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Millantato credito: la Cassazione lo distingue dalla truffa

Un custode giudiziario convinceva una persona, il cui immobile era pignorato, di poter risolvere la sua situazione grazie a un presunto contatto in tribunale, facendosi consegnare 2.000 euro come acconto su 5.000. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale condotta non configura il reato di traffico di influenze illecite (che ha sostituito il millantato credito), ma integra il delitto di truffa aggravata. La Corte ha chiarito che, quando la relazione con il pubblico ufficiale è del tutto inesistente e usata come mero pretesto per ingannare la vittima e ottenere un profitto, si ricade nell’ipotesi della truffa. Di conseguenza, la sentenza di appello è stata annullata con rinvio per la rideterminazione della pena basata unicamente sul reato di truffa.

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Pubblicato il 22 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Millantato credito: la Cassazione lo distingue dalla truffa

Con la sentenza n. 47671 del 2023, la Corte di Cassazione affronta un caso emblematico di millantato credito, fornendo chiarimenti cruciali sulla sua distinzione con la truffa aggravata e sulla sua successione normativa con il reato di traffico di influenze illecite. La decisione sottolinea come la vendita di un’influenza completamente inesistente presso un pubblico ufficiale non rientri nel nuovo reato, ma configuri un classico caso di frode.

I fatti del processo

Un custode giudiziario, approfittando della sua posizione e della fiducia che ne derivava, ha indotto una persona, il cui immobile era stato pignorato, a credere di poter risolvere la situazione. L’imputato ha promesso di intervenire presso una presunta impiegata del Tribunale per bloccare la procedura esecutiva e recuperare il bene.

Per questa sua presunta mediazione, ha chiesto una somma di 5.000 euro, riuscendo a farsi consegnare un acconto di 2.000 euro. L’intera operazione si è rivelata un inganno, basato su artifici e raggiri volti a convincere la vittima a non partecipare al processo esecutivo e a pagare per un intervento mai avvenuto.

In primo grado, l’imputato era stato assolto. La Corte di Appello, invece, ha riformato la sentenza, condannandolo per truffa e traffico di influenze illecite (reato che ha sostituito il millantato credito), ritenendo i due reati uniti dal vincolo della continuazione.

La questione giuridica: Millantato credito o truffa?

Il ricorso in Cassazione si è concentrato sulla corretta qualificazione giuridica del fatto. La difesa ha sostenuto che non vi fosse continuità normativa tra il vecchio reato di millantato credito (art. 346 c.p., secondo comma) e il nuovo delitto di traffico di influenze illecite (art. 346-bis c.p.).

Il cuore del problema risiede nella differenza strutturale tra le due fattispecie. Il traffico di influenze illecite punisce la “vendita” di un’influenza (reale o anche solo vantata come potenziale) su un pubblico ufficiale, con lo scopo di tutelare il prestigio e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione. La truffa, invece, tutela il patrimonio e la libertà di autodeterminazione negoziale del singolo, punendo chi, con artifici o raggiri, induce qualcuno in errore per procurarsi un ingiusto profitto.

Le motivazioni della Corte di Cassazione sul millantato credito

La Suprema Corte ha accolto la tesi difensiva, aderendo all’orientamento giurisprudenziale che nega la continuità normativa tra le due fattispecie in casi come quello esaminato. I giudici hanno spiegato che il nuovo art. 346-bis c.p. mira a punire condotte che, pur in modo prodromico, mettono in pericolo il buon andamento della Pubblica Amministrazione. Ciò presuppone una qualche forma di relazione, anche solo asserita ma potenzialmente realizzabile, tra il mediatore e il pubblico ufficiale.

Nel caso in esame, invece, l’influenza sull’impiegata del Tribunale era una pura invenzione, un mero “pretesto” ingannatorio utilizzato unicamente per raggirare la vittima e sottrarle denaro. La condotta dell’imputato non ha mai rappresentato un pericolo, neanche astratto, per l’imparzialità della PA, ma si è risolta in un’aggressione diretta al patrimonio della persona offesa. La connotazione decettiva del termine “pretesto”, utilizzato nella vecchia norma sul millantato credito, è talmente forte da rendere la condotta obiettivamente truffaldina.

La Corte ha stabilito che la “mera fumi venditio” (vendita di fumo), cioè la vendita di un’influenza che non esiste e che mai potrà esistere, è strutturalmente più affine al paradigma della truffa che a quello del traffico di influenze. L’intera condotta era coincidente con quella della truffa aggravata dall’aver agito con abuso di poteri e violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione.

Le conclusioni

In conclusione, la Cassazione ha riqualificato il fatto contestato come unico reato di truffa aggravata, assorbendo in esso la condotta inizialmente rubricata come millantato credito. La sentenza d’appello è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, ma solo per la rideterminazione della pena, essendo ormai divenuta irrevocabile la dichiarazione di responsabilità per il reato di truffa. Questa decisione consolida un importante principio: quando la mediazione illecita è una completa finzione creata al solo scopo di ingannare, il reato configurabile è la truffa, non il traffico di influenze illecite.

Quando la vendita di un’influenza inesistente costituisce truffa e non traffico di influenze illecite?
Secondo la Cassazione, si configura il reato di truffa quando la relazione con il pubblico ufficiale è una pura invenzione e un mero pretesto ingannatorio, utilizzato al solo fine di indurre la vittima in errore per ottenere un ingiusto profitto. In questi casi, la condotta non lede il buon andamento della Pubblica Amministrazione, ma solo il patrimonio del singolo.

C’è continuità normativa tra il vecchio reato di millantato credito e il nuovo traffico di influenze illecite?
La sentenza sposa l’interpretazione prevalente che nega una piena continuità normativa. Sebbene il nuovo art. 346-bis c.p. includa il vanto di “relazioni asserite”, questo non copre le ipotesi di mera “vendita di fumo”, dove l’inganno è l’elemento centrale e la relazione è del tutto inesistente e irrealizzabile. Queste ultime condotte, prima punite come millantato credito, oggi rientrano nel delitto di truffa.

Perché in questo caso il reato di truffa è stato considerato aggravato?
La condotta è stata riqualificata come truffa aggravata perché l’imputato ha agito approfittando della sua qualità di custode giudiziario, quindi di pubblico ufficiale. Ha abusato della fiducia che la sua posizione generava nella vittima per portare a termine il suo disegno criminoso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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