguatamente valutato le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia che attestavano l’allontanamento dell’imputato dal sodalizio criminale. La Corte ha ritenuto che il Tribunale si fosse limitato ad affermazioni generiche e apodittiche, senza analizzare criticamente gli elementi forniti dalla difesa, rinviando il caso per un nuovo esame.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Motivazione Apparente: La Cassazione Annulla la Misura Cautelare

In un recente caso, la Corte di Cassazione ha affrontato un tema cruciale nel diritto processuale penale: il vizio di motivazione apparente. Questa sentenza sottolinea l’obbligo per i giudici di fornire un’analisi critica e argomentata degli elementi probatori, specialmente quando questi possono incidere sulla libertà personale dell’imputato. Il caso riguardava la richiesta di revoca della custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un’associazione mafiosa, basata sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia che ne attestavano l’allontanamento dal clan. Vediamo nel dettaglio la vicenda e i principi affermati dalla Suprema Corte.

I Fatti di Causa

Un uomo, detenuto in custodia cautelare per il reato di cui all’art. 416-bis del codice penale (associazione di tipo mafioso), presentava un’istanza per la revoca o la sostituzione della misura. La sua difesa si basava principalmente sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Il primo collaboratore aveva riferito che, tra il 2014 e il 2015, l’imputato era stato vittima di un violento “pestaggio” da parte di membri del clan per aver venduto droga “sottobanco” e che, a seguito di questo “regolamento di conti”, era stato allontanato dal sodalizio criminale. Il secondo collaboratore, figura di spicco all’interno dello stesso clan, aveva dichiarato di non conoscere affatto l’imputato.

La difesa sosteneva che queste dichiarazioni costituissero una prova contraria sufficiente a superare la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari prevista dalla legge per i reati di mafia, dimostrando la rescissione del legame con l’associazione.

La Decisione del Tribunale e il Ricorso per Cassazione

Il Tribunale della Libertà rigettava l’appello dell’imputato, confermando l’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari. Secondo il Tribunale, le dichiarazioni, sebbene attestassero l’allontanamento dell’imputato, non costituivano “prova della rescissione della consorteria”. Le affermazioni del secondo collaboratore venivano liquidate come “di natura neutra”.

Contro questa decisione, la difesa proponeva ricorso per cassazione, lamentando un vizio di motivazione e la violazione di legge. Il ricorrente evidenziava come il Tribunale avesse omesso di considerare la stabilità dell’inserimento del primo collaboratore nel clan e il ruolo di spicco del secondo. In sostanza, il Tribunale aveva riconosciuto che un collaboratore aveva affermato l’allontanamento dell’imputato, ma non aveva spiegato perché tale dichiarazione non fosse rilevante.

Le Motivazioni della Cassazione sul Vizio di Motivazione Apparente

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, ritenendo fondato il motivo basato sul vizio di motivazione apparente. La Suprema Corte ha evidenziato come il Tribunale si sia limitato ad affermazioni apodittiche e prive di una reale valutazione critica degli elementi forniti dalla difesa.

In particolare, il Tribunale, pur riconoscendo che il collaboratore aveva parlato di un “allontanamento” dal clan, ha affermato che ciò non provasse la “rescissione della consorteria” senza spiegare il perché di tale conclusione. Non è stato chiarito se il Tribunale dubitasse dell’attendibilità delle dichiarazioni, le ritenesse insufficienti o smentite da altri elementi.

La Corte ha ribadito il principio secondo cui la motivazione è apparente, e quindi inesistente, quando è “del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche”, ovvero quando il ragionamento del giudice è “soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente”. In questo caso, mancava una vera analisi logico-giuridica delle prove presentate.

Conclusioni

La sentenza rappresenta un importante monito per i giudici di merito sull’obbligo di fornire motivazioni complete, logiche e non meramente formali. Un provvedimento che limita la libertà personale deve essere supportato da un’analisi attenta e approfondita di tutti gli elementi, sia a carico che a discarico. Affermare che una prova non è sufficiente senza spiegarne le ragioni equivale a non motivare affatto. Per questo motivo, la Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza impugnata, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame che dovrà tenere conto dei principi enunciati e procedere a una valutazione effettiva e non solo apparente delle prove fornite dalla difesa.

Per quale motivo la Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza del Tribunale?
La Corte ha annullato l’ordinanza perché affetta da un vizio di “motivazione apparente”. Il Tribunale non ha spiegato in modo logico e argomentato perché le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che attestavano l’allontanamento dell’imputato dal clan, non fossero sufficienti a provare la cessazione dei suoi legami con il sodalizio criminale.

Cosa si intende per motivazione apparente secondo la sentenza?
Per motivazione apparente si intende un ragionamento del giudice che è solo fittizio e formalmente esistente, ma privo di una reale analisi critica. Si manifesta con asserzioni apodittiche (cioè non dimostrate), argomentazioni generiche o quando è completamente slegato dalle risultanze processuali. In pratica, è una motivazione che non spiega il perché della decisione.

Quali erano gli elementi di prova che il Tribunale non ha valutato correttamente?
Il Tribunale non ha valutato correttamente le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. In particolare, la dichiarazione di uno di essi che affermava che l’imputato era stato allontanato dal clan a seguito di un “regolamento di conti” interno. Il Tribunale si è limitato a dire che ciò non provava la “rescissione della consorteria” senza fornire alcuna spiegazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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