Misure Alternative: La Revisione Critica è Fondamentale
L’accesso alle misure alternative alla detenzione rappresenta un pilastro del sistema penale orientato alla rieducazione del condannato. Tuttavia, una recente ordinanza della Corte di Cassazione ribadisce un principio cruciale: la concessione di tali benefici non è automatica e richiede una profonda trasformazione interiore del soggetto. La mancanza di una sincera revisione critica del proprio passato criminale può rendere irrilevanti anche elementi apparentemente positivi, come una stabile attività lavorativa.
I Fatti del Caso
Un uomo, condannato in via definitiva, si è visto respingere dal Tribunale di Sorveglianza la richiesta di ammissione a misure alternative. La decisione del Tribunale si fondava su diverse ragioni: l’esito negativo dell’osservazione psicologica, che aveva evidenziato l’assenza di una reale revisione critica del suo percorso criminale; il suo inserimento in un contesto familiare definito ‘deviato’; e l’inefficacia dell’attività lavorativa svolta ai fini di un reale riscatto sociale. Inoltre, i giudici avevano sottolineato un elevato pericolo di recidiva, desunto sia dalla gravità del reato commesso in epoca recente sia dai numerosi precedenti penali.
Contro questa decisione, il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il Tribunale non avesse adeguatamente considerato elementi a suo favore, come la stabilità del lavoro, proseguito anche durante il periodo di arresti domiciliari.
La Decisione della Corte di Cassazione sulle misure alternative
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in toto la valutazione del Tribunale di Sorveglianza. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso non presentava valide censure di violazione di legge o vizi di motivazione, ma si limitava a sollecitare una nuova e non consentita valutazione dei fatti.
Il punto centrale della pronuncia risiede nella gerarchia dei criteri di valutazione. La Cassazione ha specificato che elementi come la stabilità lavorativa sono considerati ‘recessivi’, ovvero secondari, di fronte a due fattori preponderanti:
1. Il mancato avvio della revisione critica: Questo processo interiore è ritenuto un indicatore fondamentale dell’adeguatezza delle misure alternative a produrre effetti risocializzanti.
2. L’impellente necessità di fronteggiare la pericolosità sociale: La gravità del reato e i precedenti penali non possono essere ignorati e richiedono una risposta ferma quando non vi è prova di un reale cambiamento.
In sostanza, la Corte ha stabilito che senza una presa di coscienza e un sincero pentimento, qualsiasi elemento esterno, incluso il lavoro, perde la sua efficacia rieducativa.
Le Motivazioni della Decisione
La motivazione della Corte si basa su un principio cardine dell’esecuzione penale: la funzione rieducativa della pena non può prescindere da una partecipazione attiva e consapevole del condannato. Concedere misure alternative a un soggetto che non ha fatto i conti con il proprio passato e che manifesta ancora una spiccata pericolosità sociale sarebbe contrario alla finalità stessa della norma e metterebbe a rischio la sicurezza della collettività. Il provvedimento impugnato, secondo la Cassazione, ha correttamente bilanciato gli interessi in gioco, dando priorità alla necessità di un cambiamento interiore come presupposto indispensabile per il reinserimento sociale. Gli elementi favorevoli addotti dal ricorrente sono stati giustamente disattesi perché non erano in grado di scalfire il giudizio negativo sulla personalità del condannato e sul concreto rischio di reiterazione dei reati.
Conclusioni
Questa ordinanza riafferma con forza che le misure alternative non sono un diritto incondizionato, ma una possibilità offerta a chi dimostra con i fatti di aver intrapreso un serio percorso di cambiamento. La stabilità lavorativa è certamente un fattore positivo, ma da sola non basta. La vera chiave per accedere a percorsi di esecuzione della pena esterni al carcere è la ‘revisione critica’: la capacità del condannato di guardare al proprio passato con occhi diversi, comprendendo il disvalore delle proprie azioni e dimostrando di voler costruire un futuro nel rispetto della legalità. Senza questa fondamentale premessa, le porte del carcere restano, giustamente, chiuse.
Avere un lavoro stabile è sufficiente per ottenere le misure alternative alla detenzione?
No. Secondo questa ordinanza, la stabilità lavorativa è un elemento favorevole ma viene considerata secondaria (‘recessiva’) se il condannato non dimostra di aver intrapreso un percorso di ‘revisione critica’ del proprio passato e se permane una sua pericolosità sociale.
Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché, invece di denunciare una violazione di legge o un’illogicità evidente nella motivazione del giudice, il ricorrente ha cercato di ottenere una nuova valutazione dei fatti, cosa che non rientra nei poteri della Corte di Cassazione.
Quali sono gli elementi chiave che il giudice valuta per concedere le misure alternative?
Il giudice valuta principalmente l’avvio di un percorso di revisione critica da parte del condannato, l’assenza di un pericolo concreto di recidiva e l’adeguatezza della misura a conseguire effetti risocializzanti. Elementi come la gravità del reato commesso e i precedenti penali sono determinanti per valutare la pericolosità sociale.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 8742 Anno 2024
Penale Ord. Sez. 7 Num. 8742 Anno 2024
Presidente: COGNOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 25/01/2024
ORDINANZA
sul ricorso proposto da: COGNOME NOME nato a TARANTO il DATA_NASCITA
avverso l’ordinanza del 15/03/2023 del TRIB. SORVEGLIANZA di TARANTO
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
Visti gli atti.
Esaminati il ricorso e l’ordinanza impugnata.
Rilevato che l’unico motivo dedotto da NOME COGNOME a sostegno dell’impugnazione non supera il vaglio di ammissibilità risolvendosi, nonostante la formale denuncia di violazione di legge e vizio di motivazione, nella sollecitazione di non consentiti apprezzamenti da sovrapporre a quelli, non manifestamente illogici, del giudice del merito.
Il provvedimento impugnato ha fondato il rigetto della richiesta di applicazione delle misure alternative richieste sia sull’esito negativo dell’osservazione personologica, che ha rilevato l’assenza di revisione critica, l’inserimento in un contesto familiare deviato e l’assenza di efficacia risocializzante dell’attività lavorativa svolta, sia sul pericolo di recidivanza, desunto dalla gravità del reato oggetto della condanna in esecuzione, peraltro commesso in epoca recente, e dai plurimi precedenti penali.
Il ricorrente nulla di concreto oppone, limitandosi a predicare l’omessa valutazione di elementi favorevoli (il modesto disvalore dei comportamenti criminosi, la stabilità dell’attività lavorativa proseguita anche in regime di arrest domiciliari), giustificamente disattesi perché considerati recessivi rispetto sia al mancato avvio della revisione critica, che costituisce un importante indicatore dell’adeguatezza della misura alternativa a conseguire effetti risocializzanti, sia alla impellente necessità di fronteggiare la pericolosità sociale del condannato.
Ritenuto che deve essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti a escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso, in Roma 25 gennaio 2024.